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Michele Tarallo e il teatro: “Un dono di Dio”



Intervista del Corriere di San Nicola al notissimo attore sannicolese alla vigilia del debutto, al Don Bosco, di “Come uno straniero”, una storia di Angelo Callipo alla ricerca della comunicabilità con i disabili.

 

Domenica 22 ottobre, alle ore 19.00, presso il Teatro “Don Bosco” di Caserta, debutta, con la regia di Giovanni Allocca, lo spettacolo “Come uno straniero. L’autismo per comunicare”, una commedia scaturita dal genio creativo del regista e attore sannicolese Angelo Callipo.
Un cast di attori di tutto rispetto porterà in scena molto più che uno spettacolo teatrale, ovvero un più ampio progetto intitolato “Comunicazione disabile”, che esplora la comunicazione nel mondo della disabilità.
Per il suo esordio alla regia, Giovanni Allocca ha scelto attori del calibro di Michele Tarallo, sannicolese, che ha iniziato la sua carriera artistica proprio con Angelo Callipo oltre dieci anni fa, e da Francesca Ciardiello, attrice di teatro che ha lavorato con grandi artisti, come M. Ranieri, L. De Filippo e M. Placido.
Le note che accompagneranno alcune scene dello spettacolo sono ideate dal musicista Alberto Giordano; il disegno luci sarà curato da Tommaso Toscano, il tutto supervisionato dalla responsabile tecnica Yasmine Ferretto.
La trama racconta la storia di Mario, affetto da disturbi dello spettro autistico, e di Veronica, sua sorella che vive con lui e se ne prende cura. È la storia sulla ricerca di una comunicazione capace di abbattere l’isolamento che è la condizione principale dell’autismo: solo con l’amore, con la pazienza e con la stima reciproca, infatti, si può riportare uno "straniero" nella sua terra natia.

Il Corriere di San Nicola lo segue da sempre con interesse ed attenzione, dal palcoscenico del teatro a “SlurpArt”, dalla “Cena con delitto” alle tantissime iniziative sociali partorite dal suo animo e dal suo cuore sempre in continua e mirabile evoluzione.
Michele Tarallo è sempre felice di parlare con noi.
Gli abbiamo chiesto:
-Cosa hai pensato quando hai letto per la prima volta il copione di “Come uno straniero” e quando successivamente sono stati assegnati i ruoli nella commedia?

«Anzitutto è necessaria una premessa. Il teatro è frutto di una mia scelta ben precisa: proseguire il discorso intrapreso con il “Regalo rotto” (libro scritto nel 2015, poi portato in scena), ovvero sensibilizzare alla disabilità spostando l’attenzione dal disabile ai suoi genitori in modo particolare e alle difficoltà quotidiane di comunicazione con chi ha i presupposti necessari alla comprensione semplice e diretta. Nel regalo rotto, però, è il disabile che non riesce a farsi capire e i suoi genitori ogni giorno trovano nuovi segnali, codici espressivi, che li aiutano. In “Come uno straniero” è il contrario. La sorella di Mario (la persona autistica adulta) cerca di farsi capire, le tenta tutte per ottenere un cenno di assenso da parte del fratello che abbia capito. In entrambi gli spettacoli un unico comune denominatore: in un modo o in un altro i parenti più stretti sono quasi “sequestrati” dal disabile in nome di quell’unico sentimento che non esige tornaconti, “l’amore”. Dopo la lettura del copione, la prima lettura, ho provato rabbia interiore. Le parole di Angelo, ancora una volta, hanno centrato in pieno quelle difficoltà giornaliere che si vivono in una famiglia “disabile” e la rabbia è esplosa per la consapevolezza dell’impossibilità a trovare soluzioni definitive, poiché non ci sono sempre e solo del momento. Il giorno dopo lo stesso problema si ripeterà, magari in una forma diversa, ma si ripeterà».

-Per rendere il personaggio che dovrai interpretare il più realistico possibile a cosa hai dovuto fare fede?

«Personalmente mi sono ispirato alla vita di Mario C., un mio amico che purtroppo nel 2000 è morto. Mario era disabile con tratti tipici dello spettro dell’autismo. Ma ho dovuto attingere anche alle vicende personali di amici e amiche che vivono in famiglia questa problematica. Ogni giorno, nelle docenze teatrali, nelle scuole dell’infanzia e della primaria, incontro bambini con questo disturbo comportamentale (si, perché l’autismo non è una malattia) e dai loro atteggiamenti stereotipati e seguendo in parte i percorsi di recupero ho provato (tentato indegnamente, oserei affermare) a tirare fuori le esigenze inespresse e i dolori di non essere capiti nei loro veri e più profondi intenti di volere, ma non poter stare in mezzo agli altri».

-Sono trascorsi ormai più di dieci anni da quando ci fu il tuo esordio in teatro. Hai sempre interpretato ruoli diversi. Ti senti cambiato dal Michele che ha interpretato per la prima volta un ruolo in “Cecilia delle Grazie” ad oggi?

«Mai ho abbandonato la formazione artistica (stage, corsi intensivi, scuola teatro di Bologna e Scuola mimo corporeo di Michele Monetta a Napoli, ecc.). Nel contempo la pratica e l’esperienza sul palcoscenico teatrale e sui set cinematografici per cortometraggi, nonché le numerose docenze teatrali per bambini e giovani hanno arricchito la mia vita d’attore e di regista, ma soprattutto è nella vita che mi sento cambiato. Se provi a migliorarti nella vita, ammettendo gli errori e i successi, è inevitabile una diretta conseguenza anche nel lavoro che svolgi, e nel mio caso il teatro. In poche parole tormento e allo stesso tempo gioia e il non sentirmi mai arrivato. Ci provo, ogni giorno».

-Sei sempre pronto ad aiutare le famiglie con problemi di disabilità. La tua forza da dove scaturisce?

«Potrei farla finita con il teatro, con i laboratori, ma mai con la mia vita per gli altri che vivono condizioni uguali o similari. Dio mi ha fatto un dono: attraverso il teatro aiutare le famiglie con disabili a non arrendersi mai. A sapere con certezza che a tutto c’è soluzione e che tutto può essere fatto con i piccoli o grandi talenti che ognuno possiede. L’unica grande forza proviene dalla condivisione delle vicende familiari con mia moglie Monica, dal nostro amore incondizionato, da Marina, mia figlia primogenita, e da Chiara (disabile dalla nascita –ndr), che, nonostante tutto è un esempio di vita per tutti. La sua forza è indescrivibile. È davvero il volto di Dio
».

Giovanna Tramontano





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