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L' “Ape bianca” di Valentina Villani

Presentato a Roma il primo romanzo della giovane psicologa che ama anche la fotografia


"Ape bianca", Adiaphora Editore, è il primo lavoro letterario di Valentina Villani, psicologa e psicoterapeuta, nata a Roma, dove svolge la sua professione fra la passione per la fotografia e il vezzo di raccontare storie. L'autrice sceglie un racconto intimo, dove descrive emozioni profonde.

L’opera si compone di un volume letterario e un altro fotografico.
La narrazione di Valentina indaga complessi rapporti, vive di parole e sensazioni. La storia parla di un legame indissolubile, unico come quello fra una madre e una figlia. Parla di una relazione, di un viaggio intimo, semplice, complicato, fatto di conflitti e di assenze in una continua e altalenante ricerca di sé e dell'altro.
“Ape bianca” appassiona fin dalle prime frasi: "Vorrei camminare su una strada sterrata che sa di vento e traiettorie, oppure circondarmi di antichi resti tra ruderi, busti di marmo e fossili, o percorrere bianchi vicoli che sbucano direttamente sul mare, o ancora salire su sentieri metafisici senza forza di gravità".
Sabato 18 novembre, presso la sede dell’associazione culturale “La lanterna immaginaria” di Roma, ha avuto luogo la presentazione di “Ape bianca”; l’incontro, moderato dalla dott.ssa Maria Silvia Soriato, si è svolto in un’atmosfera intima e molto coinvolgente. Sono state proiettate alcune immagini presenti nel libro fotografico e letti alcuni brani a cura di Cristina Arcangeli.
La prossima presentazione avrà luogo il 20 dicembre alla Casa Internazionale delle Donne alle ore 21, evento organizzato dall’associazione socio culturale “Le funambole” in collaborazione con l’istituto psicoanalitico Isipsè. L’incontro sarà moderato dalla dott.ssa Maria Silvia Soriato e insieme all’autrice interverranno la dott.ssa Antonella Petricone e il dott. Gianni Nebbiosi. 

Abbiamo incontrato Valentina Villani, che ci ha rilasciato una simpatica e interessante intervista.

-E’ il primo romanzo che scrive? Da dove nasce l'idea?

«Sì, è il mio primo romanzo anche se la scrittura fa parte di me credo da sempre. L’idea è nata dopo aver partecipato a un concorso fotografico nazionale in cui veniva richiesto di raccontare una storia attraverso cinque fotografie accompagnate da un breve testo che legasse le diverse immagini. Il mio lavoro “Vie di fuga” è stato uno dei sei premiati e pubblicati in un volume intitolato “Lo spazio consapevole”. Unire due mie grandi passioni, la fotografia e la scrittura, in un unico lavoro è stato talmente stimolante che mi è venuta l’idea di proseguire, di dedicarmi a un progetto tutto mio, che parlasse di qualcosa che avrei potuto trasmettere attraverso questi due canali comunicativi. Questa volta però le parole sarebbero dovute essere le protagoniste, il libro avrebbe dovuto avere una struttura tale da poter esistere anche da solo. Le immagini nel volume fotografico avrebbero arricchito e completato l’opera coinvolgendo il lettore a più livelli. Una volta concluso, mi sono resa conto che i due volumi in realtà si completavano a vicenda. Non è stato difficile trovare un tema adatto, tutto ciò che era piantato dentro di me come un groviglio di emozioni non “digerite” ha chiesto di venire fuori attraverso parole e immagini».

-Il motivo della scelta del titolo "Ape bianca"?


«Ammetto che è un titolo particolare, sul quale molte persone che non avevano ancora letto il libro si sono interrogate per tentare capire di cosa trattasse: chi pensava si riferisse a qualcosa che richiamasse la sensazione di sentirsi fuori dal coro, come una mosca bianca appunto; chi pensava fosse un motofurgone rumoroso che correva tra i vicoli del centro storico di una Roma anni ’50; chi, rimanendo almeno due secondi in silenzio, ha detto soltanto “Bello, bel titolo” con lo sguardo perso nel vuoto come a ricercare un senso nascosto. In realtà, al di là dei commenti goliardici o delle varie elucubrazioni mentali, le cose sono molto più semplici di quello che si può immaginare. Ape bianca è il nome con cui chiamavo mia madre. E non so neanche perché. Uno di quei nomignoli che arrivano così, senza una ragione, senza un richiamo alla realtà oggettiva. Poi di certo si possono tentare alcune ipotesi sulle ragioni inconsce di questa scelta…Ape bianca è anche il titolo di una poesia di Neruda, ma l’ho scoperto, con mia grande sorpresa, solo in un secondo momento. Amavamo molto Pablo Neruda, spesso leggevamo le sue poesie e la sua “Ape bianca”, per puro caso, parla proprio di una perdita».

-Il testo descrive luoghi palesemente legati a stati d'animo; Lei usa un linguaggio "poetico", insolito forse per chi svolge la sua professione.


«Non lo trovo tanto insolito, anzi, nella mia professione avvalersi del linguaggio poetico può essere una risorsa terapeutica molto preziosa. La poesia nasce dal preconscio, condensa le parole in immagini, utilizza metafore, lascia tracce visive di qualche processo in parte inconscio. Si può pensare ad esempio alla potenza simbolica dei sogni che, al pari della poesia, offrono spunti di comprensione profonda della persona. Il linguaggio poetico in terapia funge da orma interna che dovrà essere in qualche modo elaborata e trasformata in parola. Il passaggio dalla poesia alla prosa diventa allora il risultato finale di una comunicazione psicoanalitica efficace. Prima di questo però, è necessario che l’analista offra un posto dentro di sé che possa accogliere quelle immagini poetiche senza volerle interpretare o trasformare subito, tollerare il fatto di non comprenderle immediatamente e attendere che una nuova comprensione emerga in maniera graduale dal materiale psichico portato dal paziente. Per fare questo, il terapeuta stesso dovrebbe essere stato a sua volta un poeta a contatto con la sofferenza psichica. Lasciare nel mio libro un linguaggio che spesso (non sempre) si avvicina a quello poetico, significa offrire un materiale emotivamente vibrante, un pensiero non del tutto elaborato a livello cosciente, più vicino a parti più profonde. E lasciare questo spazio indefinito facilita il fatto che la poesia possa depositarsi, sostare e albergare per un po' dentro il lettore prima di essere trasformata e decodificata in parole che per ognuno avranno un senso soggettivo».

-Da Ape bianca traspare molta sofferenza; in che modo la sua esperienza lavorativa e quella personale trovano un punto d’incontro, se ciò accade? L’elaborazione del dolore e dell’assenza da un punto di vista strettamente scientifico dove e come si collocano all’interno del suo lavoro di scrittrice?


«L’elaborazione di un dolore così grande come la perdita di un genitore non è mai uguale per tutti, quello che ha funzionato nel mio caso credo sia stato concedersi di viverlo fino in fondo senza tentare di respingerlo, “abbandonarsi al dolore così come ci si abbandona alla gioia”, perché in fondo il dolore è un’emozione come tutte le altre. Il punto di vista scientifico e quello creativo in questo specifico caso sono a mio avviso strettamente legati, non si può parlare di elaborazione della perdita separando ambiti diversi, si tratta di un processo unico. È giusto avere teorie alle spalle ma non c’è una medicina uguale per tutti, ogni persona ha un suo modo particolare e unico di sentire ed entrare in contatto con l’altro. Il lavoro di psicoterapeuta è molto più creativo di quanto si possa immaginare, non riesco a pensare a un terapeuta che non utilizzi la creatività all’interno della stanza d’analisi. In caso contrario, il lavoro si ridurrebbe all’applicazione meccanica di strategie rigide o all’aderenza dogmatica a uno specifico orientamento terapeutico e soprattutto non terrebbe conto delle differenze individuali e della meravigliosa variabilità della mente umana. Allora è necessario e inevitabile che la vita del terapeuta si intrecci con quella del paziente, che ci sia un coinvolgimento attivo, che anche il terapeuta sia portatore di significati propri e della sua personalità. Questo non significa portare i suoi problemi personali in quello spazio, ma utilizzare quello che sente come risorsa per comprendere sia sé stesso che il paziente nell’interazione».

-Se dovesse dare una definizione al suo libro, quale sceglierebbe? Racconto, romanzo, percorso o excursus, riflessione, dialogo interiore o altro?


«Non è semplice definire questo libro, partirei dal dato certo, è un’opera composta da due volumi, uno letterario e uno fotografico. Il testo letterario non è un romanzo, non è un racconto e neanche un saggio. Potrebbe sicuramente rientrare nella categoria dell’autobiografia, ma forse la definizione che più mi piace è quella che ha dato Maria Silvia Soriato, psicologa e psicoterapeuta, nella sua bellissima introduzione al volume fotografico: “È un racconto vivo con lo sguardo di un regista, di cui Valentina Villani ci fornisce la sceneggiatura e lo storytelling”».

Alcuni brani tratti da “Ape bianca”.

(…) una parola tu, una virgola io e il foglio si riempiva di segni che appartenevano a entrambe, che parlavano di noi, insieme. Sono questi i momenti che preferivo, quelli in cui potevamo condividere pezzi di noi in maniera grezza e viscerale, seguendo un andamento irregolare simile a un sogno.

(…) mi sto infilando nelle suture dei tuoi sorrisi, sto cercando un linguaggio comune che colga i chiaroscuri della tua ani­ma.

Mi sono seduta al tuo posto, il posto dove dipingevi. Sto occupando il tuo spazio, ci stiamo sovrapponendo. Le tue piccole mani scure e veloci ritrovano vita nelle mie, identiche nella forma e nel ritmo. La creatività è diventata un’urgenza, un contatto possibile con le cose, posso tenerti con me e lasciarti andare allo stesso tempo.

Tuo nipote ha cominciato a parlare, lo dovresti vedere. Nella sua stanza c’è una foto che ci ritrae sorridenti insieme a papà nel giorno della mia laurea.

“Lei chi è?”, chiede.

Giovanna Angelino 



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