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A Caserta la compagnia teatrale “Matutae” ha portato in scena il femminicidio. Atmosfera tragicomica e surreale, tra David Lynch e Beautiful. Fare uno spettacolo ironico sulla violenza è arte, ma farlo canzonando i libri di Fabio Volo è arte nell’arte. Nel dibattito post-spettacolo gli interventi dell’autrice  B. Okoedion e di Casa Ruth.


Domenica 3 dicembre 2017, presso il Centro sociale ex-canapificio di Caserta (Viale Ellittico), la compagnia teatrale Matutae ha portato in scena lo spettacolo “Stazione di servizio N°23”.
All’evento hanno collaborato anche il Centro sociale (padroni di casa), l’Associazione “Hope” e Casa Ruth, diretta da Suor Rita Giaretta, che si occupa di donne sottratte alla schiavitù e alla prostituzione. Il tema dello spettacolo era il femminicidio, con breve, interessante e forte dibattito in chiusura.
L’autrice del testo è Brillante Massaro, mentre la regia vede la compartecipazione di tutte le otto donne impegnate nella rappresentazione: Anna Borghi, Mina Mastantuoni, Mimì Trapani, Simona Giuntini, Giovanna Piombino, Maria Teresa Buonpane, Elena Luppino e la stessa Brillante Massaro, che a fine spettacolo ha raccontato l’idea di manifestare una cosa dura, ma in maniera digeribile, affinché non si distolga l’attenzione.
Solitamente, a Caserta, o si ride sulla solita commedia napoletana, o si rispetta la consuetudine più formale del Teatro Comunale. La Compagnia Matutae invece ha espresso una controtendenza tragicomica, con l’assurdo in veste (anche) di balletto femminile.
Lo spettacolo “Stazione di Servizio 23” è l’esasperazione percettiva ed espressiva di una realtà brutta da vivere e sgradevole da sentire. Si nota eccome la consulenza di medici specialisti e probabilmente l’esperienza diretta di qualcuno o qualcuna nel corpo di regia.
Un centinaio e più le persone in sala, con attrici nascoste in platea, inaspettatamente in scena, tra buii e voci interiori fuoriscena.
Cos’è la Stazione di Servizio 23? Il centro di prima accoglienza per i trapassati, fermata intermedia per le anime delle donne uccise, trasversalmente alla cultura (campane, sicule, toscane, francesi, spagnole), alle classi sociali, alle ideologie e all’età.
Chi sono gli assassini? Il professionista, l’intellettuale, l’operaio, il disoccupato, il rivoluzionario sessantottino e il fasciata. Tante vittime diverse, tanti carnefici altrettanto diversi.
Tra i nodi affrontati, l’iniziale rifiuto per la denuncia, in un mondo femminile che si contrae per strapparsi: «Mi vergognavo anche degli amici miei (…) cadevo sempre per le scale (…) E’ un masculo, è agli inizi, migliorerà! (…) Qualche volta alza le mani! (…) Lavare i panni sporchi in famiglia senza denunciare». E facendosi una risata: «Come vogliamo chiamarlo? Femminicidio, uxoricidio, fidanzaticidio?».
Oppure, quando finalmente arriva la benedetta denuncia, capita anche che rimanga inascoltata, con la gente che preferisce tacere, lasciando le grida inascoltate. Una morta racconta: «Anche i Carabinieri sapevano… (…) sui giornali hanno scritto: “un raptus improvviso”».
L’ironia permea tutti i discorsi. Una defunta, appena uccisa dal marito ubriaco, incalza: «Ah, ma siamo morte-morte? Allora ce l’ha fatta, chillu strunz!». E un’altra, prosegue: «Mi picchiava con precisione, perché era uno preciso». Un’altra ancora descrive la sua uccisione in spiaggia, mentre in scena parte una musica estiva vintage, colle altre morte impegnate a ballare. Esiste anche la banalità dell’assassinio: «Perché stavo usando il suo carica-batterie… (…) ho fatto una morte tecnologica».
Qualcuna, più di una, addirittura continua a giustificare il proprio aguzzino: «Nel momento del trapasso, mentre l’acqua riempiva i polmoni, sempre mi ha tenuta la mano stretta!».
Il dibattito post-spettacolo è stato ancora più forte, con testimonianze agghiaccianti e molto accurate. Riportiamo alcuni passaggi particolarmente rilevanti, evitando ogni commento personale, perché sarebbe superfluo.
E’ intervenuta Blessing Okoedion, autrice del racconto “Il Coraggio della Libertà”, sopravvissuta a un passato in strada: «[Arrivata in Italia] mi hanno detto che dovevo pagare 65.000 euro e ho capito di essere finita in mano ai trafficanti (…). Non avrei mai pensato che una cosa simile potesse riguardarmi (…). La stessa sera in cui sono arrivata mi hanno costretto a prostituirmi (…). Ero finita schiava (…). Come un prodotto da consumare e gettare (…). Mi consideravo già morta (…). Erano organizzazioni criminali, maggiorenni e minorenni costrette a diventare robot (…) violentate e umiliate in strada».
L’autrice così ha raccontato la sua via di fuga dalla prostituzione: «Alla fine ho preso la decisione di andare alla Polizia, senza neanche saper parlare l’Italiano e senza sapere a chi rivolgermi, perché nel mio ambiente la criminalità era la normalità (…). Parlavo Inglese e la Polizia mi ha detto di tornare il giorno dopo alle ore nove. Ero così disperata che un connazionale mi ha vista uscire piangendo (…) lui mi ha aiutata parlando con la Polizia». Da lì l’incontro con Casa Ruth: «Mi hanno aiutata a ricostruirmi».
Tra gli interventi finali c’è stato quello della responsabile di Casa Ruth, Suor Rita Giaretta: «Distruggono le persone fino a farle sentire indegne». E parlando della prostituzione minorile delle ragazzine africane: «Si vede benissimo che sono bambine (…). Quindi perché tutti questi clienti? (…) Come fa un uomo italiano a non rendersi conto che è su una ragazzina di 15 anni o meno? (…) Per un bambina vergine si paga anche 1000 euro la prima volta».
Così si è conclusa una serata importante, nel contempo divertente e orribile. Passerà del tempo prima di rivedere opportunità simile.

Antonio Dentice d’Accadia


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