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IL MIO REGALO ALLA MIA CITTA'

Dipingi on line la "tua" città"
Un “clic" quotidiano cominciato mercoledì 9 febbraio 2005...


Una città, il cuore, la mente...


L'


"Ode alla mia città"


composta da


Nicola Ciaramella


Il mio grazie agli studenti del Diaz


Mi onora essere citato come “riferimento storico della città e punto di riferimento per l’informazione


“L’Opera Lucana”, il “libro della comunità”  

Presentato nel Salone Borbonico l’ultimo volume di Don Francesco Catrame

Una LUCE sempre accesa su DON ORESTE
Gruppo Facebook "DON ORESTE NON E’ ANDATO VIA”: continua, senza pause, l’iniziativa creata da Nicola Ciaramella per mantenere sempre vivo il ricordo dello scomparso amatissimo parroco di Santa Maria della Pietà.

GRAZIE A TUTTI COLORO CHE HANNO SAN NICOLA LA STRADA NEL CUORE

 
... Com'era Piazza Municipio agli inizi degli anni ’60 ...

 

…è evidente che la gente è poco seria quando ...

 


...
parla di sinistra o destra…

(Giorgio Gaber)

FELICI DI OFFRIRE LE NOSTRE FOTO AEREE

 

 

Il nostro GRAZIE a quanti hanno scelto le nostre immagini dall'alto di San Nicola la Strada quali icone di siti internet e di gruppi facebook locali

CHE POVERACCIO QUESTO NOSTRO ... LIMPIDO IDIOMA

Orrori ed obbrobri che si leggono in giro… 

VADO SU GOOGLE E PROVO TANTA AMAREZZA


Sto facendo una raccolta di selvaggi “copia ed incolla”. Ne farò un libro. 
 

MA CHE CACCHIO SCRIVI???

 

Correggi,

grazie!

 

C.D.G.C. A RITMO LENTO

 

 

Sinora poche, ma buone, le adesioni al Comitato per la Difesa dei Giornalisti Corretti

 

PAPPAGALLI E CIUCCIARIELLI...

 

 


 ...OVVERO COPISTI A CAVALLO


… ! ? ! ? ...


Tremenda doppia gaffe...


 

RIFLESSIONI di DON FRANCESCO


-Rubrica a cura di Don Francesco Catrame-


Biografia dell'Autore


 

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 LE "ORME DELL'AMICIZIA"

Alcuni entrano nella tua vita -ci dice spesso- e se ne vanno in fretta... Altri diventano amici e restano per un poco... Altri ancora entrano nel tuo cuore e non sei più la stessa persona perché ti è stata data in dono una presenza amica.
Parlare dell'amicizia con Don Franco Catrame significa trascorrere momenti sublimi.
Gli abbiamo chiesto qualcosa da pubblicare sull'argomento per il vastissimo pubblico dei lettori del Corriere di San Nicola.
La rubrica "Riflessioni di Don Francesco" si arricchisce di altri meravigliosi contributi.
Gli faremo compagnia, leggendoli, mentre egli, in questi giorni, è in pellegrinaggio in Terra Santa e Giordania.
Nicola Ciaramella, 14 luglio 2017

L’amicizia

Mi piace riflettere insieme a voi, sempre tenendo sullo sfondo il grande tema del mondo degli affetti nella vita di Gesù, sull’amicizia. Vi propongo allora l’ascolto di due brani di vangelo e di un testo tratto dal libro "I baci non dati" di Padre E. Ronchi, che sottolinea come, in un momento così importante come quello della morte, grandi santi come Francesco d’Assisi e Antonio il Grande abbiano avuto bisogno di presenze e volti amici intorno a sé. Non loro soltanto però, anche Gesù ha avuto bisogno di queste presenze: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna ecco tuo figlio!” Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo la prese con sé.
Stando al testo del vangelo di Giovanni (19, 25-27), che spero di non forzare, ripeto, anche il figlio di Dio ha avuto bisogno di presenze amiche intorno a sé in un momento così profondamente umano come è l’affrontare la morte: presenze parentali ma non solo: il Padre non ha fatto mancare a Gesù le sue amicizie… il gruppo di queste donne e del discepolo, questa piccola comunità ci dice il posto che siamo chiamati ad occupare, il posto nel quale siamo chiamati a stare per vedere il mistero di Dio: soltanto l’amicizia sa cogliere l’amore estremo, il dono della vita, soltanto l’amicizia sa imprimere nel proprio cuore la passione e il dolore. Allora mi pare bello entrare in questo mondo che con difficoltà leghiamo a Gesù e a Francesco d’Assisi: il rapporto con il femminile.
Diversamente dai luoghi comuni, la vera amica di S. Francesco non è S. Chiara. Quella che lui desidera accanto, che manda a chiamare quando sente vicina la fine della vita, l’amica che spesso l’ha accolto in casa sua, quella dei piatti speciali, per la quale viene sospesa anche la clausura, si chiama Iacopa dei Sottesoli, una vedova, nobildonna romana. E’ significativo che l’ultima lettera di Francesco, l’ultimo scritto, siano per lei… ecco che santità e umanità, santità e ricerca di affetto, di calore, di amicizia, coincidono. I santi sono la proposta di nuove ipotesi di umanità (E. Ronchi).
Ascoltiamo, allora, quanto scrivono le Fonti Francescane.
Santo Francesco chiamò a se’ uno dei compagni e gli disse: “va dunque e reca il calamaio e la penna e la carta, e iscrivi com’io ti dico”. E recato che li ebbe, Santo Francesco detta la lettera in questa forma: "A madonna Iacopa serva di Dio frate Francesco poverello di Cristo salute e compagnia dello Spirito Santo nel nostro Signore Gesù Cristo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto per la sua grazia m’ha rivelato il fine della vita mia, il quale sarà in breve. E però, se tu mi vuoi trovare vivo, veduta questa lettera, ti muovi e vieni a Santa Maria degli Angeli; imperò che, se per infino a cotale dì non sarai venuta, non mi potrai trovare vivo. E arreca teco panno di cilicio nel quale si rinvolga il mio corpo, e la cera che bisogna per la sepoltura. Priegoti ancora che tu mi arrechi di quelle cose da mangiare, delle quali tu mi solevi dare quand’io era infermo a Roma".
Che bello questo… Francesco muore in mezzo ai suoi fratelli, ma tra i volti che lo circondano in quel momento cerca un volto assente, cerca un volto la cui tenerezza ha smosso in lui melodie che ancora risuonano e che nessun altro ha saputo suonare, un volto che, con la sua sola presenza, gli restituisce grande allegrezza e consolazione. Nel momento supremo della vita ogni uomo cerca la mano e gli occhi delle persone che gli hanno dato più vita perché sono queste l’estremo viatico per varcare l’ultima soglia. Francesco sa di morire e vuole che la morte lo colga ben vivo; convoca allora, insieme ai fratelli, anche l’amica… chiama l’amicizia, sorgente di vita, chiama le cose e le persone che gli hanno dato più gioia e più senso… la morte è il momento della piena maturità, quando tutto è compiuto, completato e l’amicizia è il segno che si è attinta la pienezza della vita.
Lo stesso è capitato ad Antonio il Grande… Leggiamo, negli scritti dei Padri del deserto, che quando Antonio sta per morire, chiamati i giovani discepoli che lo accudivano, rivolse loro le sue ultime parole come vedesse degli amici… mi piace tanto questo: l’austero Abbà del deserto, il padre di tutti i monaci, nel momento della piena maturità non ha bisogno di sentirsi intorno dei discepoli, ma degli amici. Ha scoperto l’amicizia, ha raggiunto la piena maturità umana, ora è pronto: perché il vertice delle relazioni umane, alleanza santa dei viventi, non è il rapporto di paternità o quello di discepolato; neppure la fraternità, bensì il rapporto amicale. Ora Antonio è pronto, perché ha sperimentato l’amicizia, pienezza d’umano. Muore attorniato non più da discepoli, ma da amici (E. Ronchi).
Su quest’onda allora ascoltiamo quanto Sorella Maria scrive dal suo eremo: l’amore è ciò che rimane quando non resta più nulla. Abbiamo tutti una memoria, al fondo di noi stessi, quando sale dal fondo della notte come un canto lontano, l’assicurazione che al di là di tutto, al di là persino della gioia e della pena, della nascita e della morte, esiste uno spazio che nulla soppianta, più forte di tutte le minacce, che non corre alcun rischio di distruzione, uno spazio intatto, quello dell’amore che ha fondato il nostro essere. L’amicizia è la memoria dell’alleanza fondante del nostro essere, una strada per accedere a ciò che l’uomo è. L’amicizia è il sacramento più possente, sacramento di ogni momento, e che possiamo ricevere fino all’estremo.
Di che cosa abbiamo realmente bisogno allora? Certamente non di cose… chiede i biscotti Francesco a Madonna Iacopa, ma non ha tanto bisogno di quelli quanto della mano che glieli porge e di quanto sta dietro a quella mano che si tende verso di lui: un cuore che ama. Ha chiesto dei ceri Francesco, ha chiesto un panno di cilicio, ma sono cose queste che gli avrebbero potuto procurare anche i frati… egli ha bisogno di avere accanto Iacopa, perché l’amicizia è una sorgente di vita, perché l’amica è come un sacramento che trasmette grazia, che aggiunge pienezza a pienezza, per una pienezza del vivere e, insieme, del morire. Per sentire vibrare due sentimenti che sono a fondamento dell’umano: allegrezza e consolazione. Allegrezza, perché ciò che garantisce che di vera amicizia si tratta è se l’incontro, o il pensiero di esso, fa germinare gioia. Consolazione perché la pena del morire è vera anche per i santi, perché il corpo si ribella al dolore: il dolore non ricerca spiegazioni, ma condivisione. Non vuole legittimazioni, ma partecipazione… la pena si consola quando il dolore ha dei compagni (W. Shakespeare).
Continuiamo allora su questo versante, per chiedere al Signore di essere capaci di questa amicizia capace di ricondurre ad uno dei nuclei essenziali del cristianesimo: il prendersi cura dell’altro. La consuetudine con il Vangelo e con le Scritture ci dice che il senso della vita è vivere affidati a Qualcuno e non alle cure di se stessi e nella misura in cui sappiamo farci vicini, sappiamo prenderci cura, sappiamo donare uno sguardo, una carezza, un bacio anche noi siamo simbolo di Colui che si prende cura, perché Amico è un nome di Dio e Amicizia un nome della vita vera.
Laudato sii mi Signore per sora nostra morte corporale dirà Francesco… Iacopa porta all’amico la sua tenerezza, perché anche la morte corporale diventi sorella. La tenerezza che sfiora, lo sguardo d’affetto che avvolge, la carezza amica accompagnano il morente più di tante parole solenni: l’amico accanto fa scendere silenziosamente una benedizione, in nome di Dio e in nome dell’uomo, su chi ha saputo amare e ha saputo prendersi cura di qualcuno, su chi è stato uomo vero, donna vera. Certamente le parole della fede sono importanti, ma quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter sempre contare. La tenerezza ha la forza di ridurre la morte sorella ad ognuno, attraverso la memoria della pienezza della vita.
Madonna Iacopa, con la sua presenza amicale, rende sorella la morte. La vita è poca cosa, se ricondotta alla morte biologica… Cessa invece di essere piccola cosa quando la pietà e l’amicizia la rendono promettente, la attraversano di trascendenza, quando diventa luogo di cura, di relazioni buone, di capacità di nascita anche nella sofferenza. E’ importante l’amicizia, perché in un certo senso mi ridimensiona e mi permette di stare a contatto con la mia fragilità, la mia vulnerabilità. Forse è per quello che siamo in tanti a pensare che ciò che conta, alla fine, è essere sempre all’altezza della situazione o a vederci un po’ come uomini e donne tutti di un pezzo… perché non viviamo amicizie vere alle quali diamo la possibilità di prenderci cura di noi…
L’amicizia è il luogo dove qualcuno si prende cura della mia vulnerabilità, della mia umanità, quella umanità che viene prima del mio ruolo (insegnante, educatore, genitore, sacerdote, politico, amministratore…), del mio compito, della mia appartenenza, della mia cultura. L’amicizia danza tra forza e fragilità… fa scoprire la propria fragilità, fa accettare di essere vulnerabile, ma anche di poter contare sulla forza dell’amico. Con l’amico non si supera la fragilità ma la si assume e la si accetta: l’amicizia è la responsabilità tra uomini e donne vulnerabili eppure affidabili.
L’altro brano di Vangelo che volevo consegnarvi sono pochi versetti tratti dal cap. 12 del Vangelo di Giovanni: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania… e qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese una libbra di profumo di nardo, assai prezioso e ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempi di quel profumo.
Negli ultimi giorni di vita Gesù fa la spola da Betania a Gerusalemme. La sera torna da Lazzaro, nella casa dell’amicizia, quasi a prendere forza per i giorni supremi. In quella casa Maria compie un gesto di una carica affettiva fortissima: prende fra le sue mani i piedi di Gesù, li unge con il nardo, li profuma, li asciuga con i suoi capelli… non ci sono parole, solo la tenerezza delle mani. Maria ha tra le mani i piedi di Gesù, i piedi del viandante, del camminatore che ha attraversato tutti i paesi di Palestina e conosce i sentieri di ogni cuore come a dire: Dove vai tu verrò anche io. Valeva trecento denari quel vaso di nardo prezioso. L’amicizia paga dieci volte il prezzo del tradimento. Qualcuno ti ha valutato trenta denari, eccone qui trecento; qualcuno ti tradirà, ma io ti amerò dieci volte di più, qualcuno ti venderà ma io ti ricomprerò per dieci volte. E il cuore di Gesù esultava e riceveva forza dall’amore di una amica, forza per camminare verso il suo destino di morte. Quando si sa amato, l’uomo diventa forte… è la potenza dell’amore: sapersi amati rende fortissimi verso tutto il mondo. In quel momento la casa si riempie di quel profumo, del profumo dell’amicizia, del profumo dell’amore, del profumo della gratuità. A cosa serve nella storia un po’ di profumo? A niente, dirà Giuda… si sarebbe potuto usare per i poveri… eppure il cuore di Gesù si rinfranca, si riempie di gioia perché l’amica ha colto il segreto profondo della sua vita: la domanda di amore. Amore, se possibile, eccessivo, oltre la norma.

L’amicizia? Un valore di altri tempi

L’amicizia nella filosofia


«Infatti sembra che tolgono il Sole dall’universo coloro che tolgono dalla vita l’amicizia, della quale nulla di meglio riceviamo dagli dei immortali, niente di più piacevole…» (Cicerone, De Amicitia, 47)

Fra i più alti valori in cui credevano gli antichi greci e romani, padri della civiltà occidentale, c'era l'amicizia: un sentimento sul quale vale la pena di riflettere, perché in profondo contrasto con il materialismo del nostro stile di vita. Nel mondo greco e latino l'amicizia era considerata il sentimento supremo proprio perché disinteressato ed altruistico, non inquinato dall'elemento sessuale né da passioni degradanti come la gelosia.
In età romana, Cicerone, grande filosofo e oratore, ha dedicato un’intera opera all’amicizia: Laelius de amicitia.
Cicerone, attingendo dalla concezione classica, definì l’amicizia come un accordo di sentimenti, di tendenze, di convinzioni, come una consonanza armoniosa su tutte le questioni divine e umane, accompagnato da mutua benevolenza e carità e quindi il più forte e il più profondo di tutti gli affetti umani. Egli, del resto, sosteneva che la vera amicizia non può esistere che tra uomini onesti, poiché essa è fondata sulla virtù e la presuppone. La giustizia, la generosità, la lealtà, la rettitudine sono alcune delle virtù che rendono l’uomo capace di amicizia. Tuttavia, dal momento che non tutti gli uomini sono dotati di queste virtù, allora una tale amicizia sarà necessariamente rara e limitata ad un circolo ristretto di persone.
Mentre Epicureo aveva fondato il sentimento dell’amicizia su basi utilitaristiche dicendo che in essa (philia) vi è una serenità più profonda, superiore anche a quella dell'amore (eros), perché più facilmente si può conservare libera da sentimenti che procurano dolore come la gelosia o il dolore del distacco; al contrario, lo scrittore latino basava il sentimento di amicizia su sentimenti altruisti ritenendo che l’affetto si dia all’altro indipendentemente da ogni soddisfazione personale: o, meglio, l’interesse può accompagnarlo ma come un effetto e non una causa. L’unica causa è l’amore. Ad ogni modo egli riconosce che esistono tanti tipi di amicizia quanti sono quelli di società, dalla fraternità estesa a tutto il mondo fino all’intimità tra due persone. L’amicizia universale, però, perde in intensità ciò che guadagna in estensione. Una teoria simile dell’amicizia la si ritrova in Agostino. Il principio amicale appare ad esempio in Sant’Agostino, oggetto di un’analisi approfondita alla luce della scoperta della propria interiorità.
L’epoca in cui egli visse era contraddistinta da una forte tendenza alle relazioni sociali e all’amicizia visto che il potere, concentrato nelle mani di una sola persona, riduceva le masse all’inerzia politica. In tali circostanze era naturale che l’interesse e le energie di un uomo si dirigessero verso gli amici.
Con l’avvento del cristianesimo l'amicizia viene inserita dentro la sfera di quel rapporto supremo che intercorre tra la creatura e il creatore, tra l'uomo e Dio.
Sicché il principio amicale classico, che risaliva alla prestigiosa tradizione pitagorica, philótes-isótes (amicizia-uguaglianza), diventa addirittura un dato ovvio per l'Ebreo e per il Cristiano, perché l'uomo, ogni uomo, è creatura di Dio. Nessun giudizio umano quindi può prevalere su questo dato naturale e su questa uguaglianza sostanziale, che aprono all'amicizia spazi vasti quanto l'umanità intera.
Aristotele è il filosofo antico che ha rivolto maggiore attenzione all'amicizia, dedicando alla trattazione di essa diversi libri. Secondo lo Stagirita, l’amicizia (o philia) è una «virtù o è accompagnata da virtù, ed è…assolutamente necessaria alla vita» sia individuale che collettiva. L’amicizia, perciò, viene definita come una sorta di comunanza: l’uomo è per natura un animale sociale e in questo rapportarsi agli altri suoi simili, collaborando e cooperando, realizza pienamente se stesso e in tal modo raggiunge la propria felicità individuale. E così le varie specie di amicizia, che sono fondamentalmente tre, corrispondono ad altrettante specie di comunità. Dove c’è amicizia, quindi, c’è vita sociale e di relazione.
I tre motivi dell’amicizia, che poi danno vita alle tre specie di amicizia, sono l’utilità, il piacere, il bene. A seconda del prevalere dell’uno o dell’altro motivo si ha una diversa specie di amicizia e, di conseguenza, di comunità.

Quando prevale l’utilità, l’amicizia è la più labile possibile e si esaurisce tutta nell’ambito puramente utilitaristico; l’amicizia è strumentale ed è finalizzata al conseguimento di un determinato, ben preciso, bene. Il secondo tipo, invece, è determinato dal conseguimento di un piacere. Tuttavia anche in questo caso l’amicizia ha una durata breve, determinata dalla durata del piacere: di conseguenza è poco profonda. Il tipo di amicizia vera, perfetta e profonda, è quella che nasce tra gli uomini virtuosi, per i quali la persona non è solo un mezzo o uno strumento utile al raggiungimento di altri fini, ma è un fine in se stessa.
Così il filosofo Kant, pietra miliare della filosofia contemporanea, che nella «Critica della Ragion Pratica» ammonisce ad agire considerando gli altri sempre come dei fini e non come mezzi.
Sul finire dell’800 si staglia la concezione amicale del filosofo Nietzsche, che fagocita tale concetto in quello del « dionisiaco »: l’amico dionisiaco ha dentro un mondo compiuto e non ha bisogno di compensazione, è capace di vivere autenticamente, fedele a se stesso. Con l’amicizia dionisiaca scompaiono l’invidia, il risentimento, la colpa, l’incomprensione. Viene riscoperto il valore dell’innocenza, dell’ingenuità, della meraviglia. Nessuno è più scompensato. Nessuno ha più paura dell’altro. L’amico non tradisce più l’amico. Ognuno ha realizzato un mondo compiuto da donare all’altro. E così usa l’esempio di Giulio Cesare, il quale, a suo dire, non sarebbe stato pugnalato dai suoi amici se questi fossero stati amici dionisiaci, e cioè scevri da ogni rivalità e invidia.
Secondo alcuni recenti studi sociologici, l'amicizia è un sentimento in estinzione in Occidente a partire dai tempi della Rivoluzione Francese. Da allora l'amicizia sembra essere stata sempre più confinata nel ghetto dell'adolescenza e della vecchiaia: due età fra loro lontane, ma accomunate dal desiderio di «fare gruppo» per vincere il senso di isolamento e di solitudine, di diversità e di emarginazione che spesso tormenta i giovani e gli anziani. Si tratta, però, di un sentimento degradato, che nasce dal bisogno di far fronte ad una difficoltà comune; un senso tribale del «clan», più che un sentimento di amicizia vero e proprio. Pare invece che l'amicizia tenda ad essere pressoché assente dal mondo degli adulti, sostituita da rapporti di convenienza e di interesse e dal rapporto di coppia, che si vuole totalmente coinvolgente, sensuale e passionale, tale da escludere tutto il resto del mondo. Ma il rapporto di coppia rientra in un ambito avulso da quello dell’amicizia: l’amore che viene concepito ancora secondo una concezione romantica, decisamente egoistica e senz'altro controproducente sul piano dei rapporti sociali, perché genera isolamento e porta alla chiusura anziché all'apertura verso il mondo esterno.

L’amicizia nella mitologia

Il termine "mito" deriva dalla parola greca "mythos" e significa “racconto". Fin dai tempi più remoti ogni popolo della terra ha elaborato miti con i quali ha cercato di spiegare i diversi aspetti della realtà; spesso al centro del mito sono stati posti i valori, il modo di vivere e di pensare di un gruppo umano. D’altra parte, presso i popoli in cui è nato, il mito è stato considerato un racconto sacro legato al soprannaturale e la sua narrazione accompagnata da particolari riti. I luoghi che fanno da sfondo alle vicende narrate sono fantastici, immaginari, il tempo è indeterminato, i personaggi sono uomini, eroi ,creature fantastiche o animali umanizzati ed offrono spiegazioni sui popoli che lo hanno creato, sull’ambiente in cui questi popoli hanno vissuto e sul tipo di società di cui fanno parte. Nel mito ci sono numerosi elementi simbolici che rappresentano in modo semplice una idea. Dice Aristotele “Il racconto è mito poichè sa comporre gli avvenimenti in unità in cui appare la loro verosimiglianza”, per cui il racconto mitologico ci fornisce chiavi di lettura della complessa e multiforme realtà. E’ questo l’intento di questo racconto che parla di una sincera amicizia tra gli elementi vitali e primordiali come acqua, sole e luna.
“Un antico mito africano racconta di un tempo lontano in cui l’Acqua e il Sole erano amici e vivevano tutti e due sulla terra; il Sole quasi quotidianamente si recava dall’amica acqua e la pregava continuamente di ricambiare la visita a casa sua. Un giorno l’Acqua le disse che se l’avesse voluta come ospite doveva ingrandire la sua casa perché ovunque lei andasse la seguivano uno stuolo infinito di parenti e la capanna dove lui e sua moglie Luna vivevano non poteva contenerli tutti. Il sole decise allora di costruirsi con sua moglie Luna una casa grande ma tanto grande, tale da poter contenere l’Acqua e i suoi parenti. Quando terminò di costruirla andò dall’Acqua e invitò lei e la sua numerosa famiglia. Così l’Acqua accettò l’invito e si recò a casa loro; l’acqua cominciò ad entrare, acqua di fiume, di lago, di stagno, acqua piena di pesci e di ranocchie di squali e di coccodrilli. Dopo un po’ il Sole e la Luna si ritrovarono a bagno fino alle ginocchia e l’Acqua disse che forse erano in troppi e che sarebbe stato meglio andar via, ma il Sole e la Luna ci tenevano ad essere gentili e li invitarono a restare e ad entrare. L’Acqua continuò a riversarsi nella casa e in poco tempo arrivò al soffitto e al tetto e alla fine inghiottì la terra tutt’intorno. Al sole e alla luna non restò che rifugiarsi in cielo dove vivono ancora oggi, nessuno dei due ha desiderio di bagnarsi i piedi.
Verrebbe da esclamare "potere dell’amicizia!". Fondata sull’accettazione incondizionata dell’altro tanto da stravolgere i luoghi. Per permettere all’amica Acqua di entrare a casa, il Sole è disposto a modificare la sua casa.
A volte mi guardo intorno e vedo che i luoghi in cui viviamo non permettono agli amici di incontrarsi di accogliersi reciprocamente, di viversi come persone. La parola persona deriva dal greco "prosopos" e vuol dire colui che mi sta di fronte. Accolgo l’altro senza farmi sommergere da lui sapendo di essere diversi, consapevoli però di aver bisogno l’uno della diversità dell’altro. Il Sole e la Luna sono così gentili che anche quando l’acqua è così inondante non le dicono esci fuori, non le puntano il dito stigmatizzandola o deridendola, ma offrono nei suoi confronti parole e gesti gentili.
Ci sono nel nostro modo di comunicare modalità che rivelano sincerità, gentilezza, altre che invece funzionano da killer, suscitano odio, rancore provocano risentimento; l’amicizia non vuol dire “mi piaci se…”; l’amico è tale quando attraverso gesti e parole ci aiuta a comprendere i nostri limiti, il nostro modo inadeguato di essere o di fare senza giudizi, ad accettarci per quello che siamo senza volerci cambiare a suo piacimento o volerci asservire ai suoi bisogni o interessi. L’amico non ci lascia nella solitudine dell’errore, del limite, è autentico se ci sprona a cercare nuovi modi di essere, per ritrovarci, così da stare bene con sé e con gli altri.
Dice San Giovanni Crisostomo “ potrai raccogliere tesori di ogni genere ma nulla vale quanto un amico sincero”. Tornare alle origini ci aiuta certo a capire ciò che essenziale e importante nella nostra vita, è come dice Moni Ovadia “se non sai dove stai andando girati per vedere da dove vieni”.

L’amicizia… star bene con sé stessi, con gli altri, con Dio

L’avere cura é il filo conduttore lungo il quale il monaco benedettino Anselm Grun sviluppa il tema dell’amicizia nel suo “Il breve libro dell’amicizia” (edito da Queriniana).

L’amicizia nella nostra società caratterizzata dal disgregarsi di molti antichi valori e legami è invece il tipo di rapporto piú ricercato e non contestato da nessuno. “Il dialogo con l’amico ridimensiona i problemi e me li presenta in un’altra luce…La vicinanza dell’amico diventa uno scudo contro le emozioni negative che provengono dall’esterno. Controbilancia tutti i carichi che mi pesano addosso ogni giorno”: questo dunque appare il motivo fondante dell’amicizia. Tuttavia, sostiene Grun, bisogna in primis saper essere amici di sé stessi; per cui, seguendo la massima socratica "Conosci te stesso", è necessario aver stima di ció che siamo e non dell’immagine che col passare del tempo si è consolidata del nostro io imparando a scegliere in favore di sé stessi e stimando anche i lati meno piacevoli della nostra personalitá. Ritorna, cosí, centrale il tema dell’aver cura. Infatti cosí come dobbiamo aver cura del nostro io anche l’amicizia nasce e si consolida curandola pazientemente e rinnovandola in modo che i riti che fondano le abitudini degli amici non diventino rituali vuoti.

Proprio perché gli amici riescono a penetrare e a comprende il nostro modo d’essere anche Gesú ha fondato con i suoi discepoli un patto d’amicizia, non obbligandoli a diventare suoi amici, ma esprimendo loro i suoi pensieri e mostrando il suo amore. Grun ritrova nel dialogo e nella presenza costante l’amicizia tra gli uomini e Dio; infatti afferma che “L’essenza dell’amicizia giunge al suo vero compimento nel fatto che possiamo parlare con lui come con un amico, che egli ci accompagna lungo il nostro cammino e ci ama di un amore che non risparmia neppure la sua vita". Spesso, al contrario, nella nostra società le gerarchie, e talvolta le istituzioni, in favore del guadagno economico o del prestigio sociale pongono gli uomini in competizione attuando cosí la formula “homo homini lupus” che alcuni pensatori hanno definito l’aspetto caratterizzante l’essere umano. In realtà, come ci mostra il libro, “Se i soldati diventano amici ciò mina la forza di difesa. Perché gli amici non sanno uccidere”. Emerge, dunque, quanto l’amicizia sia la massima espressione del nostro essere uomini, dato che contribuisce a guardare a noi stessi entrando in sintonia con gli altri; perciò, riprendendo un concetto di Sant’Agostino, possiamo affermare che solo attraverso l’amico il mondo ci diventa amico.

(Don Francesco Catrame)
(pubblic. luglio 2017) 


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QUALE FUTURO PER LA TERRA?


In questi ultimi anni non sono mancati gli appelli al rispetto del Creato e quindi dell’ambiente, da parte degli ultimi Pontefici.
Il motivo di questa attenzione e preoccupazione non è solo la gravità della rovina a cui andiamo incontro e di cui poco ci accorgiamo; ma anche ed innanzitutto del fatto che per coloro che si dicono cristiani, il rispetto del Creato ha un’assoluta importanza, perché la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio e la sua salvaguardia diventa essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale (guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani), non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza, se non addirittura dall’abuso, nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.
Vent’anni or sono, il Papa Giovanni Paolo II, in suo Messaggio sulla Pace, scriveva: «
Si avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura… e aggiungeva che la coscienza ecologica non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete». Come non ricordare anche Paolo VI, che nel 1971, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, ebbe a sottolineare che attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, l’uomo rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Ed aggiunse che, in tal caso, non soltanto l’ambiente materiale diventa minaccia permanente (inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale), ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana. Nel 1990, Giovanni Paolo II parlava di «crisi ecologica» e, rilevando come questa avesse un carattere prevalentemente etico, indicava l’urgenza necessità morale di una nuova solidarietà.
Come rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti «profughi ambientali», persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare, spesso insieme ai loro beni, per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato? Come reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali?
Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo.
Va, tuttavia, considerato che la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visone dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato.
Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo.
L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale; ha bisogno di riscoprire quei valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un futuro migliore per tutti. Le situazioni di crisi, che attualmente sta attraversando, siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra loro. Esse obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio sulle esperienze positive compiute e rigettando con decisione quelle negative. Solo così l’attuale crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità.
Si deve constatare che una moltitudine di persone, in diversi Paesi e regioni del pianeta, sperimenta crescenti difficoltà a causa della negligenza o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile sull’ambiente. Non si deve mai dimenticare che l’eredità del creato appartiene all’intera umanità e purtroppo si deve constatare che l’attuale ritmo di sfruttamento mette seriamente in pericolo la disponibilità di alcune risorse naturali non solo per la generazione presente, ma soprattutto per quelle future. Non è difficile capire che il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici lungimiranti o del perseguimento di miopi interessi economici, che si trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato.
Per proteggere l’ambiente, per tutelare le risorse e il clima occorre, da una parte, agire nel rispetto di norme ben definite anche dal punto di vista giuridico ed economico, e, dall’altra, tenere conto della solidarietà dovuta a quanti abitano le regioni più povere della terra e alle future generazioni.
Questo sarebbe un grande atto degno dell’uomo consegnare ai propri figli un futuro migliore.

(Don Francesco Catrame)
pubblic. giugno 2017                                                                                              





Il creato dono da custodire

Per i credenti il creato non solo è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini, ma è anche la prima Bibbia che abbiamo ricevuto; perciò la motivazione del nostro impegno per il creato è la passione verso l’uomo. La ricerca della solidarietà a livello locale e mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, deve essere vissuta nella fede e nell’amore di Dio. La responsabilità per il creato e per l’ambiente consiste nel difendere la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti e nel proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso.

L’uomo deve prendere possesso del creato, ma non come un tiranno, bensì con saggezza e sapienza e non come un dominio assoluto o senza limiti, senza pretendere di sostituirsi a Dio: il dominium terrae non può sconvolgere le dinamiche della creazione. Tutto questo è un bene espresso in un passo dell’Enciclica “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II che individua appunto in un tragico errore umano la causa della crisi ambientale: « L’uomo che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo con il proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e destinazione anteriore datale da Dio che l’uomo può, sì, sviluppare ma non tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce di provocare la ribellione della natura, piuttosto da lui tiranneggiata che non governata». (37). L’uomo può, dunque, inserirsi all’interno dell’ordine naturale e orientarlo al suo sviluppo, ma lo deve fare con la stessa attitudine del Creatore, con sapienza e amore, nel rispetto della struttura intima di questo ordine e dei suoi equilibri. Bisogna guardare al creato con un occhio diverso da chi lo considera, semplicemente, una riserva di beni da spremere e consumare o come una preda da dissanguare, senz’altro limite che la possibilità di poter garantire alle generazioni future uno sfruttamento alquanto rapace.

Lo sguardo nuovo di cui abbiamo bisogno per ristabilire l’antica alleanza fra l’uomo e la terra è lo sguardo di S. Francesco d’Assisi, a buon diritto indicato da Giovanni Paolo II come il patrono degli ecologisti. Francesco è l’uomo che ha liberato il cuore dalla smania di possesso ed è passato dalla logica dello sfruttamento a quello del godimento, dalla logica della violenza a quella della pace, dalla logica del dominio a quella del servizio. Francesco ha rivolto al mondo uno sguardo trasparente ed ammirato che ha restituito freschezza e verità al mondo violato dal peccato umano e, avendo scoperto nelle creature un riflesso della bellezza del Creatore, ne ha fatto una scala per ascendere a Lui.

Il vero cristiano non relega ai margini la vera preoccupazione ecologica, ma la pone al cuore della fede.

Ai suoi occhi, l’ecologia non è semplicemente un affare di politica, di processi tecnici o di pura etica naturale: è certamente anche questo, ma è soprattutto una questione di fede nella creazione di Dio e di relazione amorosa e misericordiosa verso le cose, senza dimenticare l’impegno e l’azione. La vera ecologia ha la sua sede nella mente, nel cuore e nelle mani, perché ci sono azioni da intraprendere.

L’uomo di oggi e il cristiano devono perciò passare attraverso una conversione ecologica, che, come ogni conversione, comporta quattro tappe. Innanzitutto, il pentimento di ciò che si è sbagliato e il coraggio di cambiare strada. Poi, una presa di coscienza più profonda del problema e la ricerca del cammino da intraprendere. Segue la riscoperta del mistero della creazione, dell’opera di Dio affidata all’uomo come a un gestore responsabile. Infine, il lungo e faticoso cammino di guarigione fino all’azione concreta: l’ecologia vissuta.

L’umanità non può continuare a sfruttare la natura per il proprio profitto e a devastare l’ambiente pregiudicando, così, non solo la salute che è il bene primario e poi il futuro stesso del pianeta Terra. È urgente ristabilire l’alleanza tra l’uomo e la natura, un reciproco rispetto e collaborazione. È innanzitutto un problema di etica; la dimensione morale del problema, infatti, precede la responsabilità politica, economica e finanziaria.

Esiste un legittimo antropocentrismo, perché l’uomo occupa di fatto il posto centrale nella creazione; ma ciò non significa che l’uomo possa mantenere la creazione in una specie di strangolamento e regnare su tutte le cose a suo piacimento (centro-monismo). Esiste un ethos vero, cristiano, ecologico, che coniuga dominio e rispetto, godimento e autocontrollo, ringraziamento e senso di responsabilità.

Le notizie recenti, per la loro drammaticità, ci fanno vivere in uno sconforto e in una sfiducia quasi sistematica per il profondo degrado in cui si trova la nostra martoriata terra. Il motivo è a causa del problema dei rifiuti mai risolto, dovuto a mancate assunzioni di responsabilità politiche asservite ad un potere illegale che da anni sta inquinando il nostro ambiente e distruggendo la vita di tantissime persone, a causa dell’altissima incidenza di malattie tumorali registrate in questi ultimi anni.

Come cristiani siamo chiamati a vivere il Vangelo, non solo nella dimensione personale ma anche sociale, politica ed economica. S. Francesco ci ha insegnato che la vera spiritualità del cristiano è amare sì il Creatore e gli uomini come fratelli, ma mai a prescindere dal Creato di cui egli è stato il più grande Cantore, appunto con il Cantico delle creature.

                                                                                           
(Don Francesco Catrame)
pubblic. maggio 2017



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LA MISERICORDIA COME PROFEZIA CULTURALE

L’ indebolimento postmoderno

La cultura moderna ha pagato a caro prezzo la propria pretesa di secolarizzare le domande di senso, entrando in competizione con la risposta religiosa a tali domande.
Quella pretesa ha continuato a essere mantenuta alta, anche quando il primato di una razionalità autosussistente, capace di proporsi non solo come organo di conoscenza ma addirittura come fonte di verità, veniva attaccato sistematicamente. Mentre molti «maestri del sospetto» scalzavano sin dalle fondamenta l’edificio solido della ragione moderna, le sicurezze che essa aveva promesso dovevano affidarsi alle ideologie per poter continuare a esercitare il loro fascino. Ma anche questo presidio ideologico era destinato a esaurirsi, e gli eventi di questo scorcio di secolo lo attestano in modo inequivocabile.
Quando ormai il sospetto sulla purezza della razionalità è stato seminato a piene mani è difficile tornare indietro: la ragione appare come uno strumento «torbido» e mistificante, che cerca malamente di coprire interessi di classe o una lotta scatenata di pulsioni e di istinti, che si consuma alle spalle della coscienza. Nel momento in cui la razionalità umana si dichiara incapace di raggiungere e dominare le radici delle tensioni storiche o della vita psichica, l’ombra del nichilismo ha ormai cominciato ad allungarsi, in modo lento e inarrestabile, su tutte le possibili risposte alle grandi domande di senso.
Appare perciò inutile avventurarsi su quel terreno che molte filosofie avevano tentato di contendere alle religioni: il senso, come sostiene ad esempio Lévi-Strauss, «proviene sempre dalla combinazione di elementi che non sono essi stessi significanti», e dunque «dietro a ogni senso si da un non senso». La crisi della modernità comincia con la perdita delle risposte e rischia di finire con la perdita delle domande.
Probabilmente oggi stiamo vivendo questa fase intermedia in cui molte certezze sono cadute, l’onnipotenza della ragione si è capovolta nell’impotenza del nichilismo, e sulle insicurezze postmoderne stende il suo velo disincantato ed evasivo il pensiero debole.
Dinanzi a un assetto sociale sempre più policentrico non si guarda più alla frammentazione del senso come a un limite da combattere ma come a una condizione insuperabile da accettare. In un universo nel quale convivono, quasi fosse un supermarket, tante «tribù culturali», dissimili nella loro superficie variopinta ma sostanzialmente omologate e insignificanti, piccoli mondi vitali di consumo simbolico a prezzi scontati, la ragione paga la propria rinuncia a guardare lontano con la più crudele delle condanne: assistere muta alla rivalsa degli affetti, alla banalizzazione del senso e alla polverizzazione delle domande grandi. Ciò che appariva troppo debole agli occhi del razionalismo moderno ora riacquista un credito un tempo impensabile, anche se il desiderio si abbassa al livello di una fruizione del vissuto, dal sapore quasi neopagano, con il suo corredo di minuscole idolatrie politeistiche e con le sue tavole dei comandamenti rovesciate.
In questo contesto l’amore sembra prendersi una rivincita, ma la sua è, in un certo senso, una vittoria di Pirro; piantando la propria bandiera sulle regioni un tempo egemonizzate dalla cultura illuministica, vi trova soltanto un terreno arido e bruciato: dal cinismo, dall’utilitarismo, dall’indifferenza, dall’impassibilità, che sono gli effetti collaterali di una malattia della ragione durata troppo a lungo e non sempre curata adeguatamente.

La prima conseguenza di questa nuova situazione può essere senz’altro individuata in una diffusa banalizzazione dell’amore; svincolato dal discernimento dell’intelligenza e dalla responsabilità della coscienza, ormai immune anche dalle intense idealità passionali tipiche della cultura romantica, l’amore diventa uno stile estetico-emozionale, che può impreziosire la fenomenologia dei rapporti corti, un genere di consumo estetico ed edonistico, a metà strada tra emozione e piacere, attraverso cui inseguire voglie epidermiche e avventurarsi in un gioco leggero di relazioni fragili e disimpegnate. L’idea che la libertà più alta possa realizzarsi all’interno di un ordo amoris, di un cammino esigente e orientato verso il bene appare semplicemente inconcepibile. In tale prospettiva la possibilità stessa di una vocazione religiosa alla verginità o di un vincolo coniugale in grado di assumersi la responsabilità della procreazione e il coraggio della fedeltà, viene colpita alla radice, mentre il piacere sessuale diventa il polo catalizzatore di tutta la dimensione pulsionale e affettiva, scatenando in modo parossistico i suoi appetiti arbitrari e spregiudicati.
Una seconda conseguenza può essere individuata in una netta separazione tra dimensione privata e pubblica; la prima coincide con la sfera del vissuto soggettivo, mentre la seconda rappresenta un livello lontano e inautentico, sul quale semmai si riversa un accanimento moralistico. Nella vita privata il buono viene assimilato al piacevole, nella vita pubblica al legale: mentre le questioni valutative sono affidate a opzioni in ultima analisi insindacabili, le questioni normative investono unicamente il mondo convenzionale delle regole. Mentre, quindi, si rifiuta con estrema disinvoltura qualsiasi invadenza etica nella sfera delle abitudini di vita «private», si invocano al contrario misure severamente prescrittive nella sfera della moralità pubblica. Inutile dire quanto questa separazione sia in se stessa del tutto arbitraria, limitandosi a capovolgere l’ideologia del «tutto è politico», dominante fino a qualche decennio fa: come sostenere ad esempio che l’aborto o la fecondazione artificiale o l’eutanasia siano questione privata, quando investono l’assetto giuridico, le risorse economiche, le abitudini sociali di un’intera comunità?
In terzo luogo, in una cultura che impoverisce il valore del bene e lo priva di tutta la sua forza metafisica di attrazione, anche il male si spoglia di ogni enigmatica tragicità, assumendo la fisionomia ben più modesta e pragmatica di uno sfortunato incidente di percorso. A livello fisico ogni fenomeno difettivo viene perciò interpretato come una sventura dovuta alla fatalità, mentre a livello morale prevale l’idea legalistica del male come infrazione a una legge positiva e codificata; dell’originaria figura religiosa del peccato, come atto libero di orgogliosa autoaffermazione dell’io davanti a Dio, resta una controfigura pallida e sbiadita, che veicola semmai oscuri sensi di colpa affidati all’analisi liberatoria dello psicanalista.
Viene a perdersi di conseguenza l’idea di un divario incommensurabile tra bene e male, che vanifica il senso stesso della misericordia. Tutte le forme deboli di condivisione empatica nascono infatti sulla base di una sostanziale equivalenza tra bene e male: ogni esperienza vale l’altra, siamo tutti sulla stessa barca, comprendere significa semplicemente accettare l’esistente. Al contrario, la misericordia nasce proprio dal riconoscimento dell’abisso del male, che non può essere colmato lasciando le cose come stanno; essa quindi non è nemica della verità e della giustizia, ma deve la sua forza proprio alla capacità di attraversare una distanza realmente grave e profonda, che chiede di essere riconosciuta e sanata.
Va infine ricordato il modo in cui la cultura post-moderna concepisce la vita di relazione.
In una società sempre più ondeggiante tra comunicazione e solitudine, tra l’apertura a uno spettro sconfinato di virtualità telematiche e la ricerca di un contatto immediato e diretto con l’altro, si privilegiano esperienze selettive e ravvicinate di prossimità, che riportano drammaticamente in primo piano la domanda evangelica: «Chi è il mio prossimo?».
Quando l’incontro tra l’io e il tu tende a escludere la «terza persona», cioè il lontano, l’estraneo, colui che vive in una condizione diversa e inferiore rispetto alla nostra, esso si preclude la possibilità di riconoscere ed edificare la dimensione del «noi» nella prospettiva di un’autentica fraternità solidale. Una convivenza posta sotto il segno di una «fraternità mancata» finisce con l’emarginare i valori della solidarietà e della sollecitudine nei circuiti compensativi della testimonianza individuale, accontentandosi di gestire l’arbitraggio degli interessi e rinunciando a immettere nei diversi strati della vita civile e politica benefici fermenti di socialità virtuosa. La sfida per noi credenti comincia proprio qui: quella «logica del primo passo», che media l’incontro tra Dio e l’uomo, è esportabile al di fuori del rapporto religioso? È in grado di promuovere anche il rapporto tra persona e persona, così come tra persona e natura, frequentando i luoghi pubblici e solo apparentemente «neutrali» delle istituzioni e dell’ethos, dell’economia e della politica, del diritto e della cultura? Come può avere diritto di circolazione, in un mercato dominato dalla inflessibile contabilità del dare e dell’avere, una moneta diversa? Non è già molto tollerare gli spiccioli facoltativi della generosità personale? Una carità riscoperta come principio generatore di cultura e di storia potrà essere allora solo rimedio riparatore, pronto a correre incontro alle urgenze della povertà, dispensando gesti eroici di beneficenza, incapaci però di scalfire la gabbia d’acciaio dei poteri forti e degli egoismi consolidati? Oppure dovrà essere anche principio generatore, anima ispiratrice, motivazione progettuale, implementando l’ordine della giustizia, senza sconfessarlo?

La misericordia come ulteriorità della giustizia 

Provare ad aggiungere qualche considerazione finale, in positivo, a questa breve analisi non è facile: siamo tutti figli di un’epoca troppo ricca di analisi e troppo povera di progetti.
La stessa scelta di impegnarsi in un «progetto culturale orientato in senso cristiano» da parte della nostra comunità ecclesiale attesta una esigenza fondata e diffusa: una cultura che «sa leggere» ha bisogno di una cultura che «sa scrivere». Naturalmente questo compito non può essere assolto con qualche sporadica iniziativa intellettuale ma esige una partecipazione corale e convinta, che sappia elaborare modelli di discernimento e di comportamento, incarnare esperienze esemplari e riproducibili, elaborare un quadro valoriale alto e significativo, sussidiarlo con una rete di cammini formativi equilibrati ed efficaci.
La cultura diventa costume solo se sa avvalersi di una rete di protezione e di «istituzioni amiche» in cui principi, convinzioni e idee possano irrobustirsi, crescere e incidere sul tessuto sommerso del costume.
Posso perciò limitarmi ad alcuni semplici spunti, che nascono da una ferma convinzione: l’anima di tale progetto culturale potrà essere rappresentata adeguatamente solo dal vangelo della carità; più precisamente da una interpretazione radicale e alta della carità, che non la riduca a uno slogan indolore ed esangue con cui cercare di vivacizzare una pastorale spenta e anemica. Nell’epoca della frammentazione e della complessità, alla comunità cristiana non si chiede di attardarsi a puntellare il proprio edificio fatiscente con un supplemento di attivismo pastorale o di moniti moralistici. Si chiede piuttosto di ritornare all’essenziale e di rispondere all’impoverimento diffuso del senso della vita con un atto straordinario di amore. Un amore misericordioso, appunto, non potrà che essere l’anima di questo progetto culturale, la scelta strategica fondamentale con la quale i cristiani possono rendere credibile la grande conversione alla misericordia alla quale ci invitava la celebrazione del Giubileo.
Provo quindi a suggerire qualche varco attraverso il quale il messaggio della misericordia può raggiungere il mondo della cultura, per rianimarlo e fermentarlo.
Come primo passo occorrerà ricordare che la misericordia è prima di tutto un dono, non un sentimento; nella sua cifra più autentica essa è profezia di trascendenza, che racchiude in sé il mistero delle origini. Tutto il nostro essere, infatti, è «impastato» di gratuità; le nostre fibre più profonde attestano il senso di una finitezza, di una creaturalità, di un debito che solo una cultura narcisistica e autocentrata può occultare. Qui si apre lo spazio di una teologia dell’amore misericordioso che in questo libro viene esplorata in alcuni tratti fondamentali. Ora però ci interessa il riverbero culturale di questa teologia, cioè la sua capacità di illuminare il desiderio del cuore, lo sguardo dell’intelligenza, la testimonianza della vita, le forme della convivenza.
Se è vero che cultura è elaborazione di un universo di senso, in virtù del quale la comunità umana continua storicamente il processo di creazione e promozione della natura, perché privarsi di quei germi di gratuità misericordiosa che spezzano l’assedio utilitaristico? E questo non solo per una sorta di equilibrio estetico tra ordine e libertà, ma prima di tutto nel nome di una vera e propria conversione dell’intelligenza; il frutto di tale conversione dovrà essere il rovesciamento completo di un modello culturale che interpreta la vita nella prospettiva del prendere, anziché in quella del ricevere; che antepone la logica dell’avere e del potere a quella dell’accogliere e dell’essere; che non riesce a guardare oltre il piano del calcolo e del tornaconto. Una cultura che non è in grado di riconoscere e apprezzare il valore del dono e della grazia difficilmente potrà aprirsi alla verticalità della trascendenza.
Si potrebbe aggiungere, inoltre, che alla misericordia come rivelazione dell’illimitato amore di Dio corrisponde nell’uomo una misericordia vissuta come virtù etica, vale a dire come sintesi di compassione e beneficenza. Essa infatti coniuga un lato «passivo» e un lato «attivo»: il primo è rappresentato dalla disponibilità a lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, fino a farsi carico della sua sofferenza; la compassione è infatti una forma elementare di condivisione, che consiste nel diventare compagno del misero fino ad assumere la sua condizione, a farsi espiazione ed ostaggio, come ci ha ricordato con forza Emmanuel Lévinas.
Il secondo lato è però quello attivo della beneficenza, che risponde all’«eccesso di male» con un «eccesso di bene», capace di elevare, promuovere, riscattare.
Due sono, in fondo, i modi possibili attraverso i quali, come osservava già Kierkegaard nel secolo scorso, l’amore può colmare la distanza infinita tra l’uomo e Dio: quello dell’elevamento del discepolo, come avviene nel re che sposa una fanciulla di umili condizioni, illudendosi di comprare il suo amore con lo splendore della magnificenza regale, e quello dell’abbassamento del maestro, del re che rinuncia al suo rango, per scendere allo stesso livello dell’altro, per farsi povero con i poveri. L’abbassamento, però, non è mai fine a se stesso ma contiene un momento positivo, dinamico, capace di far risalire la china verso il bene. Per questo la misericordia non è cieca davanti al male, non è sprovveduta dinanzi al suo fascino diabolico; essa si abbassa per sottrarre l’altro alla sua schiavitù, non per mantenersi al suo livello. Il paradigma supremo di questa dialettica di abbassamento e di elevazione ci è offerto dalla redenzione di Cristo, il quale, come ci ricorda san Paolo, non ha considerato un tesoro geloso la propria natura divina, ma ha voluto sprofondarla nell’abisso della miseria e della sofferenza, aprendo in tal modo una via salvifica di riscatto dal peccato.
Mentre la cultura moderna si esaltava dinanzi all’atto «forte» della liberazione e guardava con sospetto al momento passivo della kenosis, la cultura contemporanea al contrario sembra prediligere tale momento, fino a ricercarne una discutibile legittimazione teologica, arrivando a parlare di impotenza di Dio. Sul piano culturale occorre contrastare questa visione mutila e unilaterale di amore misericordioso, che la priva del suo momento attivo e dinamico, che le impedisce di espandersi in forza benefica ed esigente, capace di riconoscere il male, di contrastarlo energicamente.
Il suo compito è introdurre un «terzo paradigma», accanto a quello utilitaristico, fondato sulle decisioni e i calcoli degli individui, e a quello olistico, che al contrario proclama il primato della totalità sociale: il paradigma del dono, che immette nella logica contrattuale del mercato e in quella giuridico-istituzionale dello Stato una rete alternativa di circolazione di beni e di servizi Proprio questa rete invisibile di sostegno oggi rappresenta il prolungamento dell’antico regime del dono, tipico delle società primitive10. Sin dalle sue forme più arcaiche, tale regime non è estraneo a una elementare relazione di reciprocità, anche se diversa da quella, simmetrica e bilaterale, che la giustizia controlla attraverso il bilanciamento dei diritti e dei doveri. La gratuità del dono, infatti, lo sottrae all’obbligo di una restituzione, ma istituisce ugualmente una forma di responsabilità diversa da quella puramente contrattuale e legalistica: la responsabilità libera e insieme vincolante della gratitudine. La dimensione virtuosa della misericordia si realizza attraverso questo arduo tirocinio di solidarietà attiva che genera un clima di rispetto e di dedizione, capace di sostituire al circolo vizioso del sospetto il circolo virtuoso della fiducia. È difficile negare che la nostra convivenza non abbia bisogno di questa ricca ossigenazione morale.

Infine, il nostro habitat culturale ha bisogno di una lungimiranza profetica, capace di dilatare e di personalizzare lo sguardo della giustizia. «La giustizia », come ci ha ricordato Ricoeur, «con la sua logica di equivalenza, è la più alta conquista della morale umana»; una giustizia, beninteso, impegnata a rendere a ciascuno il suo in nome di una uguaglianza di opportunità, garantendo così un ordine legittimamente costituito contro gli assalti della violenza illegittima. La carità invece, egli aggiunge, conferisce «alla sollecitudine uno statuto più fondamentale di quello dell’obbedienza al dovere»; essa infatti ricava un vero e proprio principio di cooperazione dall’idea paolina del mutuo indebitamento (Rm 13,8).
Un amore autenticamente misericordioso non introduce quindi un fattore anarchico nell’ordine giuridico, ma un doppio movimento di espansione: in avanti e all’indietro, caratterizzandosi appunto come «avanguardia» profetica e «retroguardia» caritativa, insomma come ulteriorità della giustizia, in grado cioè di dilatare gli orizzonti del bene comune ma anche di accogliere e riscattare le vittime della sopraffazione. Per la sua capacità di instaurare una relazione diretta con l’altro, con la sua individualità ferita e mortificata, la misericordia resta eminentemente una virtù personale, ma non privata: la promozione della persona è un atto pubblico per eccellenza, che ha una ricaduta sociale e culturale solo se riesce a incarnarsi in un ethos permeabile alle istanze della dedizione e del perdono. Del resto, come la storia ci insegna, molte delle istituzioni che oggi si presentano ai nostri occhi come parte integrante del bagaglio culturale della società moderna, sulle quali la giustizia può esercitare la sua vigile supervisione, sono nate da forme di intemperanza oblativa: ospedali, banche, scuole, orfanotrofi non sono forse il sedimento istituzionalizzato di gesti profetici di misericordia, che oggi continuano a trovare forme innumerevoli di attualizzazione?

Per questo le teorie della giustizia più recenti e aperte sono pronte a riconoscere tale interazione profonda con l’orizzonte dell’amore misericordioso per il suo benefico influsso sulla qualità delle relazioni interpersonali. Si apre a questo punto la possibilità di una circolarità virtuosa tra quella che Ricoeur ha chiamato la «poesia del religioso» e la «prosa della morale». Ogni attestazione di gratuità introduce un nuovo paradigma esemplare nel panorama della cultura e del costume dominanti, che innalza la sensibilità e l’unità di misura del giudizio morale. Nello stesso tempo il radicalismo della testimonianza personale possiede una carica di denuncia, che si manifesta attraverso comportamenti insoliti e atti di rottura, anche formalmente illegali, che in realtà aprono sempre nuovi orizzonti alla giustizia autentica.
L’amore insegna quindi a «entrare» nell’ordine della giustizia, nel senso che lo promuove e lo dilata, ponendolo sotto l’egida del bene. Insegna però, contemporaneamente, anche a «uscirne»; insegna cioè a prendere le distanze dalle sue cadute formalistiche e legalistiche, quando la giustizia si rassegna ad assicurare una equità distributiva di superficie, consolidando lo scandalo intollerabile della disuguaglianza. Come ci ha ricordato Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia, «la giustizia da sola non basta e (...) anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni» (DM, 12). Abbandonata a se stessa, senza la forza profetica della misericordia che le ricordi le sue mire universaliste e la richiami al primato del bene comune, anche la giustizia si rovescia nella più odiosa delle iniquità: «Summum ius summa iniuria».

(Francesco Catrame)
pubblic. aprile 2017

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(Ritratto a matita di Don Francesco Catrame realizzato dal Prof. Vittorio Di Tommaso)











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 AGOSTO 2017

San Nicola la Strada
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Non solo "neve su San Nicola"...


INNO DI SAN NICOLA


L' Inno ufficiale della Città di San Nicola la Strada composto da Anna Massa e musicato da Franco Damiano

 


"L'OCCHIO su San Nicola"




Tutta la storia del programma radiofonico di Nicola Ciaramella da Radio Prima Rete (con Antonio Gazzillo) a Radio Caserta Nuova (con Giovanna Tramontano) 




ANGOLI SANNICOLESI
San Nicola la Strada e i suoi monumenti


Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Santa Maria della Pietà, Real Convitto Borbonico, Colonna romana, Tana di Mazzamauriello, Canetteria, Le Madonnelle, Mulino Palomba, Resti di Calatia e tutte le altre bellezze storiche ed architettoniche, visibili e nascoste, di San Nicola la Strada

 (sezione ideata e curata da Nicola Ciaramella e Renato Ciaramella)


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