La Capoeira e il culto degli Orishà

Il Maestro Carcarà della Capoeira Angola parla della sua esperienza tra San Nicola la Strada e Napoli

 

Il Maestro Carcarà Lemos e OGUM, la sua scuola di Capoeira, fanno l’esordio a San Nicola la Strada nel 2011 e vi rimangono per quattro anni, fin quando il maestro è costretto a concentrare l’attenzione su Napoli (zona Vomero), dove è presente la maggior parte degli allievi.

Il maestro Edimilson Cruz Lemos, in arte Carcarà, di origini afro-portoghesi, nasce nel 1954 a Salvador da Bahia, in Brasile e dimostra venti anni di meno. Pratica la disciplina brasiliana da ormai cinquant’anni. “Carcarà” è un uccello rapace, nella Capoeira il maestro assegna un “nome” ad ogni allievo. Storicamente serve a nascondere l’identità dei lottatori, per proteggerli dai controlli dei colonizzatori e oggi l’uso è rimasto come eredità della tradizione.

Carcarà arriva in Italia nel 2000 e trasmette i fondamentos della tradizione ai primi studenti e alcuni di loro oggi sono legittimati ad insegnarla.

La Capoeira come trasmessa dal Maestro Carcarà è un fatto abbastanza raro in Italia, perché pochissimi decidono di mostrarla in tutta l’estensione storica e sacra. La Capoeira è un’arte marziale brasiliana dai forti caratteri rituali, nata con i discendenti degli schiavi africani, che camuffano la lotta (proibita dai colonizzatori europei) in ballo. Tale si presenta la disciplina, un perfetto scorrere di eleganti acrobazie e tecniche di combattimento al ritmo di musica. I fondamentos della Capoeira consistono nel simultaneo insegnamento della tecnica, della storia e della musica, perché gli allievi devono sapere lottare danzando e devono saper utilizzare gli strumenti dell’arte, tra cui il berimbau (accompagnato a strumenti secondari). Il berimbau è uno strumento a corda percossa che ritualmente può essere suonato solo dal maestro, o da un allievo ormai esperto e attraverso esso si impone il “ritmo” della lotta e secondo quale stile debba avvenire. La musica comanda e i lottatori la seguono.

A ciò si aggiunge un’altra particolarità, il culto degli spiriti (Orishà) che vengono invocati e ringraziati prima, durante e dopo i combattimenti. Non a caso la scuola del maestro Carcarà è intitolata OGUM, in onore dello Spirito-Dio della guerra del Candomblé, una tradizione che sincretizza gli antichi culti africani e la religione Cattolica (identica dinamica presente anche nella Santeria, ad esempio). Ogum (raffigurato da Sant’Antonio) è collegabile tanto al dio Marte (perché guerriero) quanto al dio Vulcano (perché fabbro), una forza maschile legata (anche) al lavoro e alla vittoria. Il “pantheon” di queste tradizioni è vasto e variegato, comprendendo spiriti che “sorvegliano l’ingresso” della scuola e spiriti che “accompagnano nella lotta” trasportati dalla musica. Ci sono anche le entità legate alla morte e ai defunti, al mare e alla terra, alla gioia e al dolore, tutto ciò che l’uomo sperimenta nel divenire e nell’esserci.

La lotta della Capoeira si svolge tra due danzatori nella Roda, un cerchio rituale composto dagli allievi e dai maestri, impegnati a suonare gli strumenti. Gli strumenti impongono il ritmo e i combattenti adeguano ad esso le tecniche e i movimenti, piuttosto spettacolari. Mi testimonia Matteo, un allievo del Carcarà: «Prima sottovalutavo la musica. Poi ho capito che concentrandomi su essa ricevo maggiore forza. Potrei lottare le ore con la musica. Il Maestro ci insegna come disporci per ricevere maggiore energia dal suono del berimbau e dei tamburi».

Diventa immediato stabilire un termine di paragone tra la Capoeira e le tante altre attività da palestra quando “semplicemente sportive” o ludiche. Carcarà risponde: «I giovani spesso la prendono superficialmente, come un prodotto da supermercato e si trovano male. La Capoeira è un fatto serio. E’ una disciplina che pretende concentrazione, tempo ed energia. Non è una moda da palestra, né semplicemente ballare. E’ qualcosa di più». Non a caso egli si esprime nei termini di “alfabetizzazione della Capoeira”.

Il maestro ci ricorda l’aspetto spirituale (non necessariamente “religioso”), assai simile a quello di chi pratica – ad esempio – l’autentico Kung-fu, o l’autentico Yoga. Carcarà prosegue: «E’ cosa seria e complessa, ma che trasforma la persona, fisicamente e mentalmente. Anche moralmente. Si matura. Si cerca un equilibrio tra le forze governanti la persona». Lo scrivente è direttamente testimone della serenità e dell’equilibrio manifestati dal maestro, visibile tra uno stato di quiete e una condizione di piacevole allegria ben trasmessa.

Carcarà mi spiega che trasmettere correttamente i fondamentos della Capoeira è assolutamente necessario, perché la disciplina sta conoscendo una notevole espansione in Occidente (esiste in 169 Paesi) e ciò rischia di diluirne l’essenza. Da giovane Carcarà è allievo di due grandissimi maestri passati, il primo è Joäo Pequeno, di fama mondiale, il più grande di tutto il Brasile e il secondo è M. Gato Preto. Dal 1993 Carcarà viene elevato al ruolo di maestro a propria volta.

Quando una cosa preziosa inizia a diventare commerciale i legittimi rappresentanti devono intervenire e indirizzare il tutto sui giusti binari. Attualmente Carcarà ha circa sedici studenti su Napoli e in Italia (tra le varie regioni) ne ha avuti trecento e tutti hanno assimilato la disciplina secondo il metodo imposto dall’autentica tradizione (il costo per diventare allievi è di circa 40-50 euro al mese, trattandosi simultaneamente di insegnamento marziale, musicale e storico). Inoltre da sei anni collabora con alcune scuole di Napoli in progetti europei aventi a tema la disciplina.

Domando al maestro la possibilità di un ritorno di OGUM a Caserta, o addirittura a San Nicola la Strada. Lui mi risponde: «In un primo momento serve un numero minimo di allievi, capace di coprire almeno le spese di viaggio da Napoli a Caserta. E serve l’idea della costanza, di scoprire davvero cosa è la Capoeira. Per questo motivo a Napoli periodicamente offro alcune giornate di allenamento gratuito a chi viene per capire, per dare la possibilità agli aspiranti di provare prima di decidere». Il numero minimo consisterebbe dai sei allievi in su.

Antonio Dentice d’Accadia