“La guerra tra poveri” secondo "l'Amico Piastrellista"



Abbagli tributari e qualche considerazione sociale: commenti e considerazioni di uno specialista sulla percezione dell’imposizione fiscale.

 

In un mio saggio dal titolo Da Marx a Palomba (2017) è presente un breve paragrafo di “intervista” a una persona esperta di materia fiscale (di San Nicola la Strada) che preferisce qualificarsi come “l’Amico Piastrellista”. Preciso che il presente articolo contiene la personalissima valutazione dell’amico, con cui si potrà concordare o meno, a patto però di una sufficiente cognizione dell’oggetto in questione. L’articolo ripropone parzialmente l’argomento presente in quel paragrafo del saggio di filosofia economica e ne approfondisce alcuni aspetti. Il lavoro dello scrivente si limita alla più chiara trasmissione dell’informazione.

Si pone un problema essenzialmente percettivo, un’apparenza di differenza della condizione fiscale tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Ad esempio nel caso dell’IRPEF il pubblico solitamente cade nell’illusione che i lavoratori dipendenti siano realmente soggetti d’imposta (come concretamente non è).

Abbiamo due casi: 1) quello del lavoratore dipendente di una impresa privata, in cui le imposte fanno parte della retribuzione lorda, che spingeranno l’imprenditore all’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi prodotti; 2) e quello del lavoratore dipendente pubblico, che di fatto è esente da imposta, essendo lo Stato nel contempo creditore e debitore.

Normalmente si potrebbe obiettare affermando che il fisco riconosca tante detrazioni. Il Piastrellista replica: «Quanti di voi hanno redditi diversi che vanno accumulati alla retribuzione lorda e sui quali, a causa della progressività dell’imposta, viene applicata l’aliquota più alta? Probabilmente le entrate derivanti da questa maggiore aliquota saranno sicuramente superiori alla percentuale delle detrazioni riconosciute».

Spesso la conseguenza di questa “alterazione percettiva” porta a vedere i lavoratori dipendenti come cittadini costretti al maggior peso fiscale, a differenza dei lavoratori autonomi (tra cui l’imprenditore). Intanto, mentre “cittadino è impegnato contro cittadino”, molte grandi imprese, le realtà finanziarie e varie multinazionali seguono programmi differenti (sinergicamente all’appoggio politico).

Così slitta l’attenzione su un fatto assai differente dal problema reale e intanto l’aumento della pressione fiscale alza i prezzi sul mercato, schiacciando le classi più deboli. Più i piccoli imprenditori sono costretti ad alzare i prezzi per sopravvivere, più la condizione generale assume toni cupi e preoccupanti.

Si creerebbe di conseguenza una finta guerra tra ipotetiche classi sociali, tutte poste essenzialmente nell’unica classe esclusa dai reali progressi della grande imprenditoria, che è legata a doppio filo con la politica nazionale, regionale e talvolta anche a movimenti molto ambigui, se non addirittura con la malavita.    

Personalmente, aggiungerei che andando a sondare le specifiche situazioni si potrebbe identificare un “indebitamente forte” e un “debole” anche nella guerra tra poveri (le grandezze sono valori relativi), nulla togliendo alla pericolosa complessità di situazioni sovralocali, nazionali, finanziarie e “multinazionali”.

  

Antonio Dentice d’Accadia

-In alto, una vignetta di Franco Di Giorgio '90