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Il mio grazie agli studenti del Diaz


Mi onora essere citato come “riferimento storico della città e punto di riferimento per l’informazione


VADO SU GOOGLE E PROVO TANTA AMAREZZA


Sto facendo una raccolta di selvaggi “copia ed incolla”. Ne farò un libro. 
 

ANGOLI SANNICOLESI: San Nicola la Strada e i suoi monumenti

Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Santa Maria della Pietà, Real Convitto Borbonico, Colonna romana,  Tana di Mazzamauriello, Canetteria, Le Madonnelle, Mulino Palomba, Resti di Calatia e tutte le altre bellezze storiche ed architettoniche, visibili e nascoste, di San Nicola la Strada...

 (rubrica ideata e curata da Nicola Ciaramella e Renato Ciaramella)

(TUTTE LE FOTO DI QUESTO SERVIZIO SONO COPERTE DAL ©COPYRIGHT DEL CORRIERE DI SAN NICOLA. NE E' ESPRESSAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE O L'UTILIZZO SU ALTRI GIORNALI SENZA IL CONSENSO DELL'EDITORE)



E’ un’impresa disperata, non c’è dubbio, ma speriamo di riuscirci. Perché è veramente tanto, smisurato ed implacabile l’amore che ci lega ai ricordi e alle bellezze passate ed ora sepolte della nostra città.
Con il magone dentro, con l'ansia di chi deve far presto per non trovare altro catrame ed altro cemento al posto di quegli ultimi brandelli di storia che ancora ci sono nei vicoli, nelle stradine di campagna, all'ingresso di un “portone”, in un giardino, ad un incrocio, prima che vengano inghiottiti dalle enormi fauci di un gigante inarrestabile nella sua spietata missione di travolgere tutto ciò che appartiene al passato, convinto di farne in questo modo l'emblema del futuro.
Tracciare un itinerario storico-turistico dei monumenti e delle opere d'arte di San Nicola la Strada non è stato facile cinque lustri fa, alla fine del XX secolo, quando “Il Ponte” pubblicò “Top Guida Tuttosannicola”, figuriamoci adesso, agli inizi del terzo millennio, quando, in pochissimi anni, il volto della vecchia città ha subito un mutamento da capogiro, sostenuto dalla diffusa smania di costruire grigi oceani di palazzi, seminare polvere di bitume, cancellare ogni barlume di verde.
Quante le testimonianze di tanti storici locali, scritte, riscritte e immortalate con il sangue della passione! Quanti gli "angoli" scoperti e portati alla luce attraverso opuscoli, libri, articoli.
A tentare di scuotere gli animi al fine di salvare il salvabile di quello che un tempo fu l’ingente patrimonio artistico della nostra città, e nello stesso tempo per immortalarne i “resti” con riproposizioni storiche e dossier fotografici, fu anche il Corriere di San Nicola, che, agli inizi della sua storia, tra il ’97 e il 2001, pubblicò sulle sue edizioni cartacee una rubrica dal titolo emblematico “ANGOLI SANNICOLESI”, tesa a riscoprire soprattutto le “bellezze nascoste” della nostra città, quelle verso cui non si dirigono normalmente gli occhi del cittadino, del viandante, del “turista”, tutti molto più facilmente attratti soltanto da due o tre opere architettoniche più conosciute, quali la Chiesa di Santa Maria degli Angeli rinata dalle ceneri di un ottavo Mercalli, la chiesetta della Rotonda, il Convitto borbonico.
Tolti, quindi, questi pochi monumenti, quelli che neanche un terribile lontano terremoto è riuscito e, speriamo, riuscirebbe a distruggere, a San Nicola la Strada non è rimasto granché dei suoi gloriosi e carezzevoli vessilli architettonici.
E noi proprio di questi, riproponendo questa nostra vecchia rubrica, vogliamo soprattutto parlare.
Per ripercorrere le origini e verificare lo stato attuale, a distanza di un quarto di secolo da Top Guida e di tre lustri dalla nostra prima rivisitazione, di quegli Angoli quasi “sconosciuti” che fanno ancora parte della nostra ricchezza. Per amore della nostra storia. Per il desiderio di trasmetterla ai nostri giovani. Con l’incomparabile speranza di conservarla non solo nella nostra memoria.
Per far sì che non ci restino soltanto monumenti di cemento a misura di marziani, così lontani dai nostri occhi innamorati, così intorpiditi dalla tetraggine della modernità, così vicini alla cupidigia dei disincantati.
Vogliamo parlare di una Colonna romana, della Tana di Mazzamauriello, della Canetteria, di una fontana adornata da delfini e di un'altra a fare da sentinella a vicolo Mirri, e poi il Mulino Palomba, Le Madonnelle, i Resti di Calatia, il Palazzo de Piccolellis, il Lazzaretto, la cappellina della Masseria Cuomo, le ultime edicole votive, e poi, e poi, e poi… beh, non c'è tant'altro da raccontare...
Ma a noi basta, veramente basta, per salvare i resti di un'immagine che non c'è più, se non nei nostri cuori e nei nostri ricordi.

Nicola e Renato Ciaramella



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(TUTTE LE FOTO DI QUESTO SERVIZIO SONO COPERTE DAL ©COPYRIGHT DEL CORRIERE DI SAN NICOLA. NE E' ESPRESSAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE O L'UTILIZZO SU ALTRI GIORNALI SENZA IL CONSENSO DELL'EDITORE)



"ANGOLI SANNICOLESI": il Corriere di San Nicola ripropone una sua vecchia rubrica volta a riscoprire le bellezze storiche ed architettoniche, visibili e “nascoste”, di San Nicola la Strada...

 

 Alcuni stralci dal Corriere di San Nicola cartaceo che pubblicò, tra il1997 ed il 2001, la rubrica di Renato Ciaramella “Angoli Sannicolesi”

 

Un primo ideale itinerario storico-turistico alla (ri)scoperta dei monumenti storici sannicolesi fu pubblicato nel 1990 su TopGuidaTuttosannicola edito dal periodico Il Ponte, che si avvalse della collaborazione dello studioso Pasquale Fronzino. 

Una mappa stradale dei monumenti storici di San Nicola la Strada fu disegnata da Renato Ciaramella, che, nella stessa opera, realizzò anche la prima cartografia viaria del comune.

 


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INDICE

-"Le Madonnelle", la "Lourdes" di Via Appia  
-Canetteria, dove la storia è sepolta
-La Statua del Sacro Cuore di Gesù, frutto di raffinatezza artigianale
-Lo stemma nobiliare del Casato Santoro all'ingresso del palazzo di Via Santa Croce, 12
 



“Le Madonnelle”, la Lourdes di Via Appia
 


Piccolo angolo a metà della Via Appia, tra i numeri civici 109 e 111, che ospita, in nicchiette incastonate nel muro a mo’ di grotta, due statue raffiguranti la Madonna di Lourdes e Santa Bernadette. L’opera, alla loro venerazione dedicata, fu realizzata nel marzo del 1957 dai Padri Passionisti (in occasione di una loro visita missionaria a San Nicola la Strada volta alla celebrazione del centenario dell’apparizione di Lourdes) con la collaborazione del parroco di Santa Maria degli Angeli Don Domenico D’Andrea e dei fedeli della sua comunità parrocchiale.
La zona è dai sannicolesi “doc” conosciuta con la denominazione storico-dialettica di “’ncoppe ‘e taglie” (il nome deriva dal luogo dove, dalla metà del ‘700 fino agli albori degli anni ’60, si tagliavano le pietre di tufo).
Vi si svolge, da 35 anni, la Festa della Pace, la più giovane delle feste religiose cittadine, promossa dalla Parrocchia di Santa Maria degli Angeli. Organizzata, sin dai primi e per diversi anni, da un comitato presieduto da Felice Aievoli (storico notissimo amatissimo personaggio sannicolese), è oggi promossa dalla Associazione Giovanile Nostra Signora di Lourdes della Parrocchia Santa Maria degli Angeli, presieduta da Nicola Fiorito, e dal Comitato Festa della Pace, grazie alla cui opera la “grotta” è stata restaurata nel maggio del 2007.
Al centro della manifestazione solenni festeggiamenti in onore alla Vergine di Lourdes e Santa Bernadette. Nel programma dell’ultima edizione della Festa della Pace, svoltasi dall’11 al 15 settembre 2015, la tradizionale processione con il gruppo delle accollatrici, momenti di preghiera, recitazione del rosario, suoni dal campanile della Chiesa Madre, messe in onore della B.V. di Lourdes ed in suffragio dei defunti e per la pace nel mondo, deposizione di corona di alloro al Monumento dei Caduti, oltre a luminarie, fuochi d’artificio, stand gastronomico e spettacolo musicale in Via Dante Alighieri, giochi popolari, balli canti karaoke ed, infine, la “lotteria delle Madonnelle”.

Nicola e Renato Ciaramella


 

 

 

 

 

 

 




“Canetteria”, dove la storia è sepolta...  


 


L'inizio dei lavori per la costruzione della Reggia di Caserta indusse il Re Carlo III ad acquistare alcuni terreni necessari per aprirvi delle cave di pietra.
Ciò coinvolse anche il “casato” di San Nicola che, data la stretta vicinanza al cantiere, rappresentava il posto più idoneo.
La presenza delle cave comportò quindi la necessità di reperire dei locali dove poter riunire gli animali addetti al trasporto delle pietre.
Tali locali vennero chiamati “boverie” e per poterli costruire furono acquistati altri appezzamenti di terreno da parte dei regnanti: tra questi, l’area che si trovava ad Est della zona dove in seguito sarebbe sorta la chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Il trasporto delle pietre ebbe però giusto la durata della costruzione della Reggia, ragion per cui i locali adibiti a boverie vennero poi ingranditi per poter essere utilizzati dal seguito della corte reale.
Carlo III ed il figlio Ferdinando erano conosciuti anche come grandi amanti della caccia e per soddisfare questa loro passione acquistarono una enorme quantità di territori (dagli Astroni ad Agnano, da Licola a Calvi, dal Lago Patria a Carditello, da Caiazzo a Maddaloni e a S.Arcangelo, ecc.) che furono popolati di selvaggina di tipo diverso a seconda delle caratteristiche che essi presentavano: in queste zone sovente erano innalzati nuovi edifici o adattate ed ampliate vecchie costruzioni per consentire la permanenza del sovrano e del suo seguito durante le battute di caccia.
Così anche alla boveria di San Nicola capitò lo stesso destino. Essendo la zona molto vicina alla Reggia, quei locali vennero ampliati e riadattati a quelle che costituivano le esigenze della passione del re, e cioè a luogo di riposo, cura e allevamento di cani da caccia. Da qui il nome di “Canetteria”.
Volumetricamente la Canetteria si presentava in un primo momento soltanto ad un pian terreno, ove venivano ricoverati ed allevati i cani. In seguito, per venire incontro anche alle esigenze delle persone che si prendevano cura degli animali, vennero innalzati un primo ed un secondo piano (quest’ultimo ammezzato).
Il pian terreno è diviso in due zone. La prima che dà su Via Appia è composta di tredici bassi e retrobassi con un androne centrale e tre piccoli cortili.
In essa vi alloggiavano le scuderie e le cucine per i canettieri e i loro garzoni. La seconda zona, invece, è composta di quattro cortili e di undici bassi, dove sorgevano tre canetterie (la prima ha un cortile e tre bassi; la seconda due cortili e tre bassi simili; la terza, invece, ha tre cortili e cinque bassi, dall’ultimo dei quali si passa ad un altro cortile piccolo che ha l’uscita su Via Bronzetti).
Dei piani superiori, il primo era destinato ad abitazione di tre canettieri, mentre negli ammezzati alloggiavano i garzoni. Ogni canettiere aveva una abitazione con cinque stanze alla quale si accedeva per mezzo di due corpi scala, uno situato nell’androne di destra e l’altro nel secondo cortile a sinistra dell’androne stesso. Il secondo piano (l’ammezzato) era suddiviso in abitazioni più piccole e di minore importanza e a seconda del grado e del ruolo lavorativo del garzone vi erano camere singole o doppie alle quali si accedeva per una scala più piccola in continuazione di quella descritta a destra dell’androne.
Il complesso, nonostante la sua straordinaria origine, dopo la caduta dei Borboni ha continuato ad essere riadattato ed adibito alle più svariate funzioni, tra le quali anche quelle di alloggi militari, per arrivare ai giorni nostri a comuni abitazioni.
E’ veramente paradossale che nel mentre ti trovi ad attraversare quei cortili e ti soffermi ad ammirare, con enorme sforzo di fantasia, quelle piccole dimore immaginandole nella bellezza di quel periodo storico, all’improvviso ti spunta sopra la testa un’antenna parabolica che sta magari captando un documentario sulle meraviglie architettoniche dell’era borbonica…

Renato Ciaramella


 





La Canetteria in una foto del 1988 scattata da Renato Ciaramella

 


La piantina della Canetteria 




La Statua del Sacro Cuore di Gesù in Santa Maria della Pietà: frutto di esemplare raffinatezza artigianale.



La statua del Sacro Cuore di Gesù collocata nella Chiesa di Santa Maria della Pietà di San Nicola la Strada non è stata eseguita da un artista importante, come si potrebbe pensare in un primo momento, quando la si osserva; né si tratta di una scultura in legno opera di maggiore importanza. Essa fa parte di quelle opere prodotte in serie ed eseguite in botteghe o in laboratori artigiani da maestri specialisti in opere di culto.
E' un manufatto in cartapesta, ma ciò non toglie merito al suo valore che si fonde nelle radici della tradizione religiosa. Va guardata con occhio predisposto all’emozione che la figura stessa suscita; per questo suo specifico carattere la statua è carica di una particolare sacralità i cui particolari, comunque ben curati, contribuiscono a conferirle.
La statua è del 1972 ed è una donazione fatta alla Parrocchia di Santa Maria della Pietà, allora retta dal compianto Don Giuseppe Bartolucci, dalla famiglia Filomena e Gigino Cicala. La sua importanza è solo religiosa, magari è il simbolo di un voto o di una particolare devozione da parte della famiglia Cicala.

Grazie alla disponibilità ed al permesso del parroco Don Filippo Frattolillo, sono riuscito ad aprire la teca ove la statua del Sacro Cuore di Gesù è collocata ed ho fotografato sia la scultura sia la targhetta (posta sul lato destro della base) sulla quale è riportato il nome dell’autore. Su questa etichetta si può leggere chiaramente il nome del negozio, l’indirizzo ed il numero di telefono (un numero a cinque cifre e senza prefisso: ciò fa capire quanto sia vecchiotto) nonché l'autore, di cui però si legge solo il nome "Giuseppe" mentre del cognome c'è solo l’iniziale "D"; il restante è illeggibile perché in parte strappato ed abraso. Mentre cercavo di capire e decifrare il resto del cognome, mi sono ricordato (come in un flash) l'immagine di questo piccolo negozio. Mi è venuto in mente poiché lo vedevo sempre quando transitavo per quella strada (nei pressi abitava un mio amico di università) e ogni volta restavo colpito per la sua singolare particolarità: era piccolo, un po' angusto; il buio lo faceva sembrare quasi tetro anche per via di vari pezzi di statue sparpagliati qua e là con arti mancanti o logorate dal tempo e che stazionavano in bella mostra nella vetrina e anche in strada fuori dal negozio in attesa di restauro. Ogni volta, quindi, mi soffermavo a guardare la vetrina da cui sbirciavo con curiosità l'operosità e la tecnica di quell'artista che con la sua bravura e con una calma certosina vi si dedicava a lavorare. Ahimè, di tempo ne è passato; difatti mi riferisco a, più o meno, 33 anni fa. Quel laboratorio adesso non c'è più, attualmente vi è un negozio di abbigliamento. Senza pensarci due volte, spinto da quei ricordi, mi sono recato in Via San Carlo alla ricerca di qualche notizia di quel locale e del signor Giuseppe. Ho girato nei paraggi chiedendo informazioni a dei negozianti, alcuni dei quali ancora stoicamente in loco; sono riuscito finalmente a trovarne uno, un po' anzianotto, che se ne ricordava, anzi conosceva personalmente lo scultore e titolare di quell'esercizio: mi ha raccontato per sommi capi un po' di lui e della sua vita. Il nome esatto è Giuseppe Desiato, aveva aperto la sua attività tra gli anni 1968 e ’70; più che scultore egli era un restauratore; si occupava, infatti, prevalentemente del recupero di sculture, sacre e non, di pastori del 700, di campane in vetro con santi, di cornici e corone sacre; lavorava prevalentemente su committenza di varie chiese nella Diocesi di Caserta, ma anche con privati. Poche sono le sculture da lui eseguite; si limitava a comporne copie per mezzo di stampi e calchi in gesso e cartone. Ha contribuito al restauro e ad interventi di recupero di alcune sculture danneggiate dal terribile terremoto del 1980, tra le quali, pare sempre dai quei ricordi oramai un po’ svaniti e lontani di chi mi ha raccontato, anche i due Angeli che si possono ammirare sull'altare maggiore della Chiesa di Santa Maria degli Angeli in San Nicola la Strada; è suo, inoltre, anche il restauro della Corona di Maria Ausiliatrice nella Chiesa dei Salesiani di Caserta, voluto fortemente dal Sac. Don Stella che ha voluto immortalare l'intervento con una targa in cui è specificato l’autore del restauro. Per una serie di eventi (la fonte non ne ricorda i motivi) il Desiato ha lasciato la sua attività cedendo il negozio ad uno dei suoi figli fino al 1986-88, per poi aprirne una nuova, ma di tutt'altro genere (sembra nel campo pubblicitario), in Santa Maria Capua Vetere. Desiato è stato poi in Africa per alcuni anni con un altro suo figlio, pilota per una compagnia commerciale africana. Purtroppo, chi mi ha raccontato ha perso ogni contatto con il sig. Desiato, dispiacendosi, però, nel riferirmi che quest'artista è deceduto un po’ di anni fa. Nonostante sia trascorso del tempo da quando erano quasi dirimpettai con i loro negozi, ne ricorda con vero affetto quel sano rapporto di vicinato, che gli lasciato nel cuore un caro pensiero ed una dolce malinconia.
Mi auguro, con questa piccola storia, di aver reso semplice omaggio sia alla persona sia ad un artigiano ma soprattutto ad un'artista, che con la sua bravura e dedizione ha contribuito alla conservazione di opere che fanno parte in ogni modo della storia del nostro passato e della nostra cultura; un artista senza il quale questi capolavori sarebbero potuto andare persi ,cancellandone quei segni di vita.

Sebbene, quindi, la statua del Sacro Cuore di Gesù collocata nella Chiesa di Santa Maria della Pietà non sia di autore famoso e non sia di materiale nobile, non bisogna però sminuire la sua importanza artistica poiché è un'opera frutto di bravura tecnica, di capacità scultoree e pittoriche che solo raffinati maestri artigiani possono eseguire.
La tecnica di realizzazione è antica come il tempo ed il procedimento è rimasto uguale nonostante oggi esistono materiali diversi (come resine e siliconi) e macchinari computerizzati che ne facilitano l'esecuzione. Mi fa piacere, però, spiegare come vengono realizzate queste opere. Una volta scelto il soggetto, si eseguono vari disegni preparatori dai quali, poi, con le proporzioni dovute, si preparano stampi in gesso riproducenti le varie parti del corpo della figura. Nelle cavità di questi stampi (ricoperte di talco e cera) vengono incollati pezzi di cartone bagnati e sovrapposti in vari strati in modo da creare uno spessore consistente; gli stampi riempiti vengono chiusi ed una volta asciugati (almeno dopo 24 ore) vengono aperti, se ne estrae l'involucro cavo di cartapesta con le forme creatasi e si lascia asciugare. Tutti i componenti riproducenti la statua vengono assemblati e rinforzati con altre strisce di carta e colla ricoprendo l'intera superficie; si lascia nuovamente ad asciugare. Intanto si prepara una miscela di polvere di gesso, acqua, colla e cartone inzuppato a mo’ di poltiglia ed il risultato che ne esce è una densa pasta adesiva che viene stesa con un pennello in modo uniforme su tutta la superficie asciutta, ripetendo l'operazione in modo che alla fine tutto diventi un corpo solido e forte. A questo punto gli artigiani, con una pasta più densa e lavorabile come la creta, scolpiscono e rifiniscono i particolari anatomici modellando tutti i dettagli (come occhi, capelli, ecc.) e, una volta asciugatasi l'intera superficie viene scartavetrata, lisciata e rifinita per essere poi dipinta; si applica una mano di fondo e poi il colore di base. A questo punto entra in gioco la bravura artistica degli esecutori che con colori e smalti completano l'opera utilizzando anche lamine sottilissime di oro o argento per arricchire o risaltare i particolare e rendere così più sontuosa la statua. Questa tecnica è stata ed è tutt'ora la più utilizzata, anche se con la tecnologia avanzata vengono utilizzati calchi in vetroresina o in silicone e così anche le statue risultano essere più leggere e resistenti ai vari agenti termici. Occorre però dire che nonostante queste opere non siano fatte in legno, in bronzo o in marmo, rappresentano comunque dei grandi capolavori perché in esse sono comprese la bravura, la manualità, la fatica vera e propria, la passione e, sebbene l'evoluzione dei materiali e dei macchinari ne facilita il compito, la tecnica artistica rimane sempre tale. 

Renato Ciaramella





Lo stemma nobiliare del Casato Santoro all’ingresso del palazzo di Via Santa Croce, 12: un importante solco nella memoria storica di Terra di Lavoro.

 

 


 

Solitamente il becco del pellicano irrompe nel proprio petto e dallo squarcio sgorga il sangue di Cristo, offerto vino eucaristicamente ai tre piccoli, disposti frontalmente e pronti ad assumerne la sostanza. L’atto è comunione dal sacrificio, nel progresso dall’uomo all’Uomo, quindi Logos. Altre volte il pellicano semplicemente nutre le creature, senza necessità di (visibile) lacerazione. In ogni caso esso è l’emblema del casato Santoro (e delle linee derivanti).
La pietà dell’uccello bianco è il simbolo principe nell’araldica Santoro, di grande importanza nel casertano e in tutta la penisola. Il momento della carità si svolge dal Fratello Maggiore ai minori.
A San Nicola la Strada non sono inconsueti gli stemmi nobiliari posti all’ingresso dei vari palazzi (basti osservare lungo la Via Appia). Tuttavia uno stemma offre particolare connessione ai fatti dell’alta politica campana e romana, appunto quello del pellicano, visibile all’ingresso del palazzo in Via Santa Croce numero dodici (dai colori brillanti, probabilmente frutto di restauro). Osservando la pianta del palazzo (o più comodamente coll’ausilio di Google Map) spiccano le dimensioni, occupando buona parte del proprio lato di strada e incrociandosi, non a caso, col Vicolo Santoro.
I membri di questa importante famiglia sono tradizionalmente noti in vari contesti e cronache. Tra i personaggi di spicco della storia casertana troviamo il Cardinale Inquisitore Giulio Antonio (Ercole di Caserta, 1532 - Roma, 1602), che ricopre un ruolo primario nelle politiche della Congregazione, sfiorando addirittura l’elezione a Pontefice nel 1592. Egli è anche autore di un importante trattato sulle eresie, aspramente combattute, sollecitando alla pubblica esecuzione dei condannati al fine di scoraggiare la diffusione di idee contrarie alla Dottrina.
Ogni angelo proietta una sua ombra sul tessuto dei secoli, come anche la colta metodicità dell’Inquisitore, oggi giudicabile terribile. Nel Cinquecento i movimenti evangelici conoscono l’abiura o il rogo, alimentati dall’entusiasmo del Santoro, che assiste anche ai processi contro Tommaso Campanella e Giordano Bruno: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. E’ proprio l’Inquisitore Santoro a chiedere al Senato di Venezia l’estradizione del frate domenicano a Roma. L’alto prelato si ritrova addirittura accusato di congiurare per l’assassinio di Papa Pio IV, poi scagionato.
Al di là dell’Inquisitore - tra luci e ombre - l’illustre famiglia ha lasciato un importante solco nella memoria di Terra di Lavoro e San Nicola la Strada ne conserva più di una traccia nei percorsi quotidianamente vissuti dai cittadini. A riguardo sarebbe interessante una ricerca approfondita sulla gestione del patrimonio e delle cronache politiche locali da parte del Casato, evitando tanto l’insipidezza di un semplice pallottoliere cronologico, quanto la fanfara puramente celebrativa. L’ideale sarebbe l’attualizzazione di certi fatti, leggendone il costante presente, tra meriti e demeriti delle vicende locali, provinciali e regionali.

Antonio Dentice d’Accadia

 

 

 

 

(Dalla FotoGallery del Corriere di San Nicola, febbraio 2004)

 

 

(TUTTE LE FOTO DI QUESTO SERVIZIO SONO COPERTE DAL ©COPYRIGHT DEL CORRIERE DI SAN NICOLA. NE E' ESPRESSAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE O L'UTILIZZO SU ALTRI GIORNALI SENZA IL CONSENSO DELL'EDITORE)



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