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-di Biagio Pace- 

PRO LOCO CALATIA

La storia,
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“CLASSICA GIOVANI”  
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STORIA DEL CORPO DELLA POLIZIA MUNICIPALE DI SAN NICOLA LA STRADA 
Fu istituito nel 1991. Le carriere dei sette comandanti che sinora lo hanno guidato.

IL 20 GENNAIO DEI VIGILI URBANI 
San Sebastiano, il giorno del Santo Patrono della Polizia Municipale: le più recenti celebrazioni a San Nicola la Strada (articoli, video, gallerie fotografiche).
Le relazioni annuali dei Comandanti.
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LA STORIA DELLA PROTEZIONE CIVILE DI SAN NICOLA LA STRADA 
Fiero di averla narrata ed immortalata sin dal primo giorno sulle pagine del Corriere di San Nicola. 
Onorato di essere il giornalista più titolato a parlare di questa grandissima squadra. 
Nicola Ciaramella

IO NON RISCHIO 

Cosa sapere e cosa fare PRIMADURANTEDOPO un terremoto

-Buone pratiche di protezione civile a cura anche del Nucleo della Protezione Civile di San Nicola la Strada-

 

OGNI CITTADINO PUO' SALVARE UN CITTADINO
Tutti gli articoli del "Corriere di San Nicola" sul progetto
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LA FESTA
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(La festa delle madonnelle) 



Tutte le edizioni più recenti, anno per anno, con cronaca, filmati e foto. 


IL VADEMECUM DELLA RACCOLTA DEI RIFIUTI


Tutto quanto bisogna sapere sulla raccolta dei rifiuti a San Nicola la Strada

 

I LIBRI DI ANTONIO SERINO
Tutti gli scritti del saggista cattolico sannicolese
(Tutta la produzione letteraria è pubblicata su ©Corriere di San Nicola)

VINCENZO SALZILLO, PIANISTA

Tutta la carriera artistica del talento musicale sannicolese
(a cura del ©Corriere di San Nicola)

LA LUMMENERA DI SAN NICOLA
('A lummenera 'e Santu Nicola)
Tutte le edizioni più recenti (dal valore meramente simbolico) con cronaca scritta, filmati e gallerie fotografiche. 

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NORME IN VISTA 


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NAPOLI NEL CUORE


Tutta la storia dell'evento promosso da Alfonso Moccia narrata ed immortalata dal Corriere di San Nicola

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(TUTTO sulla carriera del
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Una LUCE sempre accesa su DON ORESTE
Gruppo Facebook "DON ORESTE NON E’ ANDATO VIA”: continua, senza pause, l’iniziativa creata da Nicola Ciaramella per mantenere sempre vivo il ricordo dello scomparso amatissimo parroco di Santa Maria della Pietà.

L'ANGOLO DELLA POESIA

 

 


Versi inediti di poeti lettori del Corriere di San Nicola

29.ma Festa del Tesseramento dell’Associazione N.S. di Lourdes 

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Un magnifico pomeriggio in Santa Maria degli Angeli all’insegna della fraternità, della fede e dell’amicizia nel nome della Santa Vergine, in attesa del 163.mo anniversario dell’Apparizione.Un magnifico pomeriggio in Santa Maria degli Angeli all’insegna della fraternità, della fede e dell’amicizia nel nome della Santa Vergine, in attesa del 163.mo anniversario dell’Apparizione. 1

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TUTTO IL "DISSESTO FINANZIARIO" MOMENTO X MOMENTO 
Come si giunse al giorno più nero della storia amministrativa sannicolese e chi nulla fece per evitarlo 

PERCORSO QUARESIMALE CON LA SANTA SINDONE 
I VIDEO dei cinque incontri del programma promosso da Don Antimo Vigliotta e dal Prof. Luciano Lanotte

“CAMMINANDO CON IL VERBO” -Parte I-

E’ uscito l'ultimo libro del saggista sannicolese ANTONIO SERINO: un’ esperienza vissuta, un percorso interiore che si è intrecciato con la parola, lasciandosi guidare, interrogare e talvolta anche destabilizzare. È il frutto di una ricerca che non si accontenta di formule, ma che desidera comprendere la realtà alla luce del vangelo.









Una esperienza vissuta, un percorso interiore che si è intrecciato con la parola, lasciandosi guidare, interrogare e talvolta anche destabilizzare. E’ il frutto di una ricerca che non si accontenta di formule ma che desidera comprendere la realtà alla luce del vangelo.






ANTONIO SERINO
 è nato e vive a San Nicola la Strada. E’ laureato in Scienze dell'Economia e Gestione delle Imprese. La sua esperienza formativa ha forte matrice cattolica perché fin da piccolo la sua famiglia era composta da persone cattoliche, particolarmente attive nella parrocchia. Per questo motivo ha partecipato alle varie associazioni cattoliche presenti. 
Ha mosso i primi passi nell’Azione Cattolica per poi passare alla vita della Parrocchia fino al Movimento Giovanile Missionario, promosso e curato dallo storico Direttore Diocesano Don Antonio Pasquariello. In questo Movimento, unitamente a tanti altri amici, ha contribuito all’animazione locale mediante raccolte fondi, mostre di oggetti di artigianato africano, nonché attività oratoriali per bambini. 
Ha fatto parte ed ancora annovera la sua presenza in associazioni culturali e religiose, in quanto fermo assertore che la coesione sia uno strumento basilare per la crescita sociale e solidale. 
Da circa trent’anni è componente del Consiglio degli Affari Economici della Parrocchia, di cui conosce la difficile gestione economico patrimoniale. 
Dal 2019 coordina il gruppo Famiglia Betania, fortemente voluto dal già parroco di Santa Maria degli Angeli, Don Franco Catrame, un insieme di famiglie che studia le esortazioni apostoliche firmate da Papa Francesco, necessarie alla famiglia di oggi per comprendere e vivere in un modo più consapevole la vita odierna. 
Dal 2020 collabora con il "Corriere di San Nicola": tutto per amore e passione, come tutti i redattori del giornale diretto da Nicola Ciaramella.
E’ vicepresidente della “Pro Loco Calatia” di San Nicola la Strada.

Scrittore, saggista, ha scritto i seguenti libri (tutti pubblicati integralmente su "Corriere di San Nicola"):
 -“Working progress”, 2021;
-"Cara famiglia”, 2022;
-“I quaderni della Famiglia Betania”, 2023;
-“Giovani e chiesa a confronto: quale religione?”, 2023; 
-"La fede è in noi", 2024;
-"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza", 2024;
-“Camminando con il verbo”, 2025. 

WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Introduzione e parte I) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte II) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte III) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte IV) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Quinta e Ultima Parte) 

CARA FAMIGLIA -di Antonio Serino- 

I Quaderni della Famiglia Betania 

"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" 
"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" PARTE II 
"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" PARTE III e ultima 

"La Fede è in noi" 

"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE I- 
"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE II- 
"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE III- 

“CAMMINANDO CON IL VERBO”  -PARTE I 



Antonio Serino è saggista e scrittore conosciuto per la sua produzione letteraria di stampo cattolico e per il suo legame con la sua città natìa, San Nicola la Strada.

Egli  incarna quel tipo di intellettuale locale che unisce fede, cultura e impegno sociale. I contenuti descritti nei suoi testi sono profondamente radicati in una visione spirituale e comunitaria della vita. Ciò che colpisce è la sua capacità di unire fede, memoria storica e impegno civile in un linguaggio che non è mai distante, ma anzi vicino alla gente, alla sua terra, alla sua comunità. Infatti, il messaggio lanciato ai lettori è lineare e comprensibile, soprattutto per chi condivide una certa sensibilità spirituale o culturale. Il suo stile è intimo, diretto e meditativo e tende a privilegiare la chiarezza del cuore più che quella accademica. Sono sempre evitati tecnicismi o costruzioni troppo complesse, per cui i suoi testi sono resi fruibili anche da lettori non specialisti. Nei suoi scritti, che seguono comunque un filo logico, spesso scandito da riflessioni spirituali o civiche che si sviluppano in modo progressivo, c'è sempre un punto di partenza (una domanda, un incontro, un evento, una festa religiosa) e una conclusione che invita alla riflessione o all’azione.
Nei suoi scritti Serino non parla della fede come concetto astratto, ma come esperienza quotidiana, fatta di dialogo, ascolto e presenza, evidenziando un invito alla partecipazione attiva. Non cerca l’effetto ma la sostanza, ed in questo riesce a toccare corde profonde, soprattutto in chi condivide il suo amore per la terra, la fede e la cultura.
Alcuni suoi testi possono richiedere una certa disponibilità interiore: non sono pensati per essere letti in fretta, ma per essere meditati. E questo, in fondo, è parte del loro valore.
Di recente, Antonio Serino si è anche cimentato nella composizione di testi musicali religiosi, sempre attinenti le vicende quotidiane che colpiscono l'interiorità dell'uomo, e sono rappresentate per lo più come sottofondi di cerimonie e riti religiosi.

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Leggi Dossier 
I LIBRI DI ANTONIO SERINO



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PARTE I 


La vita dell'uomo altro non è se non una strada curva e tortuosa che lo proietta in uno spazio sconosciuto in cui nessuno può accompagnarlo e dargli un orientamento.        Solo la sua conoscenza potrà costituire la sua unica fonte di sostentamento. Per questo motivo sta esclusivamente a sé stesso ed al suo comportamento dare luce ai propri passi per poter proseguire su quella strada che lo porterà ai suoi obiettivi ed alla sua libertà.  

                                                 Antonio Serino

                                                           

Religione & Spiritualità

Dedicato a chi cammina senza certezze assolute,                

ma con il desiderio profondo di comprendere.                                  

A chi si lascia interrogare dalla Parola,                                        

anche quando fa male o sembra distante.                                            

A chi cerca luce nella realtà                                                                    

e non ha paura di affrontarla con coscienza.                                      

A chi ha condiviso con me passi, silenzi, domande.                

Questo libro è per tutti.                                                                              

E per il Verbo, che cammina con noi,                                            

anche quando non ce ne accorgiamo.

“Lo scopo della tua vita è amare ed essere pronto sempre a imparare ad amare gli altri, come solo Dio può insegnarti. Qualsiasi cosa farai nella vita avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene, perché veramente tutto è un dono. Sei speciale perché hai una missione grande. Il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore. Fidati. Ne vale la pena!”

(Lettera testamento di Chiara Corbello al figlio)


Prefazione

Viviamo in una epoca in cui le domande dell’uomo sembrano moltiplicarsi, mentre le risposte si frammentano tra voci discordanti. In questo contesto, il Vangelo continua a interpellare la nostra coscienza, offrendo una luce che non si spegne. Quindi, riflettere sul Vangelo non significa voltare lo sguardo dal mondo, ma spalancarlo. In un tempo in cui l’uomo è spesso travolto dagli eventi, dalle urgenze, dalle contraddizioni della modernità, meditare sulle parole di Cristo diventa un atto di resistenza e di verità. È nella profondità del messaggio evangelico che l’essere umano può ritrovare la capacità di abitare pienamente la realtà, senza fuggirla né subirla. Meditare sul Vangelo diventa un atto radicale di apertura alla realtà. È imparare a leggere gli eventi, le relazioni, le sfide e le gioie della vita con uno sguardo nuovo, illuminato dalla coscienza che nasce dall’incontro con Cristo. Le riflessioni raccolte in queste pagine sono nate lungo il cammino — reale e simbolico — di chi ha scelto di lasciarsi interrogare dalla Parola. Sono pensieri che si confrontano con la cultura, con la fragilità, con le domande del nostro tempo. Non offrono risposte preconfezionate, ma aprono spazi di meditazione, di confronto, di crescita. Questo libro nasce dal desiderio di mettere in dialogo le riflessioni contemporanee con la Parola evangelica, non per giudicare, ma per comprendere e propone un cammino: un confronto sincero tra le inquietudini dell’oggi e la voce del Cristo, che parla ancora, se sappiamo ascoltare. L’invito è quello di sostare, riflettere, e forse anche a lasciarci provocare. Perché il Vangelo non è un testo da archiviare, ma una presenza viva che continua a interrogare ogni epoca. Scrivere questo libro è stato, prima di tutto, un atto di ascolto. Ascolto della Parola, ma anche delle voci che abitano il nostro tempo: le domande, le inquietudini, le speranze. Un percorso personale, fatto di riflessioni condivise, di confronti sinceri, di momenti di luce e di ombra. Non è un trattato teologico, né un diario spirituale: è un tentativo di mettere in dialogo la vita con il Vangelo, senza filtri, senza timori. Ogni pagina è un passo. Ogni passo è un invito. A chi legge, auguro di trovare non solo parole, ma compagnia. Perché il Verbo non è distante: è presenza che cammina con noi, se solo impariamo a riconoscerlo. Che tu sia credente, dubbioso, o semplicemente curioso, questo libro è un invito a pensare, a cercare, e forse a scoprire che tra le pieghe del moderno si nasconde ancora il desiderio di eternità.

Antonio Serino

1 – IL COSTO DI UNA VITA

Ormai da tanto tempo non possiamo più collegarci con gli organi di informazione, sia pubblici che privati, che non si apprenda notizia tragica di un assassinio, di un omicidio o di una efferatezza commessa ai danni di qualcuno, semmai a causa anche di futili motivi. Di recente, poi, ancor più drammaticamente, stiamo annotando come tali eventi siano commessi da soggetti in giovanissima età, oppure da facinorosi teppisti che sono a corto di rispetto per le cose e le persone e che trovano estremo bisogno nello sfogarsi contro persone inermi o inconsapevoli di ciò che gli sta per accadere. E’ un paradosso. A cosa si è ridotta la vita di un uomo, cosa è diventata l’essenza della persona. Un lungo peregrinare in cerca di ottenere il piacere personale a discapito dell’umiltà, della sofferenza, della morte da infliggere a qualcuno. E quel qualcuno, nella stragrande maggioranza dei casi, è una persona con cui precedentemente si è convissuto oppure si è allacciata una relazione, che può essere di sentimento o comunque di passione, che purtroppo è venuta a meno e che adesso è stata riscattata col sangue. Si vive così, senza un vero scopo, senza avere un obiettivo reale che possa recare soddisfazione, anche maggiore dell’enfasi che può procurare il delitto che si sta per compiere. Assistiamo anche che in tutti i casi che ci sono comunicati attraverso i vari telegiornali e le moltissime trasmissioni televisive che ormai riempiono i palinsesti delle televisioni, questi crimini sono eseguiti senza alcun ripensamento da parte degli esecutori, che non mostrano alcun segno di pentimento o di rimostranza per ciò che hanno commesso. Tutto questo appare strano perché siamo nell’età della cosiddetta “ragionevolezza”, vale a dire una epoca in cui dovrebbe prevalere il senso del dialogo, del parlare, del confrontarsi. Ma evidentemente ciò non è ancora di pubblico dominio, per cui non tutti sono a conoscenza che i problemi o anche le più difficili circostanze possono essere trattate con modalità sociale, con risorse messe a disposizione dalla comunità che, nonostante tutto, tiene in debita considerazione l’andamento sociale e l’evolversi delle condizioni socio culturali di ogni territorio, per cui provvede alle conseguenti necessità assistenziali. Eppure, ciò nonostante, si assiste ad un incremento dei crimini che quotidianamente affliggono le nostre attenzioni, come se non esistessero ben altri problemi, di portata certamente superiori e di entità molto più sociale. L’uomo, in queste circostanze, considera nulla la vita di una persona, che però gli costerà almeno svariati anni di carcere, di proprio annullamento, ed il dubbio di un futuro che non gli prospetto niente di buono. Allo stesso modo ritornano alla mente episodi in cui il valore della vita sia stato invece preso in considerazione in modo differente. Per prima cosa ritorno alle personali reminiscenze evangeliche per riportare il caso della prostituta che si reca da Gesù. La donna, che lo aveva sentito parlare per le strade e che aveva deciso di pentirsi della vita peccaminosa che aveva fino ad allora vissuto, aveva deciso di recidere col passato e di passare a vita nuova e per dimostrare tale intenzione, superando ogni difficoltà per accedere nell’abitazione che in quel mentre stava ospitando Gesù ed alcuni dei suoi fedeli accompagnatori, si reca proprio verso Gesù. Mostrando un vaso contenente essenza di cardo, che era un profumo tanto intenso quanto costoso, lo versa sui propri capelli ed inginocchiatasi ai piedi di Gesù glieli bacia accoratamente e li asciuga con i suoi capelli imbevuti di quella odorosa essenza, e noncurante dell’attenzione che gli astanti le riversano addosso con la minaccia di essere cacciata dalla casa, si prostra a Gesù in segno di consapevole mancanza e di riconoscimento degli errori fatti. Gesù la difende dagli attacchi degli stupefatti presenti redarguendoli che nessuno di loro ha fatto simili gesti di prostrazione o di rispetto verso di lui e specifica loro che quell’atteggiamento che stava assumendo quella donna le viene dal cuore e non da quella ipocrisia che affliggeva il mondo circostante, per questo che la consola dicendole che tutto il suo passato le è stato cancellato e adesso può tornare a vivere a vita nuova, nella fede e nella speranza di una vita sana e gioiosa. Ci domanderemmo: dove sta il nesso con la casistica di cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Quel profumo che la donna, molto generosamente ha utilizzato per deliziare i piedi di Gesù era stato valutato dai presenti circa 300 denari e, sappiamo per certo che un denaro equivaleva alla paga giornaliera di un operaio, per cui se ne potrebbe dedurre che quel prodotto aveva un costo eccessivamente esoso per quei tempi ed utilizzarlo per inumidire dei piedi costituiva uno spreco enorme e come dicevano quei signori presenti all'evento, si sarebbe potuto vendere a ricavare tanto denaro per sostenere tante spese. Ma non è tanto il gesto in sé stesso praticato che interessa quanto il suo valore mostrato. Infatti, un valore così alto offerto non per la vita ma solo per far perdonare dei peccati commessi non è paragonabile per niente agli spiccioli di oggi, sostituiti da motivi infondati oppure screzi familiari ed ancora rapporti personali andati deteriorati: tutto comunque riveste carattere di pochezza per la considerazione del valore di una vita. E che dire poi della stessa vita di Gesù che è stata “venduta” per trenta miserabili denari, serviti alla fine solo per far acquistare dai sacerdoti del tempio il terreno cui sui Giuda, riconosciuto l’ingiusto tradimento, si toglie la vita impiccandosi. Trenta denari! Gesù perde la vita o meglio dona la propria vita consapevole di quanta poca considerazione ha avuto da tutti gli uomini per quanto stava compiendo. La vita di Gesù è costata meno di un salario mensile di un operaio, nemmeno un paragone possibile con il dono fattagli dalla donna pentita. Al di là dell’azione peccaminosa perpetratagli, della sofferenza inflittagli, non è stata nemmeno possibile identificare una equa valutazione della vita che gli stava togliendo. Ma oggi, purtroppo, con il corrente modus vivendi dell’uomo, siamo ritornati ai tempi di Gesù, a duemila anni fa, la vita della persona non ha più tanto valore, si può non tenerne conto se deve essere sottratta o meno al malcapitato, non deve essere considerata al pari di un rifiuto rivolto ad un uomo che non può trarne piacere, orgoglio o soddisfazione personale. Quanto vale dunque oggi la vita di una persona? Poco, tant’è che è divenuta merce di scambio ed oggi si pesa sulla bilancia dove sull’altro piatto sono poste le azioni di riscatto del proprio egoismo.

2 – ABBANDONARSI A CRISTO

Durante le nozze di Cana, allorquando Gesù non si sente ancora pronto per la sua missione salvifica, la Vergine Maria chiama i servi e dice loro di fare tutto quello che suo figlio comanderà loro di fare, nonostante le abbia detto che non era ancora giunto il momento per far sapere a tutti del progetto di Dio. Ma Maria comunque dice ai servi di procedere. Cosa vuol dire? Ciò sta a significare che al di là del fatto che già lo conosce ovviamente come figlio, è anche consapevole della potenzialità che ha Gesù di provvedere alle necessità del momento e per chiunque ed è per questo che gli si può chiedere di tutto ma occorre poi lasciar fare tutto a Lui, occorre solo abbandonarsi alle sue cure ed al suo intervento. Di conseguenza, per lasciare tutto in mano a Lui si deve avere la piena consapevolezza di quello che si fa, cioè aver fede nel suo operato e nel risultato che otterrà grazie alla sua infinita potenza. Ma la cosa che risulta più bella è che Gesù interviene nonostante la sua difficoltà iniziale, cioè di non ritenersi ancora pronto per la circostanza, ma anche per il fatto che si sta opponendo alla richiesta di favore da parte di sua madre ma, proprio per rispondere alla necessità degli sposi di quel momento, Egli accetta il suo destino ed inchina il capo alla volontà di Dio Padre predisponendosi per la prossima sofferenza che comunque già gli è stata presentata. Come interpretare l'evento? Gesù allora ha offerto la sua sofferenza per le necessità di quegli sposi ma anche oggi Egli interviene alle nostre necessità ma noi ne vediamo solo il risultato, che è sì la cosa più gratificante, ma non ci fa ravvisarne la responsabilità e ci mostriamo insensibili alla sua decisione di farsi male e poi morire per riscattarci dal nostro continuo egoismo. Come potremmo allora adeguarci a quella sua decisione? Se non altro, almeno mostrarci consenzienti e gratificanti per l’amore misericordioso col quale Gesù offre la propria vita per il bene dell’intera umanità, nessuno escluso. E poi, responsabilmente, nel senso di avere cognizione della grande disparità di peso che non si controbilancia in questo contesto, così che all’uomo che chiede la soluzione alle proprie necessità, esprimendo con parole questa mancanza che legge dentro di sé o nella propria vita, Gesù risponde prima con evidenti fatti come i tanti miracoli e prodigi concessi e poi soffrendo per la persecuzione e offrendosi martire sulla croce, che per quell'epoca era un segno inequivocabile di trattamento riservato a malfattori e delinquenti della peggiore specie. Purtroppo oggi non abbiamo la dimestichezza o la disponibilità a riconoscere tutto ciò che è stato fatto duemila anni fa. Eppure, questi eventi non sono passati e né saranno mai posti nel dimenticatoio delle vicende umane. Non si può ritenere infatti un capitolo chiuso l’arrivo di un bambino che nasce santo, in modo del tutto anomalo, che diventa adulto ma se ne perdono le tracce; e poi intorno ai trent'anni ecco che all’improvviso riappare per annunciare al mondo la venuta al mondo del Messia, di Colui che con la sua predicazione rivoluzionerà il modo di pensare sia dei cristiani che dei pagani, e a coloro che rivelerà la sensazionale trasformazione dei cuori duri che presto diventeranno umili. E' una storia che va riletta in ogni istante della vita di ciascuno.   Abbandonarsi a Cristo non è solo un atto di fede, ma anche una scelta che può trasformare profondamente ed effettivamente trasforma la vita interiore. Sussistono alcune interpretazioni spirituali e teologiche che spiegano perché questo abbandono “torna utile”, non nel senso utilitaristico, ma come fonte di pace, forza e libertà. Ad esempio, nel Diario di Santa Faustina Kowalska, è Gesù stesso che proclama: “Abbandonarsi significa smettere di voler controllare tutto e lasciare che Dio agisca”. Questo porta sollievo, perché ci libera dall’ansia di dover risolvere ogni problema da soli. L'abbandono è anche la realizzazione della pace interiore: Padre Jeff Kirby, parroco di una chiesa cattolica negli USA, autore del libro Be Not Troubled, scrive che l’abbandono alla Provvidenza è la via per la pace e la santità, perché ci permette di vivere il momento presente come luogo dell’incontro con Dio. Ma non dobbiamo neanche dimenticare che l'abbandono come lo stiamo qui rappresentando realizza anche una crescita spirituale tant'è che Gesù “imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Eb. 5,7-9) e che anche Maria, nella sua desolazione, si abbandonò completamente a Dio: questo significa che l’abbandono non è passività, ma un atto d'amore e di fiducia che fa crescere spiritualmente, anche quando tutto sembra crollare; ci aiuta a ritrovare un senso profondo nelle situazioni più oscure. In definitiva, accorgersi della necessità di affidarsi o, come stiamo verificando noi in questa fase, abbandonarsi del tutto a Gesù, ci apprestiamo a raggiungere una serenità interiore che ci accompagna anche nelle avversità in quanto ci fa sentire la presenza di Cristo intorno a noi; produce una maggiore consapevolezza interiore, origina una effettiva chiarezza nelle scelte da effettuare e si realizza una consistente resilienza nei momenti di prova perché come riportava Don Dolindo Ruotolo “l'abbandono libera Gesù di agire, arricchendoci di miracoli e abbondanza spirituale”

3 - LA DONNA IMPURA

La donna indicata nel Vangelo è miracolata da Gesù, è salvata – e non solamente sanata - semplicemente mediante il tocco del lembo del suo mantello. Innanzitutto perché guarire è rivolto solo alla sanificazione del corpo cioè risanamento corporale che evidenzia la normale salute di una persona. Ma salvare è tutt'altra cosa: è riportare la persona al centro della sua stessa vita, non solo corporale ma vitale e spirituale. Con l'atto della “guarigione”, Gesù non toglie solo la malattia che affligge quella povera donna, che oltre ad affrontare la stessa malattia deve far fronte all'esclusione dalla società in quanto ritenuta impura e perciò non facente parte della comunità oltre al fatto che quella tipologia di patologia la costringeva costantemente a farsi visitare da dottori con il dispendio di quelle poche risorse economiche di cui fruiva. Gesù si accorge di quella situazione, particolare, e voltatosi alla folla circostante chiede chi sia stato a toccarlo perché, dice, “ ho sentito una energia che usciva dal mio corpo”. La donna, misera, afflitta dai dolori e dai pregiudizi altrui chiede perdono a Gesù se ha osato pronunciarsi verso la Sua persona ma tanto era il desiderio e la consapevolezza che il solo tocco del Suo mantello l'avrebbe salvata, non ha più esitato e affrontando il disprezzo dei presenti si lancia verso Gesù e riesce ad afferrare un sottile lembo del mantello di Gesù, diventando all'istante miracolata. E mentre la donna lo sta ringraziando per il dono dell’avvenuta guarigione, Gesù la conforta spiegandole che non è stato Lui a guarirla ma la sua stessa Fede, talmente forte, certa, tenace, così genuina perché è caratterizzata dall’assoluta certezza o convinzione che anche solamente sfiorando con le dita la Sua veste avrebbe ottenuta la sospirata salvezza. Ben risponde Gesù che non solo l’approva ma, rivolgendosi ai suoi Discepoli rappresenta loro come tale donna, che finora non aveva mai incontrato o conosciuta, gli porti tanto rispetto, devozione e venerazione e gli esprime la sua estrema fiducia nel poter essere guarita se solo fosse stata in grado di ”toccarlo”. Gesù è meravigliato da quella sincera e genuina predisposizione ma tiene a precisare che tutto quel suo amore dimostrato non avrebbe ricevuto degna considerazione se non l’avesse invocato e tale azione si concretizza dimostrando la propria fede in Gesù, con la sicura e indefinita certezza che Egli le presterà il richiesto aiuto. Quanta Fede ha mostrato quella donna! Ed è stata quella Fede a salvarla. Ma Gesù non si ferma qui! Chiede alla donna di uscire allo scoperto, nel senso di farsi vedere, non da Lui, ma da tutta la gente che lo sta circondando. Perché? Perché quella gente, che finora l'aveva esclusa dalla propria considerazione ora deve sapere che quella donna è stata SALVATA, non solo GUARITA, quindi lei deve essere reintegrata nel contesto sociale e non più abbandonata a sé stessa. Cosa vuol dire a noi e cosa rappresenta questo evento così dettagliatamente evidenziato nella Parola di Gesù? L’uomo oggi è circoscritto dai suoi limiti e da tante vicende per cui non riesce a prestare attenzione a ciò che lo tira fuori dai problemi giornalieri, perché la sua forza interiore, cioè la sua Fede si è sganciata dalla dinamica del rapporto con Dio, perciò ogni certezza si basa essenzialmente sulla propria convinzione che se riuscirà a risolvere i propri dilemmi sarà stato in forza della semplicità della questione, ma nel caso in cui non troverà alternative allora si abbandonerà a meditare tristemente che tale è il fato! Ed allora ci domandiamo: dov’è andato a finire l’abbandono in Cristo? Dove ha messo l’uomo la certezza che sarebbe stato esaudito ad ogni invocazione inoltrata al Signore? Purtroppo ci accorgiamo che non ci sono domande essenziali, non avvertiamo il bisogno del contatto, dell’aiuto, non siamo in linea con la nostra vera natura che ci consentirebbe di avvantaggiarcene sfruttando l'intervento risolutore da parte di Colui che fin dai primordi della Creazione offre la propria opera, gratuitamente. La nostra Fede è divenuta in pratica un puro elemento virtuale che si sprigiona all’occorrenza e che solo in presenza di segni visibili indicherà quanto sbaglio sia stato commesso. Oggi il Signore ci chiede, come ha fatto alla donna impura, di essere pronti a farci salvare, e non solamente ad essere guariti dalla cecità che il mondo ci propina quotidianamente. Oggi Egli vuole che noi tralasciamo le cose inutili della vita perché potessimo vivere come Lui ci propone, vuole che diventiamo consapevoli della salvezza che ci offre affinché potessimo poi presentarlo al popolo fedele. Tutto sta nella Fede, cioè abbandonarsi alla Sua volontà, a quella certezza che ci viene a salvare e a ridare la vera vita.

4 – PIETRO

Tra tutti i personaggi del Vangelo San Pietro riveste i panni di un personaggio molto forte da valutare attentamente, in quanto nonostante non fosse dotato di una propria cultura né di una preparazione religiosa se non quella contemplata dalla propria appartenenza ebraica, egli è l'unico a mettersi in gioco, a criticare, ad obiettare, ad esaminare, a decidere e poi, alla fine dei suoi giorni, anche a raccomandare di fare ciò che è stato rivelato da Gesù, ma solo perché egli stesso aveva finalmente compreso il contenuto pieno del messaggio evangelico. Ma, dicevamo, che non è stato sempre così. I suoi dubbi e le sue ritrosie verso i discorsi a cui era stato presente non lo avevano scalfivano di certo nella sua interiorità, forse anche giustamente, perché ascoltare discorsi e ragionamenti del tutti innovativi, proposti da uno sconosciuto, e diretti ad una platea di persone per lo più non colti, avrebbero potuto trarre in inganno qualsiasi uomo che si sia trovato al loro posto. Ma nel caso di Pietro vi sono ragioni che devono essere prese viste sotto altre angolature. La titubanza di Pietro verso Gesù, prima del suo riconoscimento finale, è uno degli aspetti più umani e profondi della narrazione evangelica. Alcune chiavi di lettura che aiutano a comprendere questo comportamento possono riguardare la sua fragilità umana e la sua paura, in quanto Pietro è descritto come un discepolo impulsivo e appassionato ma anche vulnerabile ed anche quando nonostante la sua genuina dichiarazione di fedeltà (“Anche se tutti ti abbandoneranno, io non ti abbandonerò mai”), quando Gesù viene arrestato, Pietro è sopraffatto dalla paura e, come ben sappiamo, lo rinnegherà tre volte. Ma il suo tradimento non nasce da mancanza d’amore, ma da una profonda crisi interiore: Pietro non ha ancora compreso pienamente il significato della missione di Gesù e cosa comporti seguirlo fino in fondo, tant'è che dapprima Pietro riconosce Gesù come “Figlio del Dio Vivente”, ma immediatamente dopo rifiuta l’idea della sua passione e morte a tal punto che è rimproverato severamente da Gesù che lo apostrofa duramente con la parole “Va’ via da me, Satana!” Questo mostra che Pietro ha una visione messianica ancora influenzata dalle aspettative terrene: si aspetta un Messia glorioso, non un servo sofferente. Quel triplice rinnegamento diventa all'occasione un momento di rottura col passato ma anche di rivelazione. Pietro infatti si rende conto della sua debolezza e piange amaramente. È solo dopo questo provvidenziale crollo che può davvero comprendere la misericordia di Gesù e il significato profondo del suo amore. Durante la tempesta che coglie di sorpresa i Discepoli di Gesù sulla barca e, in particolare, la paura che investe Pietro è un avvenimento del tutto sorprendente, visto che il coraggio sempre raccomandato da Gesù ai suoi Apostoli, di affrontare le situazioni che li vedevano coinvolti, non doveva mai venir meno in quanto erano sempre e comunque protetti dalla Sua mano invisibile. Eppure, mai come in questo caso tutti i presenti erano stati colti da paura dell’imprevisto e sfiduciati dal momento tragico che stavano vivendo. Sappiamo tutti cosa accadde in quella circostanza: Gesù si avvicinò alla loro barca che continuava a traballare per le ondate dell’acqua su cui camminava per recarsi da loro. Pietro e gli altri impauriti di trovarsi di fronte ad un fantasma, chiesero alla figura che si approssimava alla loro barca chi fosse ed alla risposta incoraggiante del loro Signore Pietro, ancora incredulo e per metterlo alla prova gli chiese che Egli lo invitasse ad andare da Lui, così che il fatto potesse dimostrare di poter avere tranquillità. Gesù lo accontentò e quando Pietro, preso dal tremore perché sta per cadere in acqua gli chiese sostegno, gli tese la mano per risollevarlo. Gesù gli ha dato ancora una volta dimostrazione di quanto Egli sia protezione ma anche punto di riferimento per tutti, non solo per Pietro e che ogni cosa vada fatto in prospettiva di un rapporto di fiducia con Lui. Gesù tende la mano a Pietro non solo per aiutarlo nella situazione di difficoltà in cui si stava trovando, ma è anche perché sa che il suo discepolo non è in pace con sé stesso, perché l’assilla il problema che Gesù deve risolvere necessariamente tutti i problemi della gente, di tutti, compreso i pagani, e questo distrae Gesù da un'altra attenzione ritenuta più fondamentale: non si sta accorgendo,infatti, che anche il suo popolo, ed in particolare i suoi fedeli seguaci hanno bisogno di Lui, hanno necessità della sua Parola, dei suoi miracoli per comprendere sempre più, atteso anche che la preparazione culturale di ognuno di loro non andava oltre la sufficienza. Ed allora Gesù cosa fa? Si rivolge a Pietro, ma quel gesto è un invito rivolto a tutti i discepoli presenti sulla barca e, oggi giorno, anche per tutti noi discendenti di quella comunità, e gli chiede se ha ancora fede e se è tale fede gli sia di totale abbandono al suo Signore. La Fede di Pietro, come quella di tutti i Discepoli presenti barcolla, perché abbisogna della certezza, della Consapevolezza di chi hanno di fronte (che in quel momento rappresenta la loro stessa Fede). Quando la realtà gli diventa più chiara Pietro si accorge del peccato commesso ed allora si prostra chino e gli chiede perdono per non aver creduto. Gesù lo conforta e gli confida che tutto ciò altro non è se non una piccola prova a cui li ha sottoposti (ma ricordiamoci sempre che il discorso, in quel caso diretto agli astanti dell’epoca è un monito che si riflette nel tempo e nello spazio ai giorni nostri), tanto per saggiare la loro fede, al momento abbastanza piccola da non credere ancora nella sua divinità e nella potenza che gli veniva da Dio Padre. Ma ciò nonostante, come si evince dall’epilogo in questione, è bastata una piccola e ingenua invocazione perché Gesù intervenga: tutti hanno ripreso coscienza del proprio Credo ed allora possono beneficiare dell’aiuto del loro Signore. Gesù grida “uomini di poca fede !”, perché? Nell’atto in cui Pietro si sente salvo dalle acque abbraccia Gesù e gli chiede perdono: stranamente le acque si rasserenano e riprendono la loro normalità; ci accorgiamo come, in quel caso, si siano risolte le loro preoccupazioni. Quindi, ne deduciamo che quello stato di cose rappresentava lo stato dell’animo dei discepoli che adesso avevano ritrovato la propria serenità d’animo. E’ in quel preciso istante, cioè quando Gesù si accorge che finalmente Pietro si è abbandonato totalmente a Lui, cioè ha avuto consapevolezza della forza della propria Fede, solo allora gli confessa di aver per lui grandi progetti e responsabilità importanti, perché la sua fede sta diventando così grande che potrà anche affrontare qualsiasi situazione e ogni genere di problema a cui saprà dare giusto adempimento, in quanto ha preso consapevolezza della portata della sua Fede. L’atto di riconoscenza del potere di cui Egli è dotato si manifesta anche in altra circostanza, quando chiede ai suoi fedeli seguaci chi dice la gente che Egli sia : mentre qualche Apostolo riporta le definizioni date dalla gente del luogo, il saggio Simone lo riconosce come Messia e vero Figlio di Dio. Davanti a tale certezza Gesù si meraviglia della compostezza con cui il fidato fedele esprime la sua opinione; ne resta colpito e comprende come quella serenità di veduta non sia stata partorita dalla sua mente ma provenga da un intervento divino che gli ha aperto gli occhi in quel modo, presentandosi in un modo fermo. Quella capacità di dimostrare con certezza ciò che aveva affermato concretizzava una possibile guida per tutti i seguaci, presenti e futuri, che d’ora in poi potranno erigere la propria fortezza cristiana. E’ per questo motivo che gli trasforma il nome per cui non lo chiamerà più Simone ma Pietro, cioè “roccia”, certezza su cui erigerà la propria Chiesa. Però, oltre alla lettura tradizionale della titubanza di Pietro come espressione di fragilità umana e paura, ci sono anche altre interpretazioni, che potremmo definire di natura teologica o pure simbolica che ci possono aiutare nel comprendere i suoi atteggiamenti verso Gesù ma anche verso i suoi stessi fratelli Apostoli. Per esempio, secondo i Carmelitani, Pietro è contemporaneamente fondamento ed ostacolo: diventa infatti la “pietra” su cui Gesù edificherà la Chiesa, ma anche quella che inciampa quando non comprende la logica della croce, tanto per rappresentare il dualismo che evidenzia come la fede non sia una linea retta, ma un cammino caratterizzato da cadute e risalite. Ma andiamo oltre. Nella sua missione Gesù sceglie persone normali, diremmo molto normali, non discepoli perfetti bensì prettamente cuori disposti a imparare e il nostro Pietro è titubante perché è in formazione: la sua fede cresce attraverso errori, dubbi e rivelazioni e la sua evoluzione diventa un modello per ogni credente: non si nasce “roccia”, lo si diventa. Secondo alcuni teologi,inoltre, il triplice tradimento posto in essere da Pietro concretizza un vero e proprio rito di purificazione, nel senso che Pietro deve affrontare il suo personale fallimento per liberarsi dalle sue remore, svincolarsi dalle sue paure, rendersi veramente libero e quindi riuscire a acquisire quella consapevolezza necessaria per poter guidare il gruppo degli Apostoli. Quella sua titubanza, dunque, era fondamentale perché trasformasse il proprio orgoglio in umiltà. Questa, se vogliamo, è la configurazione stessa della Chiesa: un popolo perennemente in cammino, con le regole, con la Chiesa, con la Fede: un cammino con Dio.

5 – PAURA & CORAGGIO

A volte siamo portati o ci sentiamo di non esprimere la nostra opinione o, in altre situazioni, decidiamo di non partecipare o aderire perché abbiamo timore o timore dei possibili esiti che potrebbero scaturire da tali decisioni. E’ una sorta di autolimitazione alle funzionalità naturali cui l’essere umano dovrebbe invece protendere, specialmente se egli riuscisse a comprendere - e perciò avere consapevolezza - che solo confronti e raffronti con il mondo esterno possono rivitalizzarlo. Il problema è che egli non capisce che staccandosi da questa possibilità si allontana inconsapevolmente da tutto ciò che gli potrebbe apportare beneficio mediante una più diretta partecipazione. Sarebbe utile rinvangargli i suoi primordi e riportargli alla mente che solo una accurata immedesimazione agli eventi lo potrà riportare al centro dell’attenzione, basterebbe fargli superare la fase di timore e/o di paura che lo blocca. Alla domanda di come si possa procedere in tal senso, rispondiamo sussistono diversi metodi atti a ripristinare tale stato di cose, ma quello cui sottendiamo noi dal punto di vista prettamente cristiano è semplicemente quello del Discernimento, che costituisce il sistema più analitico e psicologico che analizza gli atteggiamenti umani, ma maggiormente le proprie sensazioni, da cui scaturisce il tutto. Col Discernimento egli potrà adeguatamente affrontare con cognizione queste argomentazioni, ottenendo validi risultati finali; perciò è necessario che egli sia predisposto tenendo in debita considerazione l’insieme delle risorse interiori di cui è ricco il cosiddetto mondo affettivo e che comprende le Emozioni che Sentimenti nei quali, a loro volta, rientrano e fanno da base altri due elementi fondamentali : la Paura e il Coraggio. La prima nasce dalla consapevolezza di una certa fragilità, e va tenuta sotto controllo costantemente in quanto costituisce un campanello di allarme nel momento in cui inizia a bloccarci, impedendo di reagire; la seconda, invece, subentra quando diventiamo consapevoli della portata della paura che ci affligge ma ciò nonostante riusciamo ad affrontarla. Potrebbe sembrare un paradosso ma per vivere coscientemente occorre che nell’intimo umano coesistano sempre tutt’e due gli elementi citati e cioè Paura e Coraggio. Infatti dobbiamo sempre guardare in faccia la paura che portiamo dentro, per valutarne obiettivamente l’oggettività che provoca il blocco interiore tale da poterne delineare una conformazione, una sorta di delimitazione dell’area di insistenza. Solo in tal modo riusciremo ad individuare fin dove la paura ci sorprende e come possiamo mettere in atto gli interventi necessari a debellarla. In che modo? Abbiamo parlato di un altro elemento utile alla vitalità, il Coraggio. Il coraggio è la risultante di determinate forze interiori che con determinazione e serenità permettono all’uomo di affrontare situazioni particolari, difficili, dolorose o anche pericolose; è una forza interiore che, se è adeguatamente utilizzata, aiuta a crescere ed a diventare persone migliori. Infatti, grazie alla sua movimentazione riesce a far affrontare e superare paure e insicurezze interiori, come chiedere aiuto quando si ha bisogno o esprimere i propri sentimenti sinceramente. In genere lo si definisce “ coraggio emotivo” cioè la capacità di gestire le emozioni in situazioni particolarmente difficili. Perché “emotivo”? perché è rivolto alla sfera intima e personale, quindi di difficile riscontro e di trattazione. Il motivo è semplice in quanto riguarda l’espressione dei propri sentimenti anche quando è difficile o imbarazzante. Occorre innanzitutto applicare una approfondita esamina della propria situazione interiore, allo scopo di individuare eventuali esperienze passate che hanno lasciato strascichi e traumi visibili; è necessario quindi accettare con serenità tutto quello che in passato ha marcato la propria vita, riuscendo nel contempo a tranquillizzare il proprio spirito riconoscendosi “colpito” e, per tale motivo, è indispensabile comprendere lo stato di bisogno in cui si versa e procedere alla richiesta di aiuto. In definitiva riconoscersi vulnerabili significa aver compreso che la propria natura umana ha presentato il suo conto e necessita di un intervento risolutore, che può essere proprio o offerto da terzi. Come si può acquisire un coraggio emotivo? Per incoraggiarsi a livello emotivo bisogna allenarsi sia praticamente che consapevolmente, una sorta di coordinamento costante e duraturo, che avrà i suoi effetti solo nel lungo tempo. Effettivamente prendere coscienza delle proprie emozioni e paure e lavorare su di esse è un atto di grande coraggio che solo una motivata introspezione psicologica, che è stata definita da E.B. Titchener, (allievo del padre della introspezione sperimentale Dr. Wilhelm Wundt) come “ l’unico metodo che caratterizza la psicologia rispetto alle altre scienze; cioè i dati empirici oggettivi diventano psicologici soltanto se e nella misura in cui possono essere interpretati alla luce dell’introspezione.” Applicando tale concetto alle nostre osservazioni quindi comprenderemo che quando ci ritroveremo nel momento del bisogno, ovvero quando avremo preso coscienza del dilemma che abbiamo di fronte, solo allora riusciremo a trovare l’input che ci consentirà di reagire con incisività per ottenere l’esito desiderato. In altre parole dobbiamo sempre guardare in faccia l’oggetto della nostra paura per capire la motivazione che ci provoca il blocco interiore. Così facendo noi diamo una conformazione o dei limiti all’oggetto della paura tale da poterla fronteggiare senza mai più indietreggiare.

6 – INGANNI PERFETTI

I miei passatempi dell’epoca giovanile oltre ai normali giochi del periodo dell’età riflettevano anche studi, alcuni dei quali molto particolari che, proprio per il momento storico in cui eravamo intercalati riguardavano materie scientifiche e paranormali, al solo scolo di comprendere quei fenomeni propagandati nel periodo e che si ritenevano solo di pura fantasia, meccanismi che per l'epoca erano considerati del tutto impossibili ed inattuabili ma che solo dopo più di cinquant'anni grazie ad essi sono stati individuati elementi di conoscenza necessari a scoperte sensazionali sia nel campo scientifico che tecnologico. Gli studi eseguiti in campo “innovativo” proprio per il curioso svolgimento erano relativi ad esperimenti e prove di telecinesi, di chiaroveggenza e di telepatia, ovvero trasmissioni di pensiero, ovvero ancora invio delle forme di pensiero mediante onde cerebrali. Pura fantascienza che, però, avevano di che sensazionale, di curiosità e di partecipazione per la novità del tempo. In quel periodo c’era un pullulare di centri che si interessavano a particolari studi del paranormale, di esoterismo ed istruzioni che tendevano ad inculcare nella opinione pubblica la validità di quelle materie e di quelle prove attuate in un clima di assoluta indifferenza ed incredulità. Così si verificò che tantissimi giovani, presi dall’euforia, iniziarono a partecipare alle cosiddette sedute spiritiche, cioè riunioni a cui partecipava un certo numero di persone che, intorno ad un tavolino, congiungendo le mani e collegandosi a quelle del medium, cioè una persona eventualmente dotata di particolari poteri necessari al caso, evocavano ed avrebbero fatti comparire fantasmi e spettri di ogni genere, ma in ogni caso si sarebbe trattato di entità di dubbia esistenza o provenienza. Durante quegl’incontri per avere risposte appropriate venivano fatte le domande più disparate a cui l’entità comparsa avrebbe dato segni mediante un bicchiere che sarebbe stato spostato di volta in volta e grazie alla propria forza extra naturale contrassegnava le lettere alfabetiche posto sul tavolino e che lette di seguito dava la risposta all'interrogativo posto. Dare una valutazione su quanto detto è cosa abbastanza arduo in quanto le diverse scuole di interpretazione danno un significato alquanto strano e diverso dal proprio punto di osservazione. A prescindere da tali considerazioni, la personale considerazione che sin da giovane davo alla circostanza – e poi contemplato anche dagli studi ufficiali - era che il nostro cervello, è dotato di ampissime facoltà ed offre la possibilità di eseguire cose ritenute impensabili, l'unica cosa che va considerato è che a ciò vi si può pervenire grazie ad allenamenti ad hoc, seguiti sotto il diretto controllo degli scienziati del settore che, fortunatamente, rispetto al passato, oggi sono in possesso di strumenti e macchinari coi quali porre sotto esame chi si professa dotato di poteri extra normali. Si dice infatti che il cervello umano sia aperto a 360° ad apprendere concetti e materie del tutto sconosciute e ad eseguire operazioni quasi impossibili. Tanto premesso e sempre secondo la mia personale cognizione di allora ed in controtendenza con l’opinione più diffusa nel settore, queste evocazioni, forza occulte e spostamenti vari non erano originate dalle forze “evocate” né tanto meno da chicchessia di fantasmi ed altro, ma erano semplici circostanze prodotte incoscientemente mediante il subconscio che, reattivo a certe e sconosciute sensazioni o predisposizioni, reagisce in modo diverso da persona a persona. Col trascorrere del tempo, invece, e grazie anche agli studi ai quali mi approssimavo per la mia formazione spirituale apprendevo altresì tante altre informazioni, concetti, deduzioni e motivazioni che mi rendevano abbastanza cosciente da formulare una nuova ed imprevedibile verità che dopo tanti anni sono state confermate anche da ex appartenenti a fantomatiche e pseudo organizzazioni basate su teorie e pratiche orientaleggianti. Tali concezioni, partendo dal principio che la massima concentrazione eseguita in uno stato di profonda meditazione può originare effetti particolarmente spettacolari del tipo levitazione, bilocazione, veggenza e quant’altro di paranormale, incutono riverenza a determinate pratiche che presuppongono la totale dedizione ai “maestri” che portano all’iniziazione dei neofiti in queste speciali dottrine. Vi è da dire che talvolta effettivamente tali pratiche apparentemente raggiungono il risultato, per cui i partecipanti riescono a raggiungere realmente determinate forme fisiche eccezionali e mentalità incredibilmente disposte a soffrire ad altissimi livelli pur di ottenere quei risultati. La cosa che però li rende vulnerabili non è tanto l’assoluta sottomissione della propria volontà a quegli schemi previsti, quanto alla inesatta imputazione del risultato ottenuto. Ripercorrendo, infatti, quanto asserito da quegli ex adepti a queste fantasmagoriche dottrine, quei fenomeni che si evidenziano (ripeto: levitazione, telecinesi, ecc…) non sono in definitiva esiti di meditazione, e quindi a diretta imputazione soggettiva ma derivanti da interventi demoniaci che, ancora una volta e subdolamente, trasformano la realtà in ciò che si reputa opera propria. Così tutti quei fenomeni paranormali accennati ed i famosi viaggi col corpo astrale meglio noti come OOBE (Out Of the Body Experiences), risultano essere interventi diretti di natura extra naturale di provenienza satanica. Cioè in tal modo l’attenzione dei soggetti praticanti viene carpita subdolamente e li coinvolge man mano a pratiche sempre più audaci fino ad arrivare all’annullamento della propria persona. Tali eventi, nella realtà - e va assolutamente sottolineato - esistono anche dal punto di vista religioso nel cui panorama se ne annoverano in tante forme ma, in tal caso, la differenza è che tali “fenomeni” non provengono da esercitazioni , allenamenti fisici o altro di privazioni fisiche al solo scopo di fortificare il corpo per la durezze delle prove che si dovranno affrontare, ma sono solo appannaggio di personaggi santi, mistici e beati che hanno avuto nella loro vita la possibilità di sperimentare un rapporto col Divino in assoluta simbiosi con la Grazia e la Misericordia di Dio. In questo caso le esercitazioni di cui si parlava prima si riferiscono solo a pratiche di accettazione della volontà di Dio che, contrariamente alle altre, offre solo benessere mentale e spirituale, oltre alla certezza. Come si nota, dunque, la realtà cui facevamo prima cenno assume tutt’altro significato a seconda della nostra predisposizione che diamo al rapporto col soprannaturale.

   7 – NESSUNO E’ NESSUNO

A proposito di quanto ha sempre sollecitato il compianto Papa Francesco a proposito dell'accoglienza e della vicinanza a chi fugge dal proprio Paese in cerca di pace per se stesso e la propria famiglia, quanto la salvezza delle proprie vite, corre l'obbligo di prendere in esame non tanto la questione razziale in se per sé, ma ancor più la considerazione di una reale presa di coscienza della propria predisposizione alla libertà, intesa come espressione politica, religiosa, ecc. Una appropriata valutazione individuale ben si può prestare, infatti, a determinare quelle che potranno poi essere le azioni che lo stesso individuo riuscirà a intraprendere o porre in essere con animo deciso e sereno. In questa circostanza si vuole richiamare un preciso processo di valutazione che individui, a livello personale, la propria disponibilità concentrata su valori ritenuti sociali o meno. Per poterci aiutare nella considerazione di che trattasi, ci faremo aiutare da qualche esempio che torna utile al caso nostro. Negli anni settanta ed ottanta, due slogan e due cartelloni erano sempre presenti nelle marce di protesta giovanili o adottati dalle comunità religiose in tutto il mondo e riguardavano due frasi divenute poi emblematiche. La prima, enunciata da John Donne, riporta ” nessun uomo è un’isola” per significare che ogni uomo, poiché è costituito dall'amore di Dio che vive ed opera in lui ed in tutti gli altri esseri, non potrà mai essere solo, perché è parte di tutta l'umanità; invece, la seconda affermazione indicava che “ nessuno ha il diritto di essere felice da solo”, e proveniva dalla interpretazione di Raoul Follereau, divenuto l’Apostolo dei Lebbrosi per il suo incessante aiuto alle persone colpite dal male che negli anni addietro costituiva fattore principale della mortalità specie nel continente africano. Devo dire che, specialmente come partecipante a qualcuna di quelle marce giovanili queste affermazioni diventavano importanti in quanto riportavano effettivamente considerazioni fondamentali per la sussistenza dei rapporti personali e sociali di un uomo. Vediamo il perché. Se esaminiamo queste due indicazioni, notiamo che esse hanno una comune matrice: l’identificazione della propria origine, di natura divina. L’uomo, visto nella sua composizione interiore, oltre allo spirito è formato anche da un patrimonio di risorse costituite dalle relazioni umane con le quali interagisce col mondo esterno. E’ con questo immenso tesoro che s’affianca ai suoi simili e ne stabilisce una connessione, che è necessaria per la sua stessa sopravvivenza. L’uomo che vive senza l’ausilio di queste forze connaturate al proprio “io” si presta al vagabondare senza meta, vivendo allo stato brado come un animale selvatico, incosciente di trascorrere la propria vita all’insegna della solitudine, sia interiore che esteriore. Ma il fattore eclatante è che “l’uomo errante” non è consapevole o meglio non è stato adeguatamente educato al principio della comunicazione con Dio da cui si originano tutte le formalità e le interazioni con la propria comunità. La mancanza di questa base di partenza non fa altro che relegarlo al suo isolamento dal resto del creato, sottoponendolo ad una serie di necessità da cui non può esimersi come ad esempio, l’importanza dei rapporti con i suoi consimili, attraverso cui immagazzina dentro di sé emozioni, concetti, sentimenti e nozioni che lo aiuteranno nel suo percorso di vita. L’isola, essendo circondata dall’acqua non ha la possibilità di raggiungere la terraferma per cui non riesce ad agganciare alcun tipo di collegamento con altro e perciò vive delle sue proprie risorse che, per quanto soddisfacenti possono pur sempre limitate. Al contrario, l’uomo non ha ostacoli, non ha vincoli che gli delimitano il pensiero, l'azione, la realizzazione. Per questo motivo è necessario che egli si sforzi per vivere all’insegna della comunità in cui si pone ed all’interno della quale deve sapere esprimere la propria personalità mediante il proprio pensiero ed atteggiamento. In tal modo egli si pone in linea con gli altri coi quali si confronta, propone, realizza ed ottiene. Egli non è un’isola, si troverà attorniato dal suo mare circostante solo quando, deliberatamente e perciò coscientemente non accetterà l’inclusione della comunità o verso la quale prova risentimento e ne esclude a priori ogni forma di coinvolgimento. Ma anche in tal caso egli deve comunque considerare che per il suo modo di agire non può precludere dalla vicinanza del suo simile, perché l’altrui presenza costituisce di per sé un elemento di confronto e di valutazione. In questo suo peregrinare da globetrotter, l’uomo non potrà mai sorridere di felicità, né potrà mai avvalersi delle possibilità di essere sereno perché è privo della conoscenza o meglio della consapevolezza di cosa siano queste forme di normalità. Né mai potrà pervenire a questo stato di agiatezza mentale, che gli consentirebbe più ampie vedute mentali. Per essere felici, dunque, l’uomo deve porsi in contatto con la sua terraferma, sinonimo di certezze, fondamentali per il suo essere, ma questo status lo acquisirà solo se si metterà in contatto on Dio, che è l’approdo delle sue necessità virali. Ma seda un lato potremmo obiettare che la soggettività umana vuole essere restia al resto del mondo, dall’altro vi è anche un monito a chi ha deciso di restare da solo perché nel proseguire nella scelta egli davvero lo diventerà. Ci sono motivi diversi per cui l'uomo non deve cedere all’isolamento dal resto del mondo. L'isolamento voluto e sperimentato dall’uomo può avere ripercussioni importanti sia sul benessere fisico che su quello mentale, attraverso l’abbandono a stati di solitudine, depressione e ansia. E non solo. Poter contare su vasti contatti e risorse a disposizione propria può aiutare a superare le difficoltà e le sfide della vita, specie nei momenti di sconforto e di bisogno. Cosa vuol dire allora lasciare lo stato di abbandono proprio e riconnettersi al tessuto sociale mediante una opportuna aggregazione? Significa prestarsi ad acquisire finalmente una felicità piena e soddisfatta, non si tratta di evitare solo gli effetti negativi dell'isolamento, ma anche di abbracciare i benefici delle connessioni sociali. Proprio a questo ci richiama un grande della filosofia antica, Aristotele, che asseriva "l'uomo è un animale sociale". La seconda frase, invece, “ Nessuno ha il diritto di essere felice da solo” fu pronunciata dal benefattore e filantropo Raoul Follereau, e reca in sé un profondo significato, di natura etico e sociale. Anche qui ci ritroviamo nel campo delle relazioni sociali che traggono spunto dal proprio atteggiamento nei confronti sia della propria vita che del sistema sociale da cui si è avvolti. Il detto rappresenta che la felicità non è qualcosa che si dovrebbe individuare in modo egoistico, piuttosto in un contesto ricco di risorse e relazioni tant’è che la nostra felicità spesso si intreccia con quella delle persone che ci sono intorno. Ciò vuol dire che le relazioni sono significative e il supporto reciproco diventa fondamentale per il benessere. E’ a questo contesto che dobbiamo fare attenzione in quanto abbiamo una responsabilità verso gli altri. Non possiamo ignorare il benessere altrui mentre cerchiamo la nostra felicità. Ciò comporta che una felicità espressa a livello comunitario consolida e rafforza ulteriormente il rapporto con la società circostante perché diventa più durature ed anche appagante. Quando ci prendiamo cura e preoccupazione degli altri, tanto più automaticamente realizziamo un ambiente in cui anche noi possiamo prosperare. Va da sé che, viceversa, la ricerca della felicità personale a danno di altri può generare a un senso di vuoto, frustrazione o alienazione. Questa frase ci invita dunque a riflettere su come la nostra ricerca della felicità influenzi gli altri e ci ricorda che siamo parte di un tessuto sociale, svariato e più ampio. Ma perché l’uomo non dovrebbe isolare la propria felicità per trasmetterla, gioiosamente agli altri? Potremmo sintetizzare in poco spazio questa forma di pseudo ipocrisia affermando che tale forma di estraneità la si crea con atteggiamenti di timidezza, riservatezza, timore di eventuali giudizi da parte di altre persone, ma anche nell'intesa di mantenere la propria privacy. In altri casi ancora, ma qui sfociamo nella identificazione culturale, ci sono persone che non ostentano la propria gioia in quanto basano emozioni e sentimenti sulla modestia personale e quindi secondo la loro personale opinione condividere apertamente la propria felicità potrebbe essere visto come inappropriato. Eppure condividere la propria felicità può rafforzare i contatti sociali e perciò creare un legame ancor più evidente di comunità e appartenenza. Allora potremmo certamente affermare che è importante trovare un equilibrio tra il godere dei momenti di felicità privatamente e il condividerli con gli altri quando appropriato. Questo è quanto l'uomo può auspicarsi per il proprio futuro: concretizzare il proprio vivere ribadendo che non c'è avvenire senza la socialità, il contatto e la condivisione con gli altri, un concetto che ancora per il momento resta un'utopia ma che l'uomo stesso penso che possa rivalutare nei propri sentimenti e nelle proprie aspettative, per far diventare tutto realtà: una speranza che non deve spegnersi mai.

8 – IL PATRIARCA

Qualche giorno fa mi è capitato di assistere ad una serie di interviste effettuate da una televisione straniera che ospitava dei personaggi che sono vere e proprie autorità in fatto di analisi e considerazioni di tematiche fondamentali. Dopo diversi personaggi politici e leader di movimenti politici, è stata la volta di un religioso ortodosso dall’apparenza pacioccona che da subito ha precisato di essere aperto a tutte le discussioni e dialoghi, facendo comprendere che era possibile sempre parlare con lui in quanto disponibile ad affrontare quesiti fondamentali con chicchessia, specie per confrontarsi con coloro che si dichiarassero privi di una vera e propria identità religiosa, filosofica o razionale. Molto serenamente ha controbattuto alle diverse sollecitazioni dell’intervistatore che, nella circostanza, per impepare il contesto televisivo ha ricevuto invece una sintetica ma eloquente spiegazione volta a spiegare come la maggior parte dei concetti espressi negli atei odierni sono alquanto datati o addirittura sorpassati da constatazioni di fatto. La domanda iniziale posta al religioso, che ha originato poi la sua semplice quanto simpatica “verve” verteva sul seguente indirizzo: “cosa si potrebbe rispondere seriamente agli atei per dir loro che Dio esiste veramente atteso che gli stessi ne rivendicano l'inesistenza perché, se fosse vera la reale presenza se ne dovrebbe concludere che si tratterebbe di un Dio inopportuno e inefficiente, visto che in tutti questi secoli ha permesso che vi sia distruzione, malattie guerre ed altro. ” Da qui è nato un continuo di concetti che portavano al ragionamento che, per motivi logici, non voleva partire dalla descrizione del bene inteso come esistenza di Dio, bensì dal fattore -male, sinonimo di distacco dalla realtà sociale e serena. Il patriarca, quindi, faceva emergere alcune perplessità asserendo che in pratica, se esiste il male per logica va da sé che esista anche il bene. In definitiva era come se si ricopiasse un po' il detto di Socrate per il quale:” chi conosce il bene sa fare bene e fa il bene; chi invece fa il male non conosce il bene per cui tendenzialmente è portato a creare solo il male. Orbene, se vi è chi si presta a fare del bene, si intende che lo fa non certo per avvantaggiarsene in prima persona, ma è perché deve concettualmente realizzarlo (il bene) per favorire il suo prossimo che, accettando questo metodo di propaganda rende vantaggio anche all’intera società. Ma davanti alla ritrosia degli amici che si definiscono atei, il religioso poneva una serie di domande che riportano un nesso logico con il pensiero dominante e cioè Dio esiste perché è la rappresentazione del bene assoluto. L'iter della intervista partiva con l'affermazione storica con la quale gli atei solitamente disconoscono l'esistenza di Dio, perché pongono la tesi secondo cui l'esistenza del male persistente nel mondo non può ammettere che Dio, supremo essere d'amore conceda al male la possibilità di nuocere all'uomo, imperversando in ogni momento ed in ogni spazio a danno della vita dell'uomo. In risposta a tale considerazione egli esordì affermando che con la presenza del male non si chiude il ragionamento, ma lo si apre perché chiunque affermi che esiste il male vuol dire che necessariamente implica la conoscenza che esista una controparte antitesi che è il bene. Cioè non può essere presente una condizione di negatività se non è ammessa anche una contrapposizione positiva, rappresentata dal bene. Infatti, non sarebbe certamente plausibile affermare che il male esiste se prima ancora non si aveva avuto notizia del bene. Nel momento in cui ci si accerta dell'esistenza del bene, bisogna accertare ed accettare   anche che la stessa esistenza del bene sia determinata da una fantomatica Legge che potremo definire Morale in base alla quale può aver ragione di essere; infatti solo una Legge Morale può permetterci di definire cosa è il bene e cosa è invece il male. Attenzione a questo punto: ammettere per ipotesi l'esistenza di una legge morale così formulata, allora di conseguenza dobbiamo anche ammettere che ci sarà stato qualcuno che l'ha ideata o comunque regolamentata, così come anche per altre forme di leggi morali. E se questo ideatore è Dio, perché allora lo si rinnega? Eliminando questa presupposizione significa non ammettere un creatore di regolamentazioni di leggi morali, così come non ci saranno leggi morali, e senza leggi morali non ci sarà il bene e quindi anche il male. In definitiva, cosa si vuole ammettere? Cosa insegna questa semplice ma esplicita affermazione? Innanzitutto che chi ha la mente lucida e sgombra da ideologie o false tendenze, non ha reticenza o difficoltà nell’esprimere il proprio pensiero, specialmente quando è coinvolto in prima persona a dare dimostrazione – con il proprio modo di essere e di vita – di quello che afferma. Nel senso che chi ha cognizione (consapevolezza) di ciò che sta vivendo sia in termini di esteriorità che in quelli di spiritualità, non ha alcuna remora nell’affermare e dichiarare con certezza e senza alcuna riserva mentale quello che ha nella mente e nell’animo.

9 – PARTECIPAZIONE

Capita spesso di trovarsi in un confronto – anche con sconosciuti – da cui scaturiscono pareri e opinioni che si scontrano anche animatamente per pervenire alla paventata ragione da parte di une delle parti interessate. E così capita anche a me di imbattermi, specie quando si discute su argomenti delicati ed a me particolarmente sentiti. Così un giorno, mentre mi recavo al lavoro mi sono trovato sul treno attorniato da una comitiva di baldi giovani che discutevano su temi abbastanza seri, come la necessità di apportare necessariamente modifiche alle concezioni cattoliche, stante la mancanza di modernità della Chiesa. Nell’esporre le proprie idee alcuni ragazzi scimmiottavano l'atteggiamento dei compagni, vistosamente più maturi, ritenuto alquanto bigotto e per niente confacente “ai tempi attuali”; in particolare, affermavano che per esempio, non è indispensabile andare a messa per pregare o sentirsi seguaci di Cristo e, comunque, è avvertita chiaramente l’incoerenza di taluni che “si battono il petto in chiesa e fuori si prestano a bestemmie e calunnie”. Tutto ciò comporta un personale distaccamento da tali atteggiamenti, a discapito delle inconsapevoli e nocive scelte che causano il proprio progressivo e costante allontanamento dall’esercizio delle attività comunitarie parrocchiali. E questo solo perché qualcuno si è comportato, si sta comportando o magari dà solo apparenza di avere comportamenti ritenuti non in linea con le regole cristiane. Anche io, allora, educatamente mi sono intrufolato nel dibattito, e nel rispetto delle altrui opinioni ho voluto sottolineare che ogni scelta personale non deve mai intendersi come conseguenza dell’operato di altri; sarebbe come affermare che se ho sbagliato nella mia vita sarà stato per colpa di altri! Innanzitutto, alla base delle regole cristiane vi è il famoso libero arbitrio, in virtù del quale ogni soggetto è pienamente responsabile di ciò che si presta a fare o dire, quindi diremo che ogni azione è commisurata alla propria vocazione, ai sentimenti ed alle passioni che caratterizzano il proprio modo di esprimersi. Ciò induce a non ritenere reale la scelta fatta solo perché altri avrebbero costretto a ripensare le proprie convinzioni. Circa l’ammodernamento delle procedure, delle norme e in genere per tutto l’assemblement del vaticano va detto che almeno nell’ultimo ventennio si sono registrati vistosi cambiamenti- se non vere e proprie innovazioni - che hanno dato impulso alle attività in toto ma anche alla stessa struttura istituzionale. Gli stessi organi deliberanti sono stati in maggior parte adeguatamente revisionati, modificati e talvolta anche eliminati, allo scopo di incrementare le composizioni in modo che ogni opzione sia sentenziata da decretazioni non più singole ma collegiali. Così come anche le varie autonomie di cui godevano tanti istituti o fondazioni che oramai sono state poste sotto mirati controlli o supervisioni in modo tale che possano essere eliminati o evitati sperperi e inadeguatezze varie. Ma la cosa che più mi aveva dato fastidio riguardava la cosiddetta partecipazione alla messa, ed il modo in cui veniva asserito tale motivazione sembrava quasi si trattasse di uno spettacolo a cui bisogna attendere obbligatoriamente altrimenti si pecca, non considerando per nulla che la sentita partecipazione è l’elemento principale di quella prestazione. Qualcuno borbottava che forse era già qualcosa l’essere presente e che non sentirsi coinvolti non costituiva pregiudizio all’evento. Ovviamente quei ragazzi non avevano mai sentito parlare di consapevolezza o discernimento e che i soli termini rappresentavano una parte di serietà dei ragionamenti da porre in essere per dare veramente un senso a ciò di cui si stava discutendo. Quindi se realmente si voleva parlare era fondamentale non ricorrere a congetture o falsi problemi, ma occorreva basarsi su espliciti crismi in vigore da millenni e che solamente rispettandoli avremmo originato una seria discussione. Il problema oggi infatti è rappresentato dalla mancanza di cultura teologica, spirituale o religiosa, cioè di quegli elementi costituente le basi per il credo cristiano. Infatti non riscontriamo tanto il desiderio di voler innovare la propria interiorità al fine di fortificare il carattere così da dare una impronta nettamente più consona alla personale spiritualità. Notiamo con sempre maggiore dispiacere come sia recalcitrante la disponibilità dei giovani a voler cambiare il proprio modo di fare, più semplicistico e adeguato ai tempi, ma certamente meno serio e faceto verso i temi preponderanti della vita. Ancora una volta si dà la colpa al consumismo ed ai ritmi della vita odierna che sfuggono all’analisi personale e ci conducono verso strade sconosciute in cui fin dall’inizio non si intravedono sbocchi. Ma la cosa più tragica, come rappresentavo anche ai miei cari dirimpettai, è che tale stato di cose era anche avvertito da loro e ciò nonostante non facessero nulla o non erano consenzienti a modificare il proprio modus operandi per non ostacolare i benefici di cui oggi godono. Allora mi sovveniva chiedere se tutto ciò non fosse un metodo alquanto egoistico per scaricare su altri le proprie incapacità e le inattitudini a discapito di una vera ragione di vita che possa segnare positivamente il progresso non solo personale quanto collettivo. Chiesi allora a qualcuno di quei giovani se, ad una serata del sabato sera trascorsa a fare bagordi con la relativa compagnia, avesse mai pensato di optare a quel genere di serata con un incontro meno chiassoso e certamente più gratificante per la serenità della propria anima, oppure partecipare a cerimonie molto più rallegranti il proprio spirito invece che dilettarsi in festini molto allegri e poco salutari. Tutto sta a diventare coraggiosi, audaci nel poter dedicarsi più alla normalità che alla stravaganza opporre l’intraprendenza del nuovo con tutto ciò che comporta talvolta anche irresponsabilità e incapacità di affrontare le circostanze con veemenza.

10 – LA SANTA MESSA

Capita spesso di ascoltare qualcuno che, mentre partecipa alla celebrazione di una Santa Messa, si lascia andare ad un fraseggio del tutto scoraggiante, e declamando la perdita di tempo per assistere ad una “funzione come tante altre” in cui tutti vanno ad ascoltare un uomo che, purtroppo, ha la caratteristica che solo sull’altare deve essere visto come sacerdote ma che una volta sceso da quel posto diventa a tutti gli effetti come qualsiasi altro uomo. Non c’è una cosa più aberrante nel sentire tutto ciò! E’ la rappresentazione più significante della ignoranza cristiana insita nell’animo di una persona! Il problema è che – purtroppo – questa chiave di lettura è espressa spesso da tanti ma anche da gente che si dichiara praticante e che quindi, partecipa ai molteplici riti che si svolgono in Chiesa. Tutto questo evidenzia come sia indispensabile rivedere il sistema di educazione alla liturgia, una sorta di ammodernamento non delle letture cristiane, né tanto meno di eventuali ritocchi alla pastorale, alla liturgia o altra cosa. Come si suole dire, più la Chiesa si adopera per rendere agevole il contatto con i suoi fedeli e meno si avverte questa connessione che, tra l’altro, oggi è diventata talmente chiara di essere totalmente definita ”open” alle mode ed alle nuove forme di pensiero che imbrigliano la società moderna, sempre col rispetto dell’altrui concezione e della piena autonomia vocazionale. Sembra quasi come se chi entra in Chiesa per partecipare a quella funzione, molto particolare, che è la Santa Messa non avesse realmente cognizione di cosa stia per assistere, o perlomeno, non toccando con mano gli effetti di quell’evento, non riesca ad identificare che lo spettacolo che gli si sta proponendo è quello che evidenzia e assorbe una realtà materiale e che risulta essere una partecipazione meno visualizzata in quanto essenzialmente ed esclusivamente virtuale. La rappresentazione di una realtà molto esclusiva che è quella della trasformazione della scenografia che si ha di fronte: l’altare dove si celebra diventa quella mensa attorno cui Gesù ha dato la Sua grande testimonianza d’amore, offrendo la propria vita per la redenzione dei peccati di tutti, senza eccezione di nessuno. E’ in questo contesto che andrebbe posto il quesito all’uomo qualunque, che potrebbe profferire quella enorme sciocchezza citata all’inizio : ma costui crede davvero che la Santa Messa sia il repertorio della passione e morte di Gesù? oppure crede si tratti solo di una rappresentazione scenica in cui l’unico attore (il sacerdote) offre il monologo di un fatto di morte che per la sua crudeltà debba essere riprodotta al solo scopo di infondere umiltà e pace negli animi umani? Verrebbe da rispondere che chiunque ponga tali affermazioni farebbe bene a non andare e perdere il proprio tempo in Chiesa, utilizzandolo meglio in altre attività in cui possa effettivamente essere partecipe consapevolmente nei fatti che si presterebbe ad eseguire. Ma la risposta più efficace, invece, penso che sia quella di rappresentare alla controparte di cosa si parla e cosa sia in realtà la Santa Messa. Per tale motivo, infatti, dovremmo capire se siamo disposti ad accettare un discorso basato anche sulla virtualità, altrimenti è inutile proseguire. Posto il consenso come forma di accettazione, allora va precisato una serie di fattori che almeno tendenzialmente dovrebbero far capire a cosa alludiamo quando facciamo riferimento alla celebrazione della Santa Messa, a cosa assistiamo, a chi ci si rivolge, a cosa se ne deduce, a cosa se ne ricava. Diciamo allora, che la celebrazione della Santa Messa identifica innanzitutto un contesto soprannaturale caratterizzato principalmente da un momento di altissimo fondamento. Infatti, all’atto della consacrazione avviene la transustanziazione, cioè un’ evento miracoloso durante il quale pane ed acqua portati all’altare diventano corpo e sangue di Gesù. L’aspetto esteriore resta sempre pane e vino ma il contenuto mistico riporta elementi di corpo e sangue. E’ qui che si identifica la propria fede: solo chi ha fede infatti riesce a comprendere non con la logica ma con l’effetto della forza dello Spirito Santo che scende nell’anima e nel cuore del fedele per supportarlo nel credere. Attorno a questo momento cruciale, quindi, si sviluppa tutto ciò che riguarda il nostro essere cristiani. E’ il culmine della propria adesione alla dottrina cristiana. Non comprendere il senso di questo momento così delicato è lasciarsi prendere da una pura forma di bigottismo, in cui si compiono gli atti o si partecipa in virtù di una cosa tramandata nel tempo o spinti da una sommaria “credenza” in un Dio che sta lì nei suoi cieli e che di tanto in tanto interviene quando lo ritiene opportuno, e non perché si tratta di qualcosa puramente acquisto, anelato o compreso. Eppure questo tempo è quello in cui tutta la liturgia eucaristica espone il proprio cuore, essendo l’aspetto più misterioso di tutta la fede cattolica. Infatti, nel miracolo eucaristico cui assistiamo ad ogni celebrazione la Chiesa ci riporta al fondamentale riconoscimento che Cristo è realmente presente, sostanzialmente e, facciamo attenzione, non semplicemente simbolicamente. Ma la transustanziazione non è il solo fatto epico della fede che si annota nella celebrazione della Santa Messa, anche se ne rappresenta quello più eclatante. La Santa Messa, ogni altra cosa, è anche l’incontro tra il mondo dei fedeli con quello paradisiaco degli Angeli e dei Santi. Ai presenti non è data di visionare   al momento della consacrazione, l’apertura dei cieli e l’apparizione della schiera degli angeli, dei santi, dei beati e di tutte le anime che beneficiano del Paradiso. Questa reale raffigurazione non è tramandata solamente attraverso il catechismo e le nozioni che sono impartite fin dalla fanciullezza ai bambini che frequentano i corsi dottrinali per ricevere la Prima Comunione o la Confermazione (Cresima) ma anche da chi ha ricevuto o che riceve il privilegio di poter assistere, con permesso divino, a simili circostanze. Si tratta di mistici o di chi ha dato la propria disponibilità a seguire a divulgare e testimoniare con la propria persona o con apposite segnalazioni, ciò che Gesù o la Vergine Maria vogliono che si sappia. Una di queste persone,per esempio, tuttora vivente, è la brasiliana Catilina Rivas, che ad un certo punto della propria ordinaria vita ha avuto la miracolosa opportunità di ricevere la visita prima del Signore Gesù e poi, in modo continuativo ed ancora oggi assiduo, della Sua Beata Madre. In questi incontri, in cui la stessa Catilina viene accompagnata attraverso spazi e tempo in tantissime occasioni in cui sono messe in evidenzia le peculiarità con cui i fedeli, allontanatisi dalla certezza della salvezza, procurano sempre più danni alle proprie anime, facendosi circuire dal tentatore con sottigliezze e strumenti ritenuti inizialmente facezie ma che alla fine diventano mezzi con cui poter perdere la propria anima. Catilina, che all’inizio della sua avventura non aveva mai letto nemmeno un passo della Bibbia o del Vangelo, né tanto meno mai provato a scrivere qualcosa, in poche settimane è riuscita a scrivere tre libri contenenti argomentazioni e specifiche che solo chi è un vero esperto in materia teologica avrebbe potuto eseguire. Nei successivi mesi ha riportato in altri cinque libri tutte le osservazioni che dapprima la Madonna e poi Gesù stesso le hanno riportato, al fine di divulgare le attenzioni che ambedue raccomandano ai tutti i fedeli, in modo da evitare ogni sorta di caduta nelle mani di Satana. Oggi Catilina continua il suo ministero tra la gente e, specialmente dal momento in cui, come afferma lei stessa, “Gesù le ha fatto dono delle Stimmate”, durante il periodo pasquale rivive la passione e la morte di Cristo, assumendone i caratteri della sofferenza patiti da Gesù. Questa forma di adesione al sacrificio mistico che Catilina ha accettato è la rappresentazione massima cui il fedele potrebbe aspirare, perché in tal modo si concretizza la sua partecipazione al martirio di Gesù stesso. In forma minore, ma pur sempre partecipante, diventa quindi la nostra presenza nella celebrazione della Santa Messa, allorquando il momento del sacrificio posto sull’altare fa scaturire per i fedeli presenti una serie di grazie personali, di consolazione o di vicinanze spirituali che evidenziano come diventi concreta e perciò consapevole la presenza di Dio accanto a noi.

11 – BIGOTTISMO

Quando eravamo bambini e giocavamo sul sagrato della chiesa (perché non esistevano campi sportivi o strutture valide ad ospitarci per trascorrere qualche sana ora di divertimento) eravamo soliti fermare il gioco per consentire di entrare in chiesa alle donne che di pomeriggio vi si recavano per le varie funzioni e ad ogni loro passaggio si udiva il loro borbottare perché il nostro carissimo parroco ci consentiva di giocare su quello spazio ritenuto sacro e quindi inviolabile. In riscontro a quel mormorio partiva una serie di invettive contro quelle signore che subito venivano apostrofate con il termine “ bizzoghe” ovvero bigotte perché in quel lessico venivano accorpate automaticamente le contraddizioni che le caratterizzavano, visto che si recavano in chiesa per mostrare la loro umiltà e modestia mentre là fuori mostravano tutto il loro disappunto solo perché, forse, si dava fastidio perché non transitavano serene per accedere in chiesa. Fatto sta che quel termine poi è stato loro appioppato fino alla loro scomparsa ed a tutte quelle persone che si mostravano diffidenti, sparlatrici e comunque ostili a qualsiasi forma di accondiscendenza, altruismo o semplice cortesia. Nel corso degli anni, però, questa forma di gratuita indelicatezza si è riversata su altre categorie di soggetti anche se non proprio praticanti. Ma la cosa più irriverente è proprio la loro presenza che negli anni si è notevolmente moltiplicata, raggiungendo limiti che vanno al di sopra di ogni possibile valutazione. Come si è pervenuta a questa considerazione? E come mai, vista la notevole trasformazione anche nel campo culturale, ancora persiste questo genere di attitudine? Per dare una equa risposta a questi quesiti dobbiamo necessariamente rivolgere l’attenzione all’aspetto puramente religioso. Il bigottismo rappresenta uno sviamento della corretta applicazione delle regole cristiane, nonché la disapplicazione della carità cristiana. Il messaggio di Cristo, basato essenzialmente sull’amore e sulla condivisione del proprio essere alla realtà comunitaria è invece stravolto, anzi diremmo che è veramente sostituito da una forma di ingerenza degli interessi o delle singole opinioni che, cogliendo in pieno la forza del proprio egoismo abbattono le formalità fraterne per realizzare quelle che risultano in definitiva essere le prerogative più allettanti per sé stessi. Questa forma di bigottismo si potrebbe configurare anche come una vera e propria ipocrisia in quanto – deliberatamente - si sostituisce il significato genuino della libertà individuale con un altro, mendace, che ne altera la funzione. Ed ancora una volta ritorniamo ai tempi passati, ed in particolare alla Parola di Gesù, che affronta molto spesso il tema dell’ipocrisia anche allora vigente fra i popoli dovuto forse alla mancanza quasi totale della cultura, del sapere, dell’insegnamento o comunque di qualcos'altro necessario ad infondere nell’animo dell’uomo quel qualcosa di utile che lo convincesse a vivere e comportarsi seguendo regole più civili, basate su correttezza e coscienza. Purtroppo quei tempi erano caratterizzati dall’imperversare specie dell’arroganza e della crudeltà verso i cosiddetti ceti inferiori, ai quali non era consentito di acculturarsi o frequentare comunque persone più eloquenti, che avrebbero potuto invece contribuire a debellare tanti vizi e specialmente tanti tipi di azioni incivili. In questo contesto l’ipocrisia si mostrava quale azione di difesa, tanto per ripararsi da eventuali gravami imposti dai ceti nobili da cui si subiva sempre la sottomissione. Era quindi un modo altrettanto facile da utilizzare per nascondersi da eventuali proprie responsabilità, noncuranti della considerazione che i presenti alla circostanza potessero idearsi appena venutone a conoscenza. Sono passati secoli eppure ancora oggi assistiamo ad un simile atteggiamento, nonostante gli ovvi cambiamenti succedutisi nel corso del tempo e la continua invasione di concetti e innovazioni che apportano sempre più trasformazione all’indole umana. Vincere l'ipocrisia umana è una sfida complessa, ma non impossibile. Essa spesso nasce dalla discrepanza tra ciò che si dice e ciò che si fa e per affrontare questo genere di discrepanza occorre la compartecipazione sia del’ impegno personale che di quello collettivo. Sarebbe per prima cosa indispensabile cercare di essere onesto con sé stesso e con gli altri, modulare il proprio modo di fare con ciò che si pensa e si dice di voler fare: la coerenza così generata diventa fondamentale per guadagnare la fiducia degli altri. Oppure magari praticare anche una debita meditazione sulle azioni e motivazioni, al fine di riuscire ad individuare eventuali discrepanze, per poterle correggerle. E poi cercare di intuire le prospettive e le esperienze degli altri. In tal modo l’empatia può aiutare a evitare giudizi affrettati e ad assumere comportamenti ipocriti. In tutto questo va sempre ricordato che nessuno è perfetto e che una sorta di cambiamento richiede molto tempo. Invece nonostante l’impegno e consapevolezza profusa, non si riesce visibilmente a eliminare l'ipocrisia ed incoerenza; allora bisogna intervenire più radicalmente in quanto l’uomo cadrà in una trappola infernale, nel vero senso della parola, in quanto sarà trasportato in una realtà inverosimile e falsa, dominata dalla incoerenza e dal pretestuoso desiderio di imporre volutamente il proprio modo di fare per ottenere ciò che vuole, sotto l’abilissima regia dell’unico autore demoniaco che con abili strategie ottiene, anche a lunghe distanze di tempo, ciò per cui inganna e illude: l’anima del malcapitato.

12- SUPERSTIZIONE

In giro si sente da qualche parte talvolta che, nonostante quest’epoca moderna, appartenente a questo millennio che ha sempre rappresentato l’ingresso del mondo in una fase di sviluppo sia delle tante risorse strumentali e cognitive a disposizione dell’uomo stesso che delle tante ed incontrovertibili progressioni culturali e tecnologiche, permangono ancora in essere in alcuni strati sociali livelli di inferiorità cognitive che ne limitano la piena efficacia. Uno di questi fattori, effettivamente preponderante, che costituisce una vera e propria negatività che ancora attanaglia la cultura attuale è il livello di superstizione presente fra tutti i popoli. Esiste una reale cultura della superstizione, un atteggiamento che nel corso degli anni è diventato vera e propria cultura, con tanto di modalità, di esecuzione, di interesse e di mancanza pragmatica. In tutte le epoche, in tutti i paesi, in tutti i ceti sociali, sono presenti e nelle più disparate diversità, forme di superstizione acclarate. E’ come se tali elementi facessero parte di un qualcosa di innato nella natura umana, di un certo non so che rivela come non si possa prescinderne dal considerarla. In tanti casi, addirittura, questa materia – se così si può chiamare - è trattata alla stregua di una vera scienza, una materia di valore che se non è osservata con adeguato rispetto può comportare imprevisti danni, di ogni sorta di genere. Ora, mentre può esser concesso tale predisposizione in un ambito sociale, non altrettanto si può mai concederla quando si comincia a parlare di religione, di spiritualità o comunque di connessione al sacro, considerato che ogni genere di superstizione o credenza avente quella caratteristica sono dichiarate inaccettabili. Per quanto può essere evidenziato dalla cultura superiore, diremmo che l’essere superstiziosi oggi e credere negli influssi extra che si possono identificare in determinate circostanze, e comunque sempre da appurare, sembra poter essere considerato oramai superato e destinato a sparire dalla concezione moderna. Non a caso, infatti, la scienza ufficiale, ha sottoposto tanti fenomeni ritenuti “extra” dalla mentalità popolana a sistematici controlli ed analisi, accertandone l'ordinarietà dei casi, per cui li ha ricollocati in un ambito meno appariscente in fatto di effetti, eliminando così tante convinzioni ed idee sbagliate, fornendo nel contempo chiarimenti a fatti presentati come eccezionali ma che poi alla fine sono stati adeguatamente spiegati. L’uomo però, non è un essere rigorosamente razionale e logico, ma un insieme di intelletto e sentimenti, di ragione e di istinti, di valori e di pulsioni: quando egli si trova in uno stato di maggiore vulnerabilità, psicologica o emotiva, o in situazioni stressanti ed angoscianti, ecco che entrano in gioco fattori destabilizzanti come l’ansia, il desiderio, e soprattutto la paura, che lo riportano in uno stato di assoluta confusione, dando spazio all’irrazionalità. La paura e l’incertezza che talvolta lo circuisce lo spinge ad adottare, di volta in volta, il comportamento più idoneo per vincere e superare le fasi critiche. La storia ci insegna che tutti i popoli e tutte le culture dell’epoca hanno inculcato nella mentalità umana la necessità di ricorrere a rituali scaramantici utili ad allontanare ed eliminare ogni sorta di negatività che si stava presentando o si stava affrontando. Tale atteggiamento, dicevamo, ancora oggi è assunto da tante persone che, nel timore di essere presi dalla sfortuna o dal cattivo destino si comportano stranamente, sia nel privato che in pubblico, prestandosi qualche volta anche a risate generali tra la gente. C’è chi non passa sotto una scala posta sul marciapiede, chi incrocia le dita prima di avventurarsi in un viaggio, chi non apre l’ombrello in casa, chi tocca ferro ecc…   A ben riflettere non possiamo non convenire sul fatto che queste superstizioni siano radicate sull’irrazionale per cui tali manifestazioni, nonostante la notevole diffusione dell’istruzione, degli sviluppi tecnologici ed i progressi della scienza invece di scomparire del tutto trovano maggiore applicazione. Secondo lo scozzese ed antropologo Sir James Frazer “la magia è tanto un falso sistema di leggi naturali quanto una guida fallace della condotta; tanto una falsa scienza quanto un'arte abortita” Egli, infatti, la considerava come un tentativo dell'uomo di manipolare ed agire sulla realtà circostante. Per tale motivo la magia che anticamente costituiva una forma di conoscenza pre-scientifica, oggi è destinata a sparire poiché in futuro sarebbe stata certamente superata dalle conoscenze della scienza moderna. Quanto sopra riportato intacca, ed in modo vistoso, anche il settore religioso. Tanti cristiani con il loro modo di fare attuano o comunque si prestano ad esercitare azioni che riguardano atti di superstizione. Anche tra quanti si professano cattolici ci sono moltissime persone che continuano a leggere gli oroscopi, credono nel malocchio e negli amuleti, si prenotano per consulenze da maghi, ed ancora più partecipano a sedute spiritiche nella speranza che entità di defunti ritornino nel presente per trasmette fatti o comunicazioni che li possa confortare, portare positività o che dovranno accadere nel futuro. Ed allora ci si chiede come sia possibile che persone votate alla Luce ed alla Verità si comportino in un modo così aberrante e compiano atti inconsulti, o diano forza a congetture anormali per il solo fine di voler beneficiare della potenza di forze occulte che accompagnino il successo delle proprie iniziative Eppure il catechismo, che vien impartito fin dalla prima infanzia è alquanto chiaro su questi argomenti ed allora ci si chiede perché succedono queste cose? Distinguiamo a seconda che si parli di superstizione, come sopra generalizzato, oppure se si compiano atti volti ad interessare l’ambito demoniaco. Nel primo caso abbiamo già avuto modo di considerare come il tutto si riferisca ad una materia inutile e di totale irrealtà, l’altro invece investe tutto il mondo demoniaco che attraverso questo “sistema” riesce ad accaparrarsi una grande fetta di anime spaesate e disposte a “passare dall'altra parte”, pur di ottenere una vaga cognizione di benessere transitorio.

 

-FINE PRIMA PARTE- 

 


 








 


 

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