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29.ma Festa del Tesseramento dell’Associazione N.S. di Lourdes 

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Un magnifico pomeriggio in Santa Maria degli Angeli all’insegna della fraternità, della fede e dell’amicizia nel nome della Santa Vergine, in attesa del 163.mo anniversario dell’Apparizione.Un magnifico pomeriggio in Santa Maria degli Angeli all’insegna della fraternità, della fede e dell’amicizia nel nome della Santa Vergine, in attesa del 163.mo anniversario dell’Apparizione. 1

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I VIDEO dei cinque incontri del programma promosso da Don Antimo Vigliotta e dal Prof. Luciano Lanotte

"Camminando con il Verbo" -parte II-

Continua la pubblicazione dell'ultimo libro del saggista sannicolese Antonio Serino.
"Viviamo in una epoca in cui le domande dell’uomo sembrano moltiplicarsi, mentre le risposte si frammentano tra voci discordanti".

 





Una esperienza vissuta, un percorso interiore che si è intrecciato con la parola, lasciandosi guidare, interrogare e talvolta anche destabilizzare. E’ il frutto di una ricerca che non si accontenta di formule ma che desidera comprendere la realtà alla luce del vangelo. 












ANTONIO SERINO è nato e vive a San Nicola la Strada. E’ laureato in Scienze dell'Economia e Gestione delle Imprese. La sua esperienza formativa ha forte matrice cattolica perché fin da piccolo la sua famiglia era composta da persone cattoliche, particolarmente attive nella parrocchia. Per questo motivo ha partecipato alle varie associazioni cattoliche presenti. 
Ha mosso i primi passi nell’Azione Cattolica per poi passare alla vita della Parrocchia fino al Movimento Giovanile Missionario, promosso e curato dallo storico Direttore Diocesano Don Antonio Pasquariello. In questo Movimento, unitamente a tanti altri amici, ha contribuito all’animazione locale mediante raccolte fondi, mostre di oggetti di artigianato africano, nonché attività oratoriali per bambini. 
Ha fatto parte ed ancora annovera la sua presenza in associazioni culturali e religiose, in quanto fermo assertore che la coesione sia uno strumento basilare per la crescita sociale e solidale. 
Da circa trent’anni è componente del Consiglio degli Affari Economici della Parrocchia, di cui conosce la difficile gestione economico patrimoniale. 
Dal 2019 coordina il gruppo Famiglia Betania, fortemente voluto dal già parroco di Santa Maria degli Angeli, Don Franco Catrame, un insieme di famiglie che studia le esortazioni apostoliche firmate da Papa Francesco, necessarie alla famiglia di oggi per comprendere e vivere in un modo più consapevole la vita odierna. 
Dal 2020 collabora con il "Corriere di San Nicola": tutto per amore e passione, come tutti i redattori del giornale diretto da Nicola Ciaramella.
E’ vicepresidente della “Pro Loco Calatia” di San Nicola la Strada.

Scrittore, saggista, ha scritto i seguenti libri (tutti pubblicati integralmente su "Corriere di San Nicola"):
 -“Working progress”, 2021;
-"Cara famiglia”, 2022;
-“I quaderni della Famiglia Betania”, 2023;
-“Giovani e chiesa a confronto: quale religione?”, 2023; 
-"La fede è in noi", 2024;
-"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza", 2024;
-“Camminando con il verbo”, 2025. 

WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Introduzione e parte I) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte II) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte III) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Parte IV) 
WORKING PROGRESS -di Antonio Serino- (Quinta e Ultima Parte) 

CARA FAMIGLIA -di Antonio Serino- 

I Quaderni della Famiglia Betania 

"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" 
"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" PARTE II 
"Giovani e Chiesa a confronto: quale religione?" PARTE III e ultima 

"La Fede è in noi" 

"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE I- 
"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE II- 
"Il Senso della Vita: Discernimento & Consapevolezza" -PARTE III- 

“CAMMINANDO CON IL VERBO”  -PARTE I-



Antonio Serino è saggista e scrittore conosciuto per la sua produzione letteraria di stampo cattolico e per il suo legame con la sua città natìa, San Nicola la Strada.

Egli  incarna quel tipo di intellettuale locale che unisce fede, cultura e impegno sociale. I contenuti descritti nei suoi testi sono profondamente radicati in una visione spirituale e comunitaria della vita. Ciò che colpisce è la sua capacità di unire fede, memoria storica e impegno civile in un linguaggio che non è mai distante, ma anzi vicino alla gente, alla sua terra, alla sua comunità. Infatti, il messaggio lanciato ai lettori è lineare e comprensibile, soprattutto per chi condivide una certa sensibilità spirituale o culturale. Il suo stile è intimo, diretto e meditativo e tende a privilegiare la chiarezza del cuore più che quella accademica. Sono sempre evitati tecnicismi o costruzioni troppo complesse, per cui i suoi testi sono resi fruibili anche da lettori non specialisti. Nei suoi scritti, che seguono comunque un filo logico, spesso scandito da riflessioni spirituali o civiche che si sviluppano in modo progressivo, c'è sempre un punto di partenza (una domanda, un incontro, un evento, una festa religiosa) e una conclusione che invita alla riflessione o all’azione.
Nei suoi scritti Serino non parla della fede come concetto astratto, ma come esperienza quotidiana, fatta di dialogo, ascolto e presenza, evidenziando un invito alla partecipazione attiva. Non cerca l’effetto ma la sostanza, ed in questo riesce a toccare corde profonde, soprattutto in chi condivide il suo amore per la terra, la fede e la cultura.
Alcuni suoi testi possono richiedere una certa disponibilità interiore: non sono pensati per essere letti in fretta, ma per essere meditati. E questo, in fondo, è parte del loro valore.
Di recente, Antonio Serino si è anche cimentato nella composizione di testi musicali religiosi, sempre attinenti le vicende quotidiane che colpiscono l'interiorità dell'uomo, e sono rappresentate per lo più come sottofondi di cerimonie e riti religiosi.

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Leggi Dossier 
I LIBRI DI ANTONIO SERINO 


-Leggi PARTE I 
https://www.corrieredisannicola.it/arte-cultura-e-spettacoli/notizie/arte-cultura-e-spettacoli/camminando-con-il-verbo 


PARTE II 

13 – DIO E' VERAMENTE AMORE?

Tante volte ci troviamo presenti in discussioni molto profonde che hanno un unico tema alla base degli interventi che si susseguono e che sistematicamente pongono al centro della diatriba quesiti del genere: se Dio è buono perché consente al male di infierire nel mondo? Oppure, se Dio è Misericordioso ed Onnipotente, perché permette che ci siano tanti dolori, a tutti i livelli e non eviti così tante situazioni pietose ed incresciose, profondamente incurabili? Ed ancora: perché Dio mi procura questo male, se gli sono sempre stato e sono fedele? Anche io, devo dire la sincera verità, sono stato più presente a questo genere di incontri e mai sono intervenuto per dire la mia opinione, non per ritrosia né per snobbare i partecipanti alla discussione ma solo perché si trattava di argomenti molto delicati, complessi sia nella struttura delle domande quanto nel ricercare e definire le varie possibili risposte, perché fondamentalmente si trattava di dare un senso ad una tematica che abbraccia diversi settori della conoscenza, attinenti non solo i temi teologici che, peraltro, non siamo nemmeno in grado di affrontare a quel livello. In seguito, comunque sopraffatto dagli enigmi che affollano la mente umana, ho iniziato anche io a cercare una possibile risposta a queste domande o per lo meno a prestare loro più attenzione con l’obiettivo di incontrare una possibile convergenza di idee, che non andrebbe intesa come risoluzione al problema, quanto più di darne un contributo. E’ ovvio che si tratta di ragionamenti o risposte semplici, da piccolo uomo che cerca con il proprio modo di vivere secondo la Parola e che non tenta di forzare la mente di chicchessia per indurlo alla convinzione, perché alla base di tutto deve esserci quella consapevolezza proveniente dal personale discernimento grazie al quale effettivamente ognuno potrà liberarsi dai dubbi che lo torturano per poter poi inoltrarsi nella certezza della verità fornita dalla luce di Dio. Ma andiamo alle radici dei dilemmi ed iniziamo a esaminarli. I nostri interrogativi pongono alla base dei ragionamenti un primo dubbio che può uscire fuori dalla mente umana ma non è certo auspicabile: Dio è veramente buono? Si può rispondere che se Dio non fosse buono non avrebbe consegnato al mondo il Suo Figlio Unigenito, infliggendogli una sofferenza disumana che nessuno ha mai patito sulla faccia della Terra. Ma il prosieguo di quel bene continua ancora al nostro tempo con la Sua infinita Misericordia con cui ci elargisce grazie a dismisura, nonostante tutto il male che noi stessi produciamo – a noi ed agli altri esseri - e col quale ce ne allontaniamo sempre di più. Ma allora, se Dio è buono e misericordioso perché provoca e consente le brutture ogni giorno? Verrebbe da rispondere che se fosse così, allora Dio non sarebbe buono realmente, o non sarebbe addirittura Onnipotente. Queste piccole interpretazioni poste i essere dall'uomo di strada ci portano ad elevare il livello di ragionamento per passare a gradini intellettuali più superiori. E già, perché se comunque il male esiste, per Sua indecifrabile decisione, vorrebbe significare che Dio ancora non ha debellato il male dalla carne umana, né tanto meno ha sconfitto quell’entità demoniaca che ruba le anime dei suoi piccoli esseri che cedono con la loro debolezza alle avance dell’angelo scacciato dal Paradiso. Innumerevoli sono le eventuali risposte che potremmo segnalare a tal riguardo e procedendo con i successivi ragionamenti cerchiamo di allinearci alle domande avanzate. Innanzitutto, come è doverosamente auspicabile, le domande ci portano alla considerazione di un aspetto puramente spirituale, per cui è naturale che tutto ciò di cui si va a discutere riguarderà solo ed esclusivamente il campo religioso. Per prima cosa, parlare della presenza di Dio ci induce a mettere al primo posto della discussione la personale opinione circa la reale, effettiva e concreta esistenza di Dio, inteso non solo come figura divina, quanto più specificatamente come Creatore, Padre, Madre, e Protettore. Ciò vuol dire che ogni parola che viene emessa a riguardo di Dio deve essere pronunciata con rispetto ed umiltà circa i contenuti espressi, perché ci addentriamo in un esame molto complesso che pone l'attenzione sul fatto che i quesiti possano interessare solamente la persona che si pone le domande o investe invece tutta la sfera umana. Inoltre è fondamentale porsi di fronte a tali interrogativi con la propria esperienza di fede, in altre parole occorre incontrare i dubbi e spiegarli con la dimostrazione del proprio vissuto di fede. Allora partiamo con il concetto che Dio tutto può e tutto vuole ed ogni sua decisione non è per nulla conosciuta o perseguibile se la vita condotta da colui che si pone nella riflessione non sia per niente corrispondente al volere divino. Per poter adeguatamente valutare ogni aspetto della questione è necessario che si parta dallo studio sia del Vecchio che del Nuovo Testamento. Infatti, come forse è già ben noto, una delle varie differenze che si riscontrano nel conoscere i fatti che hanno dato vita al Cristianesimo troviamo per prima cosa un aspetto che già dà un segno del cambiamento delle interpretazioni. Quando si legge il Vecchio Testamento si nota come il Signore Dio abbia a cuore il Suo popolo fedele, a tal punto che in tante circostanze lo difende a spada tratta, cioè anche sollevando guerre e combattimenti vari. In sintesi oseremmo dire che si tratta di un Dio battagliero che fa prevalere le sue decisioni anche a costo di sangue da far versare in guerre fratricide. Ma l'amore che Egli prova per i Suoi cari figli è talmente immenso che non accetta che altri possano provare ad imporre la forza su di loro o a sottometterli. Nel Nuovo Testamento, invece, si evidenzia un Dio altrettanto amorevole, forse ancor di più, gioioso delle sue creature ma, al posto della vendetta e dell'accanimento verso chi opprime il suo popolo, Egli presenta una novità: il Perdono, una sorta di remissione della forza vendicativa che è amabilmente sostituita dalla volontà altamente spirituale di fare ammenda delle cattiverie ricevute, trasmettendo in cambio amore verso i propri oppositori. Ciò sta a significare che il torto subito non deve essere dimenticato, ma deve costituire un elemento positivo, una risorsa che non deve in alcun modo contrapporre vendicandosi o misurandosi con la forza. E per farlo capire o meglio, per dare ampia dimostrazione a tutto il popolo fedele, Dio incarna il Suo Amore nel Figlio Gesù, esempio di Perdono mai riscontrabile in tutti i tempi. Tale Perdono, cioè tale disponibilità, è un beneficio che investe tutti gli uomini, di qualsiasi razza o ceto sociale, ma non sempre è così, almeno fino a quando è l'uomo stesso a compromettere la sua relazione con il Creatore. Ma ci sono anche alcune riflessioni che, doverosamente vanno affrontate, se non altro per il contenuto che esprimono. La prima cosa che notiamo e che attingiamo dal Vecchio Testamento è che le colpe dei genitori si riversano sulla sorte delle future generazioni, una sorte di maledizione che incombe sulla vita di innocenti che avevano la sola colpa di appartenere a soggetti che si erano macchiati di insubordinazione a Dio. Adesso, noi siamo a conoscenza che le azioni di Dio non sono mai note, e nemmeno gli stessi “perché” di quelle azioni. Potremmo “giustificare” che, come contraccambio del peccato commesso Egli si sia riservato il diritto di infliggere castighi agli eredi del peccatore, e quindi, visto in tale forma tale diritto non costituisce male. Sarebbe allora Vendetta? Anche questo non può ravvedersi in quanto se così fosse non avrebbe concesso la salvezza dell’Umanità. Se per un attimo volgiamo l'attenzione all'epoca primordiale, assistiamo che nella notte dei tempi un Angelo intelligente, preso dalla bramosia di essere talmente perfetto da confrontarsi con Dio stesso, prese ad affrontarlo con i suoi angeli irriverenti ma, dalla storia sappiamo come andò a finire. Questo grave atto di insubordinazione ha dato l'input a Dio Padre di riservarsi un momento di autotutela, prescrivendo pene e sanzioni per chi osasse, come in quel caso, ribellarsi alla Sua Volontà. Diremmo naturalmente che è un qualcosa che gli spetta, se non altro per preservare la serenità di tutti i fedeli che, in tal modo, hanno l'opportunità di credere nell'infallibilità di Dio nel prendere ovvi provvedimenti. Ma così dicendo sarebbero giustificati i castighi cui ogni tanto l'uomo è sottoposto? Dio allora non vuole proprio essere solo pace e serenità perché si riserva sempre l'ancora del dispetto o della vendetta. Ripetiamo sempre che Dio già tante volte è entrato nella storia dell'uomo, anche prepotentemente, per raddrizzare gli eventi e per preservare la sua incolumità fisica e morale. Il male prodotto dalle mani dell'uomo nel corso dei millenni non si è mai arrestato, ha sempre continuato la propria marcia distruttrice fino a rendersi succube non più del suo operato ma direttamente dagli eventi che incredibilmente lo hanno dapprima coinvolto e poi ingabbiato emotivamente per sempre nel vortice delle preoccupazioni e delle difficoltà da cui non sarebbe mai più uscito. L'esempio più eclatante, riguarda la morte di Gesù, evento in cui Dio si è intercalato nella storia per provare come e quanta sia la sofferenza che gli uomini creati possono provare e nell'atto in cui se ne è reso contro, allora ha dovuto inserire nel quadro generale la necessità di vincere il male stesso e l'unico modo possibile poteva essere solo quello di annientare la morte, considerata come la vittoria per eccellenza del male sull'uomo. E' stato così che decidendo con la sorte di Gesù l'inserimento del bene più amorevole nella vita dell'uomo che Dio ha sconfitto la morte, il male – come abbiamo visto – per eccellenza. Se quindi Dio ha vinto su tutto perché, ci domandiamo, non elimina subito e totalmente quello che resta del male nel mondo? A Dio non interessa farci soffrire ancora, non interessa far ritornare per la seconda volta il Figlio Risorto tanto per dimostrare il proprio Amore verso i figli diletti: Lui ha solo pazienza, ed in questa Egli cerca e spera che l'uomo si ravveda, corregga il proprio modus operandi, cerchi il perdono ed eviti così la sua distruzione. Infatti, Dio sa bene che prima o poi dovrà provvedere con la Sua infinita misericordia ad eliminare per sempre il male, ma lo farà solo quando potrà essere glorificato da quante più persone possibili, ovvero da quanti di più saranno stati salvati dal Suo giudizio. Adesso consideriamo da vicino l'uomo stesso che si domanda: perché proprio a me? Si potrebbe intravedere in questo momento ciò che abbiamo visto in precedenza, cioè la conseguenza di una ribellione che personalmente o attraverso le precedenti generazioni sarà stata messa in atto, così come potrebbe anche trattarsi di una diversa forma di ribellione, di sovversione, di distruzione, come quella che avviene per la natura e per il Creato in genere, come i disastri naturali causati dalla mani e dalle decisioni dell'uomo stesso. In tutti questi casi non dobbiamo infierire sulle decisioni di Dio piuttosto dovremmo fare esame di coscienza affinché comprendessimo come fossimo stati noi stessi a causare il nostro stesso male. Perché proprio a me? La risposta non l'abbiamo ancora! E' un qualcosa che si confronta con l'onniscienza di Dio e a cui non si riesce a dare una verifica. Per adeguarci possiamo solo ricordare come Dio sia misericordioso e consenta tanto più bene di quanto effettivamente meritiamo e riceviamo: in realtà, piuttosto, dovremmo meravigliarci del perché riceviamo tanto bene, invece che il male che incontriamo nella nostra vita. L'unica cosa certa che si può paventare è che tutto ciò rientra nel disegno di Dio, della Sua volontà di adempiere a qualche cosa che fa parte del suo grande progetto universale. Quindi l'obiettivo cui dovremmo e, anzi, dobbiamo tendere è cooperare al fine di mantenere saldo il nostro rapporto con Dio e nel farlo, anche se non sappiamo se il metodo utilizzato sia giusto o meno, gli dobbiamo riconoscenza e gratitudine, visto che comunque Egli è sempre e comunque a conoscenza delle situazioni in cui ci troviamo, ben sapendo nel dettaglio tutti i nostri bisogni: ma, attenzione, Egli interviene solo quando, richiamati dalla corrispondenza del nostro amore verso di Lui, ci elargisce la sua disponibilità. Diceva lo scrittore C.S.Lewis: “Dio ci sussurra nei nostri piaceri, ci parla della nostra coscienza, ma ci grida nel nostro dolore: è il Suo megafono per far risvegliare un mondo sordo”.


14 - LE DIFFICOLTA' DEL CUORE

Capita ancora oggi di assistere a scene incredibili in cui le parti intervenienti, ognuna appropriatosi di una data ragione, si allontanano dal proprio rapporto con la società e, nel dettaglio, da quella parte di umanità che finora l'aveva caratterizzata. Qualcuno dice che è sintomatico che nell'era dell'individualismo e della propria autonomia, forme di egoismo puro possano verificarsi e diventare strumento di allontanamento dalla vera realtà. E così intere famiglie, prese da un rancore o da un sentimento, se così effettivamente lo si può definire, fatto di rabbia controversa ed irriverente che tende solo ad un duro “muro contro muro”, in cui nessuna delle parti prevarrà. E così si perviene al distacco, non solo delle persone quanto più pesantemente, di relazioni e di risorse umane, di patrimoni insiti nell'animo dell'uomo. Ci si dimentica, in questi casi, che la presenza sulla faccia della terra unitamente ai propri consimili deve avere sicuramente un significato, un valore che è impresso nella stessa Creazione. Ma, come si dice sempre, il vortice dell'egoismo in cui l'uomo è caduto non gli riesce a dare l'opportunità di ritornare a riflettere sulla possibilità di poter sbagliare a pensare, dire, agire ed a causare effetti collaterali che possono nuocere non solo agli altri ma anche e forse più particolarmente anche a se stessi. Il materialismo in cui ci siamo imbattuti e che forgia sempre più mode culturali avverse alla meditazione o alla stessa spiritualità non si ferma mai e continua a produrre sempre e di più modelli di vita amorfi, snaturati dell'essenza vitale, contrassegnati dalla mancanza della luce ispiratrice, della rivalutazione del proprio “io” che è al primo posto per la rinascita personale e societaria. Purtroppo, tutto ciò lo si denota in tanti strati della società come anche negli ambienti cattolici dove si vive e ci si comporta, oserei dire anche ipocritamente, mostrando il capo velato per dimostrare la propria religiosità ma non disdegnando di sbraitare i propri strali contro tutto e tutti, in caso di diversa opinione, assumendo in tal caso anche l'impersonificazione di giudice sentenziante. Lo viviamo ogni giorno, in ogni città, in ogni nazione, a tutti i livelli: l'uomo, sia quello della strada che quello preposto ad incarichi di rappresentanza e perciò dotati di poteri, non riescono a comprendere quanto sia necessario vivere la vita in modo semplice, senza costrizioni o coercizioni da terzi ma fondamentalmente all'insegna dei valori dettati da Gesù Cristo. Come è difficile identificarsi con l'essere cristiani mentre si è sempre propensi ad assumere atteggiamenti del tutto contrari a tali norme e regole! Viene da pensare che ciò caratterizza una fede vissuta con pressappochismo e senza radici che legano alla vera religiosità oppure una consapevolezza di ciò che si dovrebbe fare o dire ma che è accantonato dal momento storico in cui si vive e, quindi, dalle abitudini, musi e consumi del contesto sociale attuale. Ma così facendo, purtroppo, si declinano i tanti inviti fatti da Gesù ad essere pronti a combattere le interferenze del mondo esterno e, nel momento in cui ci si accorge delle proprie debolezze occorre far ricorso agli insegnamenti ricevuti ed agire per non cadere nella trappola. Infatti, quante volte è lo stesso Gesù che ci spiega che abbiamo bisogno di sentirci coccolati ed amati da Dio Padre per rafforzarci nelle nostre credenze e nella forza della nostra Fede. Il ricorso a Dio, infatti, altro non è che la sequela nella preghiera, che ci offre l'opportunità di restare in contatto perenne con la forza rassicuratrice di Dio, La Preghiera, infatti, è l'assoluta costante, il punto di riferimento per discernere, ovvero di meditare, scegliere ed agire. In tal modo oltre a fare la Sua volontà ci si difende automaticamente dalle mode insulse e degradanti del mondo, essendo quella luce che brillerà di proprio, senza alcun riflesso da astri esterni, perché si potrà vivere senza limiti e reticenze: il cuore di ogni singolo diventa parte fondamentale nel momento della pace e della riconciliazione, solo affrontando con coraggio e determinazione le fasi del contrasto con gli altri, ma in particolar modo diremmo con audacia cristiana che ci porterà a chiedere scusa e forse perdono, talvolta anche non avendone colpe, ma servirà a fortificarci e diventare sempre più seguace dell'unico uomo che, pur avendone titolo, non ha chiesto perdono, ma ha sacrificato la propria vita come atto d'amore per tutti gli uomini. Allora notiamo come il nostro cuore sia diventato così fortemente duro al richiamo del perdono o della riconciliazione, addirittura allontanato dalla verità dettata da Gesù, al solo scopo di far prevalere i propri bisogni materiali o quelle contingenti necessità imposte dal mondo esterno. Eppure in una sua lettera ai Filippesi San Paolo redarguisce in modo categorico i suoi interlocutori, richiedendo loro di comportarsi ad imitazione di Cristo, perché coloro che abbandonano la Croce su cui Cristo si è immolato sono votati progressivamente alla perdizione della propria esistenza e della loro anima. Questo è il contenuto di tutte le affermazioni e le considerazioni che abbiamo sopra esposto. Nella Lettera Enciclica DILEXIT Papa Francesco riporta “Se il cuore è svalutato allora si svaluta tutto ciò che parte dal cuore, perché si perdono le risposte che la sola intelligenza non può dare, si perde l'incontro con gli altri. Di conseguenza, si perde la propria storia, le tante storie personali. La vera avventura personale è quella che si costruisce partendo dal cuore, perché alla fine sarà solo questo a contare. Quindi, se il cuore non vive l'uomo resterà estraneo a se stesso”.


15 – RIFLESSIONI CARDINALIZIE

Tra i vari motivi che il popolo dei credenti conserva nelle propria religiosità e nel proprio credo è la grande stima e riverenza per quelle persone - ma nel caso in questione diremmo personaggi - che prestano la propria sapienza e cultura per infondere certezze e verità che scaturenti dalla Parola di Gesù ci investono nell'anima, divenendo nel contempo corazze a difesa del nostro spirito e della nostra Fede. Il mondo cristiano ha evidenziato nel corso dei secoli la figura di alcuni propri figli non solo dotati intellettivamente ma anche ovviamente spinti dallo Spirito Santo che hanno saputo formulare concetti, conferme e rassicurazioni, e dare tante interpretazione agli interrogativi provenienti dal popolo di Dio che, purtroppo, non avendo mezzi o strumenti per dedicarsi appieno allo studio della Parola per cui potremmo definirli perciò ignoranti in materia, vi si rivolgevano in cerca di semplificazione o chiarimenti circa le regole e le disposizioni dettate dalla Chiesa o dalla religione, così come originata dalla venuta di Gesù. Santi, Papi, Maestri della Spiritualità, Mistici e quant'altro hanno certamente influito e continuano a dare seguito alla corrente dell'evangelizzazione mediante lo studio dei testi biblici e l'analisi moderna dei fatti e degli atti che sono stati registrati all'epoca della venuta di Gesù. Anche oggi, fortunatamente, annoveriamo fra questi insigni biblisti, oratori, studiosi e predicatori che agevolano le nostre menti con sapienti interventi che aiutano la nostra fede a seguire con più assiduità insegnamenti cristiani. Una figura nel panorama dei grandi studiosi ed oratori spicca oggi fra gli altri ed è d'obbligo citarlo per la sua incessante predicazione rivolta non solo al popolino ma anche al clero più elevato che periodicamente è aggiornato sulle tematiche che questo simpatico frate tiene a discuter: il Cardinale Raniero Cantalamessa, frate francescano, famoso predicatore televisivo che per anni ha accompagnato i telespettatori cattolici nelle sue spiegazioni religiose da qualche anno, dopo essere stato nominato Cardinale, è stato investito anche dell'incarico di predicatore della Casa Pontifica. In virtù di tale incarico, S.E. Cantalamessa provvede agli esercizi spirituali della Curia Romana, oltre alle numerose formazioni a cui sottende il suo ministero. La semplicità delle sue esposizioni e del linguaggio utilizzato rendono agevole la comprensione delle sue “lezioni” anche se toccano argomenti considerevoli sia per i meno abbienti che per quanti sono dedichi a tipi di studi particolari. A volte introduce le sue spiegazioni avvertendo che “Ci sono poche parole capaci di dire in un minuto quanto basta per riempire una giornata e anzi una vita: quelle uscite dalla bocca di Gesù, ma ne proporrò una alla volta, pregando tutti di 'masticarla' tutto il giorno, come una specie di chewin gum”. Come si evince da questa semplice affermazione, le parole espresse da Gesù sono talmente genuine e senza doppi sensi che chiunque può attingerne il contenuto. Il livello di indicazione, infatti, come ci spiega il Card. Cantalamessa, è talmente graduato che ogni singola parola uscita dalla bocca di Gesù può entrare regolarmente nel cuore di tutti, come se fosse una medicina da prendere a gocce. Ma la raccomandazione che spesso si nota tra le note consigliate dal noto Prelato è che nelle attività cui siamo attenti nella vita quotidiana dobbiamo sempre far prevalere l'interesse verso la figura di Gesù, mediante sia l'ascolto della Sua Parola che attraverso le opere caritatevoli che sono richieste a base per sentirsi coinvolti spiritualmente ed emotivamente in modo costante e perciò non solo sporadicamente, in modo da essere sempre pronti a recepire ogni singolo segnale della Sua presenza o di un Suo messaggio, necessario semmai a ciò che sta accadendo nella nostra vita quotidiana. E' un po' il richiamo che Gesù stesso espone a Marta nel Vangelo di Luca, in particolare nell'episodio che si verifica a Betania quando, avendolo ospite nella sua casa, essendone amica, si presta a dargli il benvenuto unitamente ai suoi Apostoli, mentre la sorella Maria, rimasta affascinata dalla facile dolcezza con cui Gesù si esprime in quella circostanza e non si esime da fornire alcuni insegnamenti. Marta accusa la difficoltà nel servire i commensali ed invita Gesù a chiedere alla sorella di darle aiuto ma Gesù, nel ringraziarla per l'ospitalità offerta le chiede, invece, di imitare l'atteggiamento della sorella perché lei ha compreso quanto sia in quel momento necessario dare ascolto alle Sue istruzioni visto che, purtroppo, non sarà sempre presente in futuro tra di loro,almeno fisicamente, e che perciò è più bello vederla accanto a sé che non altrove, anche se per dare comunque piacere alla compagnia. Come si nota, siamo in presenza di una considerazione fatta duemila anni fa ma oggi, allo stesso modo, presi dalla frenesia della vita moderna, releghiamo Gesù ad un interesse di secondo piano, che possiamo trattare quando riterremo di avere a disposizione un minuto di tempo libero dagli impegni che poi alla fine sono sempre futili ed inutili alla nostra destinazione. Un grande filosofo dell'ottocento di nome Soeren Kierkegaard affermava “ Si parla tanto di vite sprecate. Ma sprecata è soltanto la vita di quell'uomo o di quella donna che così l'ha lasciata trascorrere, ingannato dalle gioie della vita e dalle sue preoccupazioni, ma che mai si è reso conto che esisteva un Dio e che lui, proprio lui, stava davanti a questo Dio”. Un forte richiamo alla necessità di essere consapevoli che essere cristiani non significa vivere a part time la religione o la propria spiritualità ma esser continuamente coinvolto nella storia che Gesù ci ha proposto e che se abbiamo voluto accettare vuol dire che necessita partecipare nella sequela al discernimento concluso con quella accettazione. “Marta, Marta, una sola cosa è necessaria” (C,10,42) Vivere il presente, alla presenza di Gesù. Oggi diremmo, all'inverso, che è fondamentale vivere la fede con Cristo, cioè dimostrare che si è veramente suoi seguaci, non contrastando con la vita corrente. In altri termini dovremmo partire dalla piena consapevolezza che siamo cristiani, cioè appartenenti a Cristo e, in quanto tali, dobbiamo saper vivere adeguatamente, saper affrontare le sfide del mondo esterno con la sicurezza di aver fatto bene. Potrebbe essere facile rispondere a queste raccomandazioni, ritenendosi cristiano e quindi profuso alle attività che mettono Cristo al centro della propria vita, incurante di quale sia effettivamente il significato di proselite di Gesù e di cosa ne sia il dimostrarlo. Ma ciò induce a rispondere alla domanda onestamente e senza alcun alibi alla domanda fatidica: crediamo a Gesù ed ai suoi insegnamenti solo per fatti che ci sono stati narrati o ne abbiamo realmente cognizione per discernimento e fede? Dobbiamo perciò rispondere alla domanda evidenziando se la professione della fede viene dal cuore o sia stata la conseguenza di addottrinamento familiare e quindi rappresentare una forma di accondiscendenza coatta. San Paolo è così chiaro e preciso quando indica che “Con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede“ (Rom,10, 10). E' solo con la consapevolezza, figlia del discernimento spirituale, che possiamo dare una risposta univoca e piena di speranza per la nostra anima. E' solo avendo cura di quello che vogliamo veramente essere che consentiamo all'azione dello Spirito Santo di preservarci dalla contaminazione delle influenze esterne che potranno inquinare lo status di cristiano.


16 – UMANITA' DEVIANTE

Durante l'arco della mia vita ho assistito e partecipato a tanti incontri e riunioni che avevano l'obiettivo di istruire categorie di professionisti e perciò avevano più che altro carattere formativo, di preparazione o erano semplicemente finalizzate alla rivalutazione dell'assetto cui ci si predisponeva. Devo dire che effettivamente gli obiettivi prefissati erano indubbiamente di una certa importanza, nel senso che erano meritevoli delle più alte considerazioni. Le aspettative erano sempre finalizzate alla preparazione dei soggetti che mediante i loro interventi avrebbero potuto apportare benefici alla classe sociale, alla intera comunità, partendo da un unico punto di partenza, la volontà di contribuire a rimescolare le risorse che mettono in moto l'assetto sociale. Al termine di tutti gli incontri, fatta eccezione di sole alcune occasioni, ciò che rimaneva nella mente era il ricordo dei bei discorsi pronunciati, delle belle parole profuse, dei sorrisi che caratterizzavano gli intervenuti ma che in prosieguo non hanno prodotto tanto di positivo e   neanche a distanza di tempo non hanno prodotto i risultati prospettati. Cosa era rimasto quindi di tutta quella preparazione così tanto declamata ma mai attuata? Dove sono andati a finire gli interventi così eloquenti che gli oratori ed i preparatori, di volta in volta succedutisi alla cattedra, avevano così enfaticamente precisato? Verrebbe da ridere, ma non tanto, perché se la casistica viene analizzata per bene, emerge che questa è una circostanza che si riscontra in tanti casi, a tutti i livelli, in tutti i settori istruttivi e credo che tali non siano solo le mie personali considerazioni. Lo rivela il fatto che si sentono i pareri di tanta gente che, trovandosi partecipe ai meeting di che trattasi, rimane poi desolata perché non trova riscontro in quello che si è proposto e, quindi, resta ancora più sfiduciata di prima nell'avvenire o direttamente nell'operato di chi ha presentato quei programmi innovativi che ben facevano sperare. Ma allora è una prassi conclamata quella di ascoltare ed intravedere così tante belle prospettive e poi rimanere attoniti dal non trovare nulla di concreto? Come mai non si interviene direttamente di persona, cioè salire sulle barricate per apportare le proprie idee non solo in astratto ma anche per riportare la dignità umana ad un livello vistosamente superiore? In altre parole, non si ha sentore che quei personaggi che affidano alle loro parole il senso motivazionale da imprimere nella componente formativa dell'interlocutore, che abbiano tanto mostrato con il proprio fare la validità di ciò che hanno affermato, cioè non riescono a dimostrarlo personalmente. Visto che il mio carattere mi induce solitamente ad interessarmi delle svariate vicende umane (ed in particolare agli atteggiamenti che gli uomini assumono di fronte a circostanze che potrebbero considerarsi ordinarie ma che invece assumono ben altra dimensione e quindi di enorme importanza perché implicano la partecipazione dell'essere individuale in un ambiente molto più allargato tale che possa produrre realmente effetti sul modo di reagire alle anormalità che gli si presentano) anche io mi sono posto tali quesiti, ed ho ovviamente cercato di dare validi motivazioni, ripeto, assolutamente personali, anche se derivanti dallo studio del comportamento sociale dell'uomo. Per questo motivo ho provato a mettere sotto esame il comportamento che assumono tali direttori della parola, per individuare se e come ci sia corrispondenza tra gli insegnamenti perpetuati e il proprio operato, vale a dire la messa in campo della cosiddetta prova … dalle parole ai fatti! Riferendomi alla complessità degli spettacoli organizzati anche a larga scala in ambito nazionale, ho potuto constatare che alla fine di tutte le storie la realtà che intravedo è abbastanza diversa da quella che si vuole dipingere. Per quanto cosciente della propria limitazione umana, l'essere sociale è sempre pronto a reagire – forse perché si sente emotivamente coinvolto – ad ogni provocazione che gli arriva dal mondo esterno. Talvolta il proprio sentimento diventa virale e preponderante di fronte a sfide che lo chiamano in causa ma, nella realtà succede che, come si suol dire, l'unione fa la forza, nel senso che la propria idea di partecipazione si unisce a quella di tanti altri allo scopo di far sentire la propria voce solo dal punto di vista opinionista e perciò, tutto si ferma lì, come per dire tutto fumo e niente arrosto.... Se, infatti, si tentasse di proporre a chiunque abbia espresso le proprie idee, di intervenire fattivamente nelle diverse forme di reazione, noteremmo una vistosa debacle: in tanti si ritirerebbero nel proprio entourage e si cullerebbero nell'esprimere di aver già detto il proprio parere, pur sapendo di non essersi prontamente interessato, nel modo attivo, a far sì che quella determinata cosa che richiedeva invece una più complessa adesione, non rimanesse solo un vago cenno di interessamento. Nell'arco della giornata ognuno è investito di tante problematiche, di tanti aspetti che possono interessare l'intera società o una sua parte, ed appaiono marcate sia sui mass media che nel proprio contesto ove si vive, ed il parere esposto da chiunque, specie dall'uomo della strada, riflette l'esternazione contrariata al fatto di cui si è avuta conoscenza. Ma la cosa che per certi versi fa anche ridere (!) è che appena finita la propria considerazione tutto torna come prima, nel senso che si ritorna alla vita di qualche istante precedente e tutto ciò che è stato detto è passato già alla storia: tutti siamo immediatamente riassorbiti dal vortice sociale in cui ci imbattiamo e che, comunque, richiede la nostra presenza, o il nostro parere della circostanza, per rifinire altre valutazioni a seconda che parliamo di politica, di religione, di innovazioni tecnologiche o altro. Fatto sta che in tutti i settori di interesse vige la cosiddetta “partecipazione passiva” , cioè l'esternare la propria idea in merito alla faccenda del momento è di per sé già un diretto coinvolgimento personale che non si differenzia -secondo la propria considerazione - da quello, certamente più incisivo, della discesa in campo e della battaglia in strada: come per dire “ armiamoci e partite! “ Questo è il motivo per cui i delegati ai corsi di formazione di che trattasi tengono - anche meticolosamente - alle modalità di insegnamento e quindi di formazione altrui, ma non intravedono o non considerano fondamentale nella propria esposizione la necessità di rappresentare non solo con le parole ma anche con il proprio modo di operare ciò che si sta impartendo, dando quindi prova sia della consapevolezza di ciò che si offre quanto della certezza dei possibili risultati che si possono effettivamente raggiungere. Il discorso si fa ancor più audace quando tali personaggi rivestono cariche pubbliche e quindi rappresentative -se vogliamo – anche di parte della società stessa -. In tal caso verifichiamo addirittura che l'attenzione posta ai traguardi da raggiungere, ma stavolta non dai convenuti, ma dalle loro aspettative in tema di incarichi ricevuti, discosta enormemente da quello che va a perseverare. E' alla portata di tutti figli esempi che ci sono proposti ogni giorno dai mass media che riportano i discorsi e le congetture esposte da tali signori che dettano legge o quanto meno disposizioni generali che dovrebbero sortire effetti a cascata sulla popolazione , ma tali possibili effetti si possono riscontrare solo in quanto è il popolo rappresentato e non altri a porre in essere il rispetto per le norme dettate. E diciamo non altri in quanto i signori che esprimono in tal modo non fanno altro che riportare alla ribalta le stesse ed identiche formule e ripetizioni di frasi fatte, siano essi portavoce di partiti, associazioni, comitati o movimenti di ogni genere. Assistiamo così alla ripetizione copia ed incolla di ciò che si dice e si vuole dalla gente ma a nessuno freme sapere che la stessa gente che li rispetta vorrebbe, o meglio, si aspetta che anche loro anzi specialmente loro esprimano non solo programmi o definizioni, ma prendano parte alla vita di tutti, interagendo col proprio modo di vita e comportandosi come gente comune. Ma è tutt'altra cosa....


17 - PRESUNZIONE

E' quasi irreale e incredibile quanto può essere partorito dalla mente umana quando ci si imbatte in discussioni o argomentazioni caratterizzate dalla partecipazione di soggetti che si proclamano credenti e scrupolosi osservanti e che evidenziano un evidente stato di alterazione filosofica individuale rispetto ai principi, ben più semplici e definiti dalla Parola di Gesù. Mi riferisco alla congettura sottolineata da tanta gente che, rispetto a tutto ciò che hanno sempre ascoltato dai religiosi e dai catechisti, antepongono il proprio concetto di come pensare o ragionare sulle circostanze che rendono l'uomo a protagonista degli eventi. Nelle pagine della Sacra Scrittura è evidenziato, a chiare lettere, come sia necessario abbandonarsi alla volontà divina per poter adeguatamente fronteggiare le situazioni che attanagliano la vita di ogni essere. Ciò non vuol dire tralasciare la propria iniziativa, oppure muoversi in prima linea, ma vuol solamente e semplicemente rappresentare di come ognuno sia custodito dal Creatore e che, poiché ogni cosa è comunque “sotto osservazione” non vi è il minimo disinteresse a che Dio abbandoni le Sue creature; sappiamo bene che la protezione di cui ogni fedele gode da parte dello Spirito Santo è sempre presente, per tutelarne l'anima ed il corpo. Ovviamente stiamo riflettendo su aspetti che interessano quelli che effettivamente vogliono sentirsi parte del Creato e di essere annoverati nella sfera protettiva del Signore ed ogni altra considerazione non deve in alcun modo essere qui circostanziata, perché nettamente fuori luogo ed inappropriata. La vita di ognuno, proprio perché posta in essere da Dio è perfettamente e realmente tutelata, non corre alcun pericolo se non quelli che lo stesso uomo, tralasciando le precauzioni dettate dal Signore, con il suo modo di fare o di pensare, intende e poi pone in essere. Così comportandosi, egli non fa che allontanarsi da quel livello di sicurezza garantitogli e si avventura nella giungla delle difficoltà, che talvolta appaiono addirittura insormontabili. In questi casi la preoccupazione di non avercela fatta, l'insicurezza provata sulla propria pelle, la verifica di aver perso le proprie certezze lo scaraventano nel buio della disperazione più cupa ed allora scarica rabbia e depressione su chi avrebbe dovuto dargli man forte e, invece, non ne tratto giovamento. Passeranno mesi ed anni ma quel risentimento non scomparirà dal suo cuore e la sua anima risulterà sempre più lontana dai valori della fede con cui era iniziata la sua storia di fedele. E' raccapricciante come molto spesso tante persone, anche quelle che ci troviamo vicino, ci rappresentano che sono angosciate perché il Signore li ha abbandonate, perché le cose non vanno come vorrebbero, o magari perché i risultati che sono pervenuti sono nettamente in contrasto con quelli che si aspettavano. E' forse il parere che più di ogni altro naviga nella mente di tanti che, ancora una volta, sostituiscono le proprie idee alla volontà divina, omettendo di pensare che semmai, si sono comportati proprio al contrario di come avrebbero dovuto. Ma capita anche il caso in cui il fedele del momento che si è comportato bene fino alla fine si accorge di sprofondare in una complessa depressione perché, in fondo, aveva visto in uno spiraglio di bene che sarebbe giunto in suo soccorso e, così ragionando, non riesce a comprendere appieno le finalità dei sacrifici richiesti dal Signore o, a volte, le aspettative che non sono caldeggiate in vista di una offerta o di un contributo alla causa divina. Notiamo allora come sia molto riduttiva la nostra percezione della volontà del Creatore, quanto sia poca la disponibilità a sacrificarsi per creare un bene più spesso a favore di altri. Sì, perché sappiamo dai più rudimentali accenni del catechismo che patimenti e sacrifici offerti al Signore servono ad alleviare penitenze o dare supporto ad altre iniziative poste in essere da Dio. In altre parole, ci si dimentica che ogni cosa desiderata o voluta non debba essere necessariamente realizzata per far sì che il nostro animo si rafforzi positivamente, quanto si dovrebbe, piuttosto, mettere maggiormente a disposizione ogni istante della propria vita affinché possa produrre effetti benefici verso altri. Si noti allora che tutto si riallinea come si trattasse di una compensazione tra le situazioni che non trovano ragionevolezza ed originano pessimismo, a favore di circostanze – altrettanto importanti – che rappresentano pericoli di diverso genere che possono coinvolgere sia un solo essere quanto comunità intere di soggetti che sono investiti da momenti di difficoltà, che richiedono la partecipazione di tutti per invocare la discesa di un aiuto divino e ottenere la soluzione ideale per quell'evento problematico. Ancora una volta, perciò, viene rappresentata la pochezza umana che, di fronte ad un voler divino pone una situazione del tutto personale che mina la tranquillità di quell'anima di fronte ad un bene immenso e gratificante agli occhi del Signore. Preme sottolineare come sia aberrante sentire da persone che ancora non riescono a comprenderne il significato, come si sentano disperate perché la propria vita non è stata come quella che desideravano e che magari è toccata ad altri che semmai, a propria discrezione, non avrebbero mai dovuto ricevere quella benedizione. Siamo alla follia!. Un credente, che dovrebbe essere talmente contento per la sorte benigna toccata ad altri ne evidenzia l'insofferenza o, ancor più, il disprezzo perché … ad altri sì ed a lui no!... Quante volte abbiamo ascoltato una simile diceria, quante volte dalle nostre bocche, anche se solo per un momento, non è passata questa minuscola frase che denuncia un vuoto enorme nella nostra professione di fede. Come poter riparare siffatti atteggiamenti? Basterebbe ritornare ai primordi della nostra preparazione religiosa e continuarne a vivere le regole senza aver alcuna visione di corrispettivo da ricevere, se non solo la ricchezza di quello che verrà data in altre vite.


8 – LE CROCI

Cosa vuol dire seguire Cristo? Cosa vuol dire prendere ognuno la propria croce ed incamminarsi dietro di Lui? Qual è la nostra Croce o le nostre Croci? Vogliamo magari apparire intelligenti e sapienti, ma poi mostriamo le nostre lacune: non riconosciamo le croci, le debolezze, le deficienze. Non si rivelano perché sono oscurate dalla mente che si riempie di egoismo e di materialità, di quelle cose che fanno bene solo al corpo, ma non nel cuore. A tal punto da farci confondere le idee e trasformare le voglie desideri in reali necessità. Quasi come se volessimo trovare una scusa, talvolta banale, per non riconoscere realmente ciò di cui necessitiamo, forse a causa di una vera preclusione alla pena, alla sofferenza ed anche all'ingiuria. Infatti, il ragionamento non farebbe una piega perché ci si domandare perché patire se non c'è bisogno? Perché addossarsi dei pregiudizi se non si è pienamente coinvolti? Ma la risposta sta sempre lì. Ci vediamo protagonisti della nostra vita che abbandoniamo solo in quelle circostanze che la ricolmano di beni e piaceri effimeri, senza valori o contenuti. Come potremmo seguire Cristo, se non sappiamo nemmeno quali sono le nostre croci., come potremmo dedicarci alla nostra vita meditativa se non ci interessiamo minimamente di che cosa ci sta offrendo Cristo? Ma partiamo dal basso. Se è vero che siamo nati per soffrire, come tante volte fraseggiamo, tanto varrebbe farlo per una giusta causa. Ciò significherebbe votare la causa della pena alla sequela di Cristo che comunque donerà la vita di gioia e di felicità che caratterizzerà la Gerusalemme celeste che ci attende. Ma c'è anche un altro punto di vista. L'uomo di oggi soffre perché egli stesso è causa di quel male e, purtroppo, dà attuazione a quel famoso detto che recita “ chi vuole il proprio male pianga se stesso” perché in realtà ogni azione cui sottende l'atteggiamento umano, specie in questi tempi che si definiscono moderni, si è abbandonato il criterio del ragionamento per adeguarsi alle regole più frivole semplicistiche della mondanità, di quel materialismo che sotto mentite spoglie presenta realtà ed immagini sempre più allettanti di una vita che appare serena e feconda, ma che in effetti nasconde le inefficienze dei propri vuoti. Ma l'uomo non se ne rende conto e imperterrito continua la sua progressione in questo modo di vivere asettico, privo di concezioni senza alcun riferimento ideale e vitale per sé stesso. Solo al culmine della propria vita si rende conto di aver di aver speso invano il proprio tempo, quel tempo che avrebbe potuto invece dedicare con maggiore sensibilità e soddisfazione alla creazione di un nuovo sistema sociale morale, costruendo ponti tra le diverse estrazioni sociali, verso un collettivo più unito. Ma le nostre croci, nel frattempo, che fine hanno fatto? Per il momento sono nel dimenticatoio, in attesa che un giorno, forse in un prossimo futuro, la consapevolezza, prenderà il posto dell'insignificanza ed allora inizierà a pesare nella mente e nel cuore di chi vi ci si approssima. Sì perché per poter finalmente decidere di agire per il bene della propria anima occorre iniziare a dire di no, dire di no per esempio alle proprie abitudini di ragionare per sommi capi, senza che il pensiero abbia un inizio vero e concreto. Questo incipit del ragionamento conduce inevitabilmente alla continuità delle riflessioni che, in tal modo, caratterizzeranno una mitigazione del proprio carattere e del proprio modo di fare. Questa fase di discernimento è l'ingresso della fase della consapevolezza che produce i suoi frutti da quel momento in poi. Le croci di cui dibattiamo rappresentano e simboleggiano l'abnegazione ai valori basilari della propria anima e condurranno la ragione ad intraprendere un cammino molto più diverso di quello già fatto e sarà caratterizzato dalla pienezza dei propri atteggiamenti verso un futuro che, sebbene presenterà vicissitudini anche difficoltose, nell'ottica di un comune obiettivo attenuerà il peso e la croce di ogni di ogni contrario imprevisto. Toccherebbe solo arrivare al punto in cui avendo ormai verificato l'irrealtà di una vita condotta senza scopi e motivati dalla volontà e dal coraggio di salvarsi seguendo la croce di Cristo, possiamo finalmente prendere la nostra croce, caricarla nella propria coscienza e col suo stesso peso rafforzare il nostro animo, illuminandolo con la vera luce della vita che verrà donata, quella vita eterna che Cristo stesso ha promesso a chi lo seguirà.


19 – IL VALORE DELLA PREGHIERA

Il nostro Santo Padre, che mi piace chiamare frate Leone, per fare riferimento ad una canzoncina scritta da San Francesco riferendosi al suo celebre confratello, è un grande intenditore. In un suo incontro con il pubblico ha parlato di un argomento molto delicato, non solo di pace, di gioia o altro ma di un tema che è sempre considerato ma mai analizzato. Papa Leone ha messo in tavola la PREGHIERA o, meglio ancora, l’essenza della preghiera, della sua importanza, della sua efficacia nonché della sua enorme potenza che sprigiona in tutti i momenti della vita. Noi preghiamo, forse, ogni giorno, e forse anche tanto, ma abbiamo mai considerato come e cosa diciamo o pensiamo nel momento in cui preghiamo? Infatti, per logica conseguenza, se pregassimo come si conviene otterremmo il risultato conosciuto: il Signore ci ha sempre detto che avrebbe aperto la sua porta ed allora dovremmo essere sempre esauditi nelle nostre richieste. Ma nella realtà è veramente così?Noi parliamo spesso della preghiera e talvolta sempre tanto per porre in essere che “bisogna” pregare, perché essa ci mette in contatto con Dio Padre. Ma non siamo mai scesi realmente nella profondità della dinamica della preghiera così come lo intende Papa Leone, che ha iniziato il suo pontificato dando vita ad una marcata catechesi sulla preghiera, per dare un senso molto più sentito al tema. Potremmo citare tante storie o fatti in cui la preghiera ha costituito un momento particolare della vita di qualcuno o, invece, sia diventato l'elemento scatenante una forma di fede inavvertibile precedentemente da parte di taluni personaggi molto noti della storia religiosa. Ritengo molto più semplice ed adattabile l'esperienza che, negli anni ha plasmato l'esistenza di una persona non tanto famosa quanto lo è diventata in seguito alla sua conversione, non dovuta a fatti miracolosi esterni, ma dal cammino che ha saputo percorrere durante la sua vita. Un esempio di come il valore della preghiera possa determinare anche a livello cognitivo una trasformazione vitale. Si tratta dall'esperienza stravolgente vissuta da un simpatico parroco, il sacerdote americano di nome Padre Coleman. I suoi genitori erano appartenenti a diverse religioni e lui, ovviamente, non poteva essere diversamente anzi, peggio ancora, si dichiarava assolutamente ateo. Ogni giorno si recava a scuola sull’autobus insieme a tanti altri ragazzi ed era diventato un po' lo spavaldo del gruppo. Ogni volta che vedeva una ragazza si approcciava a lei per dare dimostrazione agli altri della sua sfrontatezza e tutti lo ammiravano. Tutti tranne uno che, invece di prestare attenzione alle avance del bullo, riteneva sfruttare meglio quel lasso di tempo e quindi dare più attenzione ad altre cose, per cui tirava fuori una corona di rosario e iniziava a pregare. La scienza si ripeteva ogni giorno e per tanto tempo fino a quando il nostro eroe se ne accorse e denigrando quell'atteggiamento puro e semplice del coetaneo, lo derideva e gli premetteva che lui, invece, non sarebbe mai diventato cattolico perché così facendo avrebbe perso il gusto della vita e rivolgersi alle preghiere era solo una grande perdita di tempo, inutile ed infruttuosa; invece, secondo la sua filosofia, la vita andava vissuta in pieno perché poteva soddisfare i propri bisogni, i propri desideri ed anche qualche cosa che purtroppo non era concesso dalla morale della religione, qualsiasi essa fosse. Capitò, invece, che a fine anno, nell’organizzare il Campus Estivo, uno degli istruttori, vedendolo così brillante e a suo modo capace di affrontare le situazioni, gli chiese aiuto ed il convenuto, proprio per dare conferma della sua validità, gli diede subito la sua accettazione. Il campus era distinto in gruppi di bambini, fanciulli e giovani e tutti, indistintamente, seguivano i programmi preparati dagli istruttori seniores. Una delle priorità dettate nelle attività cui si dovevano dedicare tutti i partecipanti era, all’inizio di ogni incontro, la recita delle preghiere: figuriamoci l'incredulità del giovane scapestrato, così mentre gli altri aderivano all'esecuzione degli ordini impartiti, lui esplodeva di risate. Col passar del tempo però notava che ogni ragazzo esprimeva serenità e pacatezza verso gli altri ed allora chiese ad alcuni di loro il motivo per cui si sentivano così: essi risposero che non lo sapevano, forse era dovuto al fatto che si sentivano protetti dalle preghiere che ogni giorno recitavano, forse una forma di tranquillità animava i loro cuori grazie alla grazia profusa dalle invocazioni che ogni giorno salivano al cielo: sta di fatto che ogni cosa che veniva eseguita, ogni azione che era svolta da chiunque dei presenti avveniva senza alcun pericolo o difficoltà e, nel caso queste ve ne fossero, si cercava pacatamente nella stessa comunità di risolvere ogni problematica. L’eroe prima ci scherzò sopra ma il pensiero o meglio, il tarlo gli era ormai entrato nella mente, e cominciò a rimuginare mentalmente che forse anche lui avrebbe dovuto necessariamente provare quelle sensazioni che, proprio perché semplici ed innocenti, iniziavano a lacerargli la mente. Decise quindi che avendo tanto tempo a disposizione avrebbe potuto constatare se ciò che gli era stato detto dai ragazzi poteva effettivamente corrispondere alla verità. Ma come e cosa fare per dare il via a questa dura prova? Era abbastanza lontano dalle modalità di esplicazione anche dei più rudimentali canoni di preghiera. Pensò che potesse copiare ciò che facevano tutti e che potesse iniziare a recitare qualche preghiera: sì, ma quale, visto che non ne conosceva alcuna? All’inizio quindi gli sembrò difficile, si fece aiutare da qualche ragazzino visto che non aveva mai pregato ma riuscì a dire un Padre, una Ave Maria ed un Gloria. Gli bastò e non volle saperne più. Nei giorni che trascorrevano sereni si sentiva sempre più tentato a pregare ancora anche se non capiva perché c’era quella tentazione che gli arrivava a livello mentale e così riprese a pregare. Ed ogni giorno che passava, rifletteva che se aveva un po' di tempo a disposizione avrebbe potuto recitare anche altre preghiere e così fece fino ad arrivare a dieci Ave Maria, perché voleva tener presente quanto pregasse e lo faceva contando con le dita, non avendo a portata di mano una corone di rosario. Una volta che si era reso conto di aver pregato fino a dieci, chiese come fare per continuare e fu solo allora che ricevette in dono un rosario, che lui nemmeno conosceva, per poter andare oltre le 10 Ave Maria. La titubanza lo prese e la ritrosia a non voler proseguire lo stava totalmente rendendo reietto, non voleva, perché pensava che stava cadendo in una trappola spirituale ma, chissà perché, continuò. Alla fine del periodo del campus estivo era riuscito a completare l'intera preghiera del rosario. Non capiva ancora cosa era successo e come era potuto succedere, ma gli stava bene, perché quella preghiera lo condizionava mentre faceva le sue cose durante la giornata. Si era reso conto che man mano aveva fatto entrare la preghiera nella sua vita e che la sua vita, chiaramente la sua prima vita, ormai era andata persa, perché ogni azione che svolgeva nel corso della giornata era preceduta da una continua recita di preghiere. E sia il suo stato mentale che quello psicologico, erano stati completamente trasformati. Cosa era successo? Era successo che non era più la preghiera ad essere entrata nella sua vita ma, al contrario, egli “aveva fatto entrare la sua vita nella preghiera”. E qui ci ricolleghiamo a quanto dice Papa Leone XIV. Se realmente vogliamo vivere secondo le regole cristiane, dobbiamo fare entrare allo stesso modo la nostra vita nella preghiera. Cosa succede? Succede che la nostra vita cambia totalmente. Non ce ne accorgiamo ma col passare del tempo, inspiegabilmente prima e notoriamente dopo, la nostra vita prende una piega diversa. Abbiamo mai fatto caso che quando iniziamo a pregare, il nostro animo si calma all’improvviso e diventiamo all'istante più sereni? Semplice, perché ci siamo messi in contatto con Dio, con la pace estrema e con la serenità interiore che solo Lui può concedere. Ecco perché il nostro essere si presta a rasserenarsi e mettersi assiduamente in ascolto di Dio. E continuando a fare sistematicamente tutto ciò produciamo un risultato importante: portiamo la nostra vita nella preghiera, come Padre Coleman. Una volta arrivati a questo risultato, ci poniamo la domanda fatidica, perché, essendo umani, vogliamo conoscere cosa succede nella vita ordinaria. E la risposta non è difficile. Proseguendo in questa direzione facciamo in modo che la nostra precedente vita, astrusa dalla confusa realtà diventa pura contemplazione, perché meditare sul nostro atteggiamento in confronto alla Parola di Cristo e supportato dalla preghiera che gli rivolgiamo in occasione delle occasioni di pentimento, concretizziamo il discernimento interiore, che conferma il successo della Misericordia Divina che ci offre la consapevolezza della fede. In altre parole, si comincia a vivere realmente. Potrebbe apparire tutto come una semplice nozione teorica di affiliazione, ma vediamo alcuni validi riscontri posti nel Vangelo e nella Vita di Gesù. Quando Gesù è venuto sulla terra, benché fosse un re, si è fatto trovare in una stalla; quando si è fatto battezzare, si è presentato come un comune neofita; quando ha scelto i suoi Discepoli, non ha preso persone istruite ma solo pescatori, per lo più ignoranti; quando predicava, non parlava in termini filosofici, ma con parabole, cioè fatterelli che avevano alla fine una morale molto significativa. Di tutto ciò, i suoi diretti Discepoli, gli eletti, che l'avrebbero dovuto aiutare a trasformare i cuori dei popoli, non hanno compreso nulla. Tutto questo gli Apostoli non l’hanno capito, nemmeno quando Gesù ha detto loro che l’avrebbero ucciso e che dopo tre giorni sarebbe resuscitato. Ma quando ciò si è verificato, solo allora hanno iniziato a comprendere. Hanno iniziato a riflettere che solo mediante il supporto dell'aiuto di Dio avrebbero potuto divulgare la Parola di Gesù ma come fare, e cosa fare? Finalmente hanno capito che era necessario chiedere a Gesù di insegnare loro come rivolgersi a Dio Padre, come chiedere l'aiuto promesso, la forza necessaria per affrontare l'ignoranza e la malvagità del tempo sulla falsariga di come aveva fatto Lui in precedenza. E Gesù, avendo compreso che i loro cuori si erano finalmente aperti alla vera vita, allora ha insegnato loro il Padre Nostro. E’ stato da quel momento che la loro vera vita ha preso piede, perché hanno cominciato a pregare e man mano che pregavano ricevevano le grazie ed i miracoli che chiedevano nel nome di Cristo: la loro vita era diventata una continua preghiera. A questo punto vediamo ciò che succede ai tempi nostri: una serie infinita di scrittori dichiaratisi atei, altri che invece pongono solo false allusioni in merito a vicende religiose al solo scopo di trarne scandalo o di mettere in cattiva luce le attività cattoliche. C'è addirittura chi si ostina, chi si arrabbia perché, a suo dire, si sostituisce ai cattolici che dovrebbero ammettere di essere solo perfetti ignoranti ed imbecilli. Il Perché? Asserisce che Gesù non abbia mai fondato una religione, non si sia mai definito figlio di Dio, ecc. Ovviamente provocazioni che stanno fuori di ogni portata spirituale. Simili affermazioni sono semplicemente fornite da chi non ha mai avuto esperienza di preghiera. E’ una continua sopraffazione alla cattolicità non perché si tratta di tesi indirizzate al cattolicesimo puro ma anche perché la maggior parte delle obiezioni è rivolto verso i cattolici che, non curando l’attenzione verso le parole di Gesù, fanno diventare tutto una scenografia millenaria in cui non vi è nulla di concreto, nulla di obiettivo, nulla di certo. Per essere buoni, quindi, ed assecondare l'idea di taluni contestatori basterebbe accogliere i profughi, gli emigranti, fare buone azioni ecc. Cosa ci dobbiamo domandare allora e come dobbiamo comportarci affinché i possa far cambiare simili opinioni? Possiamo cambiare le prospettive di dialogo con chi parla in questo modo?Possiamo proporre un modello di confronto? Come? Sta a noi difendere i valori del cattolicesimo. La Chiesa deve rinnovarsi, ma per poterlo fare deve ritornare alle sue radici e poi poter professare la fede senza alcuna riserva. E aggiungiamo: una volta che abbiamo consapevolezza di poterlo fare, bisogna farlo, altrimenti daremo credito ai tanti discriminatori che aspettano solo le nostre debolezze per incolpare di tutto Cristo e la sua Chiesa.


20 – NON CREDO IN NIENTE

Un giorno ho accompagnato i miei nipotini a scuola e nel momento in cui uscivo dall’androne della stessa scuola ho notato un capannello di mamme che già aveva condotto i propri bimbi in classe e si stava intrattenendo nei pressi dei giardinetti scolastici per discutere o meglio criticare sull’operato di alcuni sacerdoti. La cosa che mi destò un po' di rabbia per il fatto che una mamma addossava a tali sacerdoti la colpa della mancanza di partecipazione dei fedeli alle attività religiose e che, addirittura, proprio il loro modo di fare “faceva perdere la fede”. A tale affermazione ho ritenuto opportuno prendere parte alla discussione in quanto ritenevo del tutto sballata una simile affermazione che era del tutto falsa, quanto opportunistica e reticente. Ho fatto presente alla gentile signora che ogni affermazione fatta prima di essere enunciata dovrebbe adeguatamente essere stata meditata e poi eventualmente confrontata con le idee degli altri astanti che avrebbero potuto dissentire oppure no accettare tali affermazioni. Infatti ciò che era stato detto doveva essere il riassunto di una riflessione su ciò che effettivamente è il proprio atteggiamento e la propria convinzione riguardo a temi abbastanza sentiti e delicati. La signora adduceva la propria “sensibilità” al fatto che tanti preti nel proprio modo di porsi alla vasta platea di fedeli non assumono atteggiamenti consoni alla propria funzione e che spesse volte danneggiano l’immagine della Chiesa che loro stessi rappresentano in quei bruschi momenti. Poiché notavo che la signora ripeteva assiduamente tale concetto e con una certa veemenza, pensai che la sentenza che lei aveva dato più che una critica all’operato dei sacerdoti riflettesse invece un qualcosa di personale o di intimo che aveva scosso il proprio animo a tal punto che il suo rapporto con il clero era stato rotto o comunque indispettito. Chiesi alla signora, allora, se avesse mai rapportato quelle sue convinzioni a qualcuno dei sacerdoti da lei indicati ; lei rispose di no ritenendo che ciò sarebbe stato del tutto inutile, visto che le parole vanno via col vento. Ripresi ancora richiedendole allora se avesse fatto presente la cosa ad altri sacerdoti, allo scopo di verificare se i suoi pensieri erano solo pretesti vaghi. Anche qui rispose di no, perché i preti sono tutti uguali e tendono a difendere la categoria. Dato che la signora in questione non aveva dunque nessuna motivazione valida supportata da una opportuna ed efficace azione correttiva, cercai di riportare il colloquio a livello personale e le dissi che in quelle circostanze, non difficilmente riscontrabili nella realtà, invece di portarle all’attenzione della gente come personale sintomo di intolleranza, avrebbe dovuto costituire motivo principale per porsi in preghiera e mettere tutto nelle mani del Signore, allo scopo di assistere e proteggere non solo il suo popolo di fedeli ma specialmente i suoi rappresentanti sulla Terra. La signora rispose che non pregava per sé figuriamoci se l’avesse fatto per gli altri. La netta risposta mi colse indispettito e mi fece reagire subito, in quanto non mi sarei aspettato una risposta del genere; qualcos’altro l’avrei anche potuto accettare ma una roba del genere no ed allora incalzai, facendole presente che se il suo rapporto in odore di aperta antipatia per la “categoria” dei preti, come lei aveva specificato, era talmente vistoso era invece causato da un conflitto interiore che viveva duramente e minacciava seriamente la propria religiosità. Alla fine la signora confessò che da bambina aveva subito il dolore della prematura perdita della propria mamma e, nonostante il passar del tempo non l'avesse mai metabolizzato; non solo, ma dopo qualche anno un’altra perdita si aggiunse alla famiglia, la perdita di un fratello, un’altra tegola che si abbatteva sulla sua pur fragile spiritualità. Era come se Dio ce l’avesse con lei e da quel momento si distaccò da tutte le pratiche religiose, in quanto demotivata e mancante di ogni positivo auspicio. Di fronte a tanto dolore poche sono le parole che si possono esprimere ma le feci presente che nelle sacre scritture c’è di tutto, persino il modo non di come affrontare le negatività della vita ma a chi guardare ed ascoltare per basare le fondamenta della propria casa in ambiente di sicurezza da turbamenti e tentazioni varie. Poiché mi aveva appena enunciato le disgrazie accadutele e non potendo dare un giusto conforto, mi venne in mente di rappresentarle l’episodio di Giobbe, ritenuto proprio dal Signore il suo più fedele seguace ed il più difficile da destabilizzare, nonostante ciò che gli era accaduto. Tutti conosciamo la storia di questo integro servo fedele che fu oggetto di svariate sventure e, purtroppo, con la consapevolezza del Signore. Satana, infatti, aveva chiesto di essere in grado di poter facilmente portare a sé le anime di tanti cristiani se solo avesse avuto il consenso di Dio nel poterli tentare. Il Signore, secondo i testi biblici, aveva annuito che tutto era possibile ma avrebbe potuto trovare qualcuno che gli avrebbe tenuto testa nel confronto, come il suo Giobbe. Satana accettò la sfida ed iniziò ad attaccare dal punto di vista economico ed affettivo Giobbe che, da ricco signore e godente dei favori del suo Dio, fu ininterrottamente ostacolato da Satana che con le sue nefaste attività gli portò via in pochissimo tempo gli affetti più cari, portando la morte tra tutti i suoi figli, servi, rovinandolo nelle sue ricchezze e, in ultimo anche la salute. A quel punto, come aveva preliminarmente concordato, Dio intervenne perché aveva sì dato il consenso al turbamento, alle tentazione ed ai danni di vario genere ma non aveva concesso l'attacco diretto alla vita di quel servo onesto e fedele che nonostante le gravi perdite subite si era sempre e comunque riparato nella preghiera e nella richiesta al suo Signore della protezione da ogni peccato e da ogni perdizione. Satana non poté far altro che ammettere il proprio fallimento: lasciò dunque Giobbe che, da quel momento ritornò in salute e nelle grazie di Dio. La signora comprese il paragone, abbassò il capo ed ammise che la disperazione che l’aveva colta quand’era ancora bambina le aveva tolto ogni genere di affettività verso la religione e, ancor peggio, nei confronti di Dio che l’aveva privata di tanto affetto. Chiesi alla signora se era ancora disponibile, anche se con un po' di sforzo iniziale, a recitare qualche preghiera, perché solo con la preghiera quel rapporto con Dio che aveva smarrito poteva ripristinarsi e tornare alla fine a riaccendere la sua fede smarrita. La preghiera, infatti, costituisce l'input per ricostruire il rapporto con Dio. Lei non mi rispose, ma il suo sorriso e lo sguardo che all’improvviso si era fatto tenero e sommesso facevano sperare in bene. Cosa dire a tal riguardo? Dio ci dona la fede ma sta a noi praticarla e praticare la propria fede vuol dire credere negli insegnamenti di Gesù, farli propri e metterli in pratica in ogni istante della nostra vita. Per tale motivo credo la nostra vita debba essere impiantata nella considerazione di chi siamo, a chi e come gli apparteniamo e, infine, cosa siamo disposti a fare per essere sempre nella grazia del Signore o cosa realmente facciamo per rimanere nella sua grazia. Mentre tornavo a casa riflettevo sull’episodio mattiniero e non potevo pensare che il nostro Dio così infinitamente misericordioso ed indulgente avesse mai potuto lasciare nella disperazione quella donna, incappata nelle grinfie di una tormentata esistenza a suo discapito. E come lei, quanti di noi siamo afflitti dalle stesse sensazioni, dagli stessi problemi e dalle stesse intenzioni a voler prescindere dalla partecipazione alla via religiosa e abbandonare i contatti col Signore perché non siamo stati adeguatamente trattati “bene”, o semmai non abbiamo ricevuto la risposta ai nostri bisogni. In quei momenti diventiamo indispettiti e arroganti perché presi dalla nostra voglia di liberazione da quei legami che non hanno fruttato in bene ma che hanno procurato solo danni alla nostra vita. Quindi, è necessario se proprio non fondamentale non chiudersi in sé stessi, non abbandonarsi all'apatia ed all'insofferenza continua della vita condotta senza alcun obiettivo; necessita credere negli altri, in un qualche altra cosa che c'è ma che la nostra voglia di essere autonomi ed indipendenti da altre forme di assistenzialismo – e fra queste anche quelle a sfondo religioso - rifugge e tralascia. A volte una parola, un colloquio, un incontro, possono diventare strumento di Dio per poter riflettere anche in un così breve lasso di tempo su ciò che è stata la propria vita, lunga o breve che sia stata fino ad allora, e poter porre ancora rimedio a ritornare a Lui. Quanti Santi e Martiri hanno chiesto al Signore durante la loro vita di poter diventare testimoni della Parola, della Preghiera e della Sua infinita Carità misericordiosa. Il compianto Papa Francesco aveva dedicato un pezzo del suo pontificato alla divulgazione della “santità della porta accanto”, per indicare come tutti noi siamo chiamati alla santità nonostante non fossimo martiri o santi famosi; sta a noi, dunque, ravvederci e predisporre la nostra vita alla chiamata da parte del Signore ed essere pronti alle necessità di chi abbiamo a fianco, a chi ci chiede aiuto, a chi è meno abbietto, a chi - pur se si trova nel bisogno - è talmente riservato e schietto da non voler toccare la nostra falsa suscettibilità. E' solo in questo semplice modo che alla domanda di Gesù: Mi ami tu Pietro? non dobbiamo rispondere dicendo “Si, Signore, ti voglio bene “ ma ripetere; Si, Signore ti amo, nel senso che ti do la mia vita, ti offro la mia esistenza” , dimostrando con la nostra stessa vita quanto diamo all'uomo che ci sta accanto e che ci chiede conforto. Ma noi, ferventi cristiani, siamo veramente disposti a comportarci in questo modo?


21 – CERTO PER INCERTO

Penso che sia certamente mortificante essere un uomo, non perché non possa fare cose straordinarie ma solo perché quantunque possa raggiungere un livello di intelligenza elevato non potrà mai riuscire ad elevarsi mentalmente se non comprende che per poter arrivare a quel traguardo deve necessariamente votarsi al proprio Creatore. Infatti, gli potrà risultare facile ottenere grandi risultati in campo professionale, lavorativo oppure nel campo della ricerca nelle diverse forme e settori ma se l'uomo vorrà raggiungere vette più alte nella propria personalità o nella sua stessa maturazione personale, allora dovrà abbandonare fondamentalmente i concetti che sono alla base della sua ragionevolezza e deve approdare invece alle rive della conoscenza spirituale perché è solo in quel posto che troverà la risposta ai propri bisogni. E' in quel preciso momento che termina il valore della sua logica e raggiunge lo spazio in cui la mente si adeguerà ai principi esposti dall'ispirazione cristiana. E' come dire che l'uomo deve tendere a non ragionare più, poiché il ragionare è l'elemento caratterizzante della materialità ma deve invece cercare di indirizzare le proprie sensazioni e le proprie emozioni verso   l'invisibilità dello spazio, per giungere alla destinazione finale che è l'incontro con la divinità. Si potrebbe obiettare che è una pura utopia abbandonare le certezze della vita, quelle materiali, per andare alla ricerca di una probabile ma incerta felicità che, comunque, risulterebbe essere un qualche cosa prima da valutare per individuare se effettivamente risulta essere positivo o meno. Così quella sottile linea che delinea il campo della logica umana, dell'abbandono ad una conoscenza innovativa, appagante e pacifica diventa un ostacolo insormontabile in quanto nonostante si prospetti all'uomo un clima di eterna serenità e gioia egli è comunque continuamente redarguito dai parametri imposti dalla conoscenza terrena, per cui gli risulterà facile porsi domande ma risulterà di difficile attuazione la scelta finale per dare il passo quindi all'accesso a una paventata serenità finale. Una comprensibile possibilità di titubanza da parte dell'uomo, che è attaccato dalle sue preferenze di bellezze e materialità umane, prova certamente una paura nell'ignoto che va ad affrontare. Ma se questo è l'atteggiamento che di solito è insito nell'uomo della strada, il cosiddetto uomo qualunque, diversa dovrebbe anzi, deve essere, la presa di posizione di chi si dichiara fermamente cristiano e perciò seguace della dottrina di Gesù Cristo. Infatti, se per fervente cristiano intendiamo evidenziare chi pone in essere e in ogni istante della propria vita quei precetti indicati da Gesù dettati a chi aspira a voler entrare nella Gerusalemme celeste pronta ad accogliere tutti coloro che si sono adoperati per testimoniare con la propria esistenza la fede donata da Dio, per questa parte di esseri umani – che comunque coabitano nel creato unitamente agli altri che si mostrano restii a modificare la propria vita in cambio del premio finale- l'esistenza deve costituire un tempo in cui la pazienza, la conoscenza, il trasporto consapevole verso l' ultraterreno devono essere impiantati nello spirito dell'uomo e lì devono proliferare, affinché sviluppino tutte quelle caratteristiche proprie della spiritualità e del discernimento, grazie ai quali potrà modificare il proprio modo di vivere e il modo di porsi nei confronti della vita e del futuro che aspetta, quello dato per incerto ma che, nella conoscenza del fedele, diventa base fondamentale per la propria sussistenza. Cosa otterrà infatti, l'uomo che così avrà condotto la sua vita nel segno di un cielo nuovo e una terra nuova? Al momento certamente non gli è dato di sapere. Ma l'indole acquisita gli espone una sola conferma, la certezza data dalla promessa di Cristo.


22 – COSCIENTI O INCOSCIENTI?

Purtroppo è tutta colpa di quella maledetta mela e di quel maledetto che la propose. Così nacque l'allontanamento da Dio e la divergenza su tanti aspetti dell'autonomia e sul desiderio di indipendenza dell'uomo verso il suo creatore. Da quella mancanza così improvvisa e repentina, effettuata senza alcuna possibilità di porre rimedi, si è insinuata nella mente dell'uomo la volontà di ragionare, di mettere sotto esame tutto ciò che aveva ricevuto gratuitamente e di aver potuto realizzare da solo, senza alcun aiuto o ausilio divino. Quella sentita ed inattesa volontà si mostrò da subito conflittuale con il disposto di Dio, che aveva invece creato quei due negligenti con tutto il suo amore, addirittura a sua immagine e la somiglianza. Si originò in tal modo il netto contrasto tra il bene e il male, comunione e condivisione. Subirono la separazione e l'addio definitivo a una vita privilegiata che era stata consentita solo a loro due. Più volte mi sono chiesto se, premesso tutto quanto in precedenza, comunque fosse stato veramente tutto da addebitare ai due sprovveduti e, quindi, si fosse potuto in qualche modo perdonare quel peccato, il primo della storia commesso nell'Eden. Per certi versi, infatti, Adamo ed Eva, essendo gli albori della propria esistenza, quindi privi del tutto di esperienza, non erano pienamente coscienti e responsabili delle modalità che avrebbero in seguito caratterizzata la vita sulla terra per cui hanno acconsentito, non deliberatamente, ma su consiglio del tentatore, anch'egli a loro sconosciuto, ed eseguirono incoscientemente il torto che li privò del favore di Dio. Cosa potremmo obiettare ad Adamo ed Eva circa l'accaduto? Oggi diremmo che forse abbiano dato confidenza istantanea ad uno sconosciuto oppure di non essere stati arguti nel chiedersi perché accettare una tentazione così pressante anche se certamente presentata in modo avvincente e piacevole. Oppure, infine, domandarsi perché non hanno invocato il loro Dio Creatore per chiedergli spiegazioni per come e cosa fare per affrontare una richiesta del genere che andava contro la Sua volontà espressa molto esplicitamente, cosicché avessero potuto declinare quell'invito così caldo offerto dal dal diavolo sotto forma di serpente? Ripeto che siamo agli albori della storia, l'inizio dell'avventura umana, e tutto era ignoto e senza alcuna cognizione sul prossimo futuro, per cui chiunque si sarebbe potuto trovare in quelle condizioni e peggio ancora, avrebbe fatto la stessa scelta eseguita nei nostri progenitori agendo allo stesso modo, ignari con chi e cosa si sta trattando. A prescindere dall'evento che si verificò,   riterrei che è stato quello stesso momento ad essere il clou della circostanza, e potesse essere considerato come la fase irriconoscente della sapienza umana, ancora vergine e perciò aperta a qualsiasi forma di valutazione. D'altra parte, nell'atto della creazione stesso, oltre agli animali che condividevano il giardino paradisiaco i due malcapitati non avevano ancora avuto esperienze di contatto con altre forme di vita, nemmeno con Dio stesso, almeno per quello che ci è dato di sapere. Potremmo definire il tutto come una considerazione semplicistica del mal fatto di Adamo ed Eva, ma almeno razionalmente, viene normale avanzare una congettura del genere ed in forza di quella immatura educazione si potrebbe concedere ai nostri due avi una sorta di compassione per la loro colpevolezza, dando loro la possibilità di trovare grazia presso la misericordia di Dio. Inoltre a loro erano ovviamente ancora precluse anche le conoscenze in tema di divinità, di spiritualità e quant'altro, e quindi anche da questo di vista non hanno potuto beneficiare di quelle regole che seguite e poste in essere in modo appropriato, avrebbero potuto portare loro almeno un conforto morale e, perciò, anche possibilità di discernere. Esaminare questa storica vicenda con il senno di poi, a distanza di migliaia, milioni di anni, potrebbe risultare obiettabile, ma se l'uomo di oggi facesse ammenda di tutto l'accaduto e grazie all'acquisita sagacia intellettuale ponesse in essere ogni genere di atteggiamento volto a non disarmonizzare le forze della creazione, si potrebbe realizzare effettivamente quel disegno divino che si spezzò con il peccato di Adamo ed Eva. Purtroppo non è così. Anche oggi, Adamo ed Eva ritornano a distaccarsi da Dio, ma ci sono delle novità verificate nel tempo: stavolta il peccato non è più uno solo, quello rappresentato dalla disobbedienza, ma anche la parte del tentatore può anche essere omessa perché grazie al suo operato attraverso i secoli , si può certamente affermare che la sua semina è stata talmente abbondante a tal punto che oggi basta la sola forza egoistica e distruttrice dell'uomo a produrre tutti quei disastri che quotidianamente si registrano in tutte le parti del mondo. Addirittura c'è la testimonianza di tanti veggenti mistici nelle loro estasi o nelle loro visioni ultraterrene raccontano di aver udito direttamente dalla voce di Satana che il suo operato nel mondo oramai è abbastanza limitato, visto che a tutto provvede direttamente l'azione dell'uomo, che comunque avvinghiato nelle spire del materialismo della società, non fa altro che autodistruggersi, senza che vi sia il suo diretto intervento. Ed è la verità, tant'è che oggi assistiamo coscienti ma imperterriti alla prevaricazione a cui siamo sottoposti dalla circostante società. Si dirà che tutti siamo in qualche modo coinvolti nella macchinazione della società moderna e perciò tutti siamo già completamente inermi di fronte alle mega proposte che ogni giorno arrivano sul tavolo della nostra coscienza e della nostra vista, e come con tanto opalescenza amplificazione, le virtù e le bellezze che ci appaiono davanti, vengono ad ingannarci. Pertanto, questa considerazione diventa alla fine un semplice luogo comune e, in quanto tale questa valutazione può essere dichiarata anacronistica e non corrispondente alla realtà attuale. La spaventosa libertà di pensiero di cui oggi gode l'uomo, gli consente di esprimere ogni sorta di concetto in tutti i vasti settori in cui può addentrarsi, incurante della reale esattezza, veridicità, competenza o dell'etica, di ciò che incontra. Infatti l'individuazione di quella tanto aspirata libertà intellettuale che da tempo immemorabile l'uomo anelava oggi permette di agire del tutto autonomamente da quelle che sono le regole che sottendono all'equilibrio sociale. Il modo di fare che l'uomo ha è ancora estraneo alla volontà di Dio di chiedere e invocare ciò di cui egli ha bisogno. Ancora una volta, quindi, l'io si vuole sostituire a Dio e cerca nella propria forza di trovare le risposte, di cui necessita per risolvere le proprie problematiche. Ma se, Adamo ed Eva hanno potuto immediatamente conoscere l'esito del proprio errore, dovuto ad un atteggiamento restio alle decisioni di Dio, l'uomo odierno non potrà avere altrettanta “fortuna”, per cui solo nel tempo avrà occasione di avere esito del proprio operato, a condizioni che abbia ancora quel minimo di consapevolezza per saper confrontare ciò che ha fatto rispetto a quanto avrebbe dovuto seguire. Giunti a questo punto dovremmo solo dire che il mondo è destinato al male e che l'uomo finirà solo nella più completa perdizione. Molti insigni scienziati nonché illuminati menti pongono le loro continue attenzioni al modo di vivere e di comportarsi dell'uomo odierno, affermando che siamo nella cosiddetta “fase discendente” secondo cui ci si sta già incamminando verso la strada del non ritorno. Potremmo allora dire che abbiamo perso la speranza di un mondo nuovo? Avendo una matrice cattolica, ovviamente non mi permetto assolutamente di fare una simile affermazione anche perché la nostra comune aspirazione è sempre la speranza nella salvezza, per cui comunque ci sarà aiuto da parte del Dio Creatore che ancora interviene per aiutarci, e corre infatti l'obbligo di ricordare che lo stesso Dio Padre ci ha dato, ci dà ancora e stante alle sue promesse, continuerà a darci sollievo mediante la sua infinita misericordia e perciò si presterà ancora ed infinitamente a darci il suo favore divino. Questo sarà sempre possibile, con l'avvertenza che stavolta, l'uomo è già a conoscenza a cosa andrà incontro per cui egli deve cercare in tutti i modi di vivere il proprio modo aborrendo i mali che gli si presentano, direttamente o indirettamente, e rivolgere la propria vita alla totale abnegazione alla volontà di Dio.  

(fine parte II) 







 





 







 

 

 

 





 

 

 

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