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La Real Bufalaria di Carditello

Lo scrittore Pasquale Gravante racconta come nacque la filiera legata alla mozzarella di bufala campana.
Il suo libro è il risultato di una appassionante ricerca storica sull’iniziativa creata dai sovrani Borbone intorno alla metà del ‘700, che ha rappresentato l’avvio del rilancio di questa attività di produzione poi sfociato, ai tempi nostri, nel riconoscimento del marchio “dop”.

Anno 1750, Reggia di Carditello, San Tammaro, Caserta: fondata la “Real Bufalaria”.
Il sovrano Ferdinando IV ebbe la geniale idea, non immaginando il contributo che avrebbe dato tale azienda allo sviluppo e all’affermazione del comparto caseario della regione, diventando poi nel tempo una pietra miliare della filiera legata alla mozzarella di bufala campana.
L' eco che ebbe, in Napoli e tutta la Campania, la notizia che il Re aveva impiantato un moderno allevamento di bufale e, in locali annessi alla fattoria, organizzato un caseificio per la lavorazione della autentica mozzarella di bufala, fu enorme e divenne volano per tale settore economico. Ogni mattina si portava, con un veloce calesse, la produzione giornaliera al famoso botteghino di Napoli, dove si vendeva solo su prenotazione.
Questa attività durò circa un secolo, fino al 1860. Poi nacque la Taverna di Aversa, il mercato mattutino della mozzarella di bufala, esistito fino al 1970. 

Tutta la storia di questa speciale filiera bufala è documentata nel libro “Real Masseria La Bufalaria” scritto da Pasquale Gravante, edito da Youcanprint e disponibile nelle migliori librerie.
Il saggio, frutto di anni di ricerca presso l'archivio storico della Reggia di Caserta, oltre a percorrere velocemente la storia della bufala, dall'origine ai giorni nostri, presenta un capitolo originale dal titolo "la bufala e l'arte", contenente preziosi contributi a tema degli artisti Paola Paesano e Zacarias Cerezo, acquarellista iberico di fama internazionale. 
Preziosità finale per i consumatori: a conclusione del lavoro, non potevano mancare suggerimenti per degustare al meglio il prodotto ottenuto da solo latte fresco di bufala, così come prescrive il regolamento del Consorzio di Tutela. 

Sulla “Real Masseria”, questa “perla” forse poco conosciuta coltivata presso la fattoria modello di Carditello, abbiamo sentito direttamente l’autore, il Dr. Pasquale Gravante, che da alcuni anni il Corriere di San Nicola si pregia di avere tra i suoi collaboratori: «Nel settembre di due anni fa -ci dice- su Rai/Storia, il programma culturale della televisione italiana, andò in onda un interessante servizio sul Real Sito Borbonico di Carditello. Il Prof. Aniello D’Iorio, noto storico campano, ebbe ad illustrare sapientemente le vicende della fattoria modello progettata dall’architetto Collecini nel comune di San Tammaro, voluta da Ferdinando IV di Borbone. Oltre che riserva di caccia, tale sito fu territorio nel quale fu impiantato un allevamento di cavalli di razza destinati a rafforzare l’esercito reale. Inoltre, la fattoria-modello diede vita anche alle altre attività tipiche agricole, come la coltivazione del grano con annesso panificio, una aperia per la produzione del miele, nonché una ben gestita filiera bufalina con allevamento e annessa pagliara per la trasformazione del latte in genuina mozzarella di bufala. Proprio su quest’ultima attività, che si svolse presso detta fattoria reale per più di un secolo (1750-1860), si è soffermata la mia attenzione da alcuni anni. Ebbene, grazie ad un’accurata ricerca presso l’Archivio Storico della Reggia di Caserta, credo di essere venuto a conoscenza di documenti di assoluta importanza. Essi sono stati riprodotti, previa nulla-osta del Direttore dell’Archivio, nel libro che ho avuto l’onore di pubblicare, nel quale percorro anche, brevemente, le tappe salienti dello sviluppo della filiera bufalina in Campania»
«Tale filiera -ci spiega con dovizia di particolari Pasquale Gravante- fu organizzata molto attentamente; i documenti reperiti dimostrano una contabilità accurata e soprattutto vi fu attenzione al miglioramento della razza bufalina, istituendo già in quel tempo una sorta di libro genealogico. Possiamo affermare che sia l’allevamento della bufala che la produzione della mozzarella nella Real Bufalaria borbonica a Carditello hanno avuto un ruolo significativo nello sviluppo e consolidamento dell’attività in Campania. Il caseificio del Re fu il volano che, per oltre un secolo, rilanciò la mozzarella di bufala sul mercato di Napoli e da lì a tutta la Regione». 
L’autore conclude con una riflessione molto arguta “sulla quale avremo modo di discutere”: «Le attività economiche che i Borbone impiantarono nel regno, segnatamente in Terra di Lavoro, furono essenzialmente tre: setificio di San Leucio, allevamento dei cavalli di razza a Carditello, filiera bufalina a Carditello. Di esse le prime due ebbero successo indiscusso fino al secolo XX; le seterie, addirittura, assursero ad affermazione mondiale. Poi cominciò l’inesorabile declino. Solo la terza attività, la filiera bufalina con la mozzarella campana “dop”, è stata la punta di diamante che ha superato tutte le battaglie ed è sopravvissuta prepotentemente con successo fino ad oggi. Da molto tempo si discute sulle cause del declino delle seterie; una risposta condivisa ancora non è stata trovata. Si poteva evitare la loro fine? Quale poteva essere la cura migliore per il loro risanamento? I pareri sono ancora discordi.
Io mi permetto solo di dire che durante la loro lunga agonia è sicuramente mancato il contributo di una “Università” che avesse avuto anche il compito di svolgere studio e ricerca sulla filiera serica di San Leucio. Forse nemmeno tale contributo sarebbe stato sufficiente a salvarle. Ma sicuramente una schiera di ricercatori si sarebbe battuta tenacemente per la loro vita. Questo rischio non si deve correre per la filiera bufalina campana, anzi, per nessuna altra filiera della regione. Le Università campane ad indirizzo economico devono assolutamente fare la loro parte
». 

“Real Masseria La Bufalaria” è, dunque, l’egregio ed appassionante risultato di una ricerca storica sulla filiera bufalina creata dai sovrani Borbone presso la Reggia di Carditello intorno alla metà del ‘700. I documenti esaminati dall’autore testimoniano che tale iniziativa ha rappresentato l’avvio del rilancio dell’attività di produzione della mozzarella di bufala campana. Nel libro viene mirabilmente tracciato uno squarcio della storia della bufala in Italia dalle origini ad oggi. Inoltre, c’è un capitolo dedicato all’arte figurativa che ha immortalato i simboli della filiera. Non ultimo, il messaggio lanciato nel lontano 1972 dal preside della facoltà di Economia e Commercio di Napoli a favore del consolidamento dell’attività casearia campana. Il libro di Pasquale Gravante vuole essere anche un monito sulla sfida più pericolosa per l’attività, che arriva dalla Cina. 

Nicola Ciaramella
©Corriere di San Nicola
RIPRODUZIONE RISERVATA 


Pasquale Gravante è nato a Caiazzo nel 1947, da famiglia originaria di Grazzanise.
Il nonno paterno negli anni ’30 fu pioniere dell’introduzione della bufala nell’alto casertano.
Nel 1972 conseguì la laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Napoli presentando una tesi su “Economia delle industrie casearie trasformatrici del latte di bufala” (Relatore il Chiar.mo Prof. Domenico Amodeo).
Esperto di studio dell’economia aziendale applicata alle piccole e medie imprese, che rappresenta il suo campo professionale, Pasquale Gravante coltiva da sempre la passione di cultore e ricercatore di storia della filiera bufalina.
Alla fine degli anni ’80, a completarne la variegata ispirazione fondamentalmente storico-economico-ambientalista, nasce in lui un altro interesse che tuttora lo impegna con ardore e dedizione: la necessità di dare un contributo all’ambiente per quanto riguarda la organizzazione della raccolta differenziata (argomento di scottante attualità sul quale è in corso di finitura un saggio delle sue ricerche).
Di rilievo è anche un altro suo contributo nel “sociale”, convinto che “il futuro dell’umanità dipenderà da una sola strada: la nuova interpretazione dell’impresa sociale”. L’associazione di volontariato che presiede (V.S.R. – Volontari Sostenitori Ricerca) da anni porta avanti questo progetto.


 


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