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“Dipende cosa intendi per cattivo”

E’ da poco uscito il nuovo romanzo di Gaia Rayneri, l’autrice di “Pulce non c’è”: "Credo che, ad un certo punto, sia proprio la vita stessa che ci guarisce e ci spinge su con tutta la sua forza".

 

Gaia Rayneri esordisce nel 2009 pubblicando “Pulce non c’è” con Einaudi, la casa editrice con la quale collabora in qualità di lettrice di manoscritti; un’attività che affianca agli studi universitari di lettere e filosofia. Il libro che ha nel cassetto, però, prende forma da una storia realmente accaduta alla sua famiglia. Pulce è il nomignolo di sua sorella più piccola, affetta da autismo. Quando la madre va a prenderla a scuola, Pulce non c’è; é stata affidata ad una comunità. Solo la sorella e la mamma possono farle visita; inizia in questo modo il libro e l’incubo, un’ingiustizia durata troppo a lungo. Assistenti sociali prima, Asl, tribunali e giudici poi stabiliscono che la bambina debba vivere (a loro dire) in un posto tranquillo. Tribunali, giudici e assistenti sociali hanno dei sospetti terribili sul papà, al quale non è permesso vederla.
“Pulce non c’è”, diventato nel 2012 anche un film (diretto da Giuseppe Bonito con Francesca Di Benedetto, Marina Massironi e Pippo Delbono), è un pugno nello stomaco a tanti, istituzioni comprese, che non hanno, purtroppo, gli strumenti necessari e la sensibilità per svolgere un compito delicato. L’errore giudiziario si è poi risolto (per chi?), se così si può dire: è rientrato senza colpevoli e senza che nessuno chiedesse scusa.

“Pulce qualche volta piange, ma non sa direche è triste; anzi, a volte sembra che non sappia nemmeno piangere, perché lo fa in un modo che non le scendono le lacrime, ma le piange solo la faccia. È difficile da spiegare, comunque non è molto importante, perché Pulce piange poco”
.

“Io ho pensato che Pulce non c’è e non ci sarà mai, non c’è per i periti e non c’è per i libri di mamma Anita, non c’è per le maestre perché non suona Bach, non c’è per i paparazzi perché suo padre non l’ha violentata, non c’è per tutti noi perché lei non è e non vuole essere come noi ce la immaginiamo”.

(Stralci tratti da “Pulce non c’è”)


«Queste storie continuano a succedere», ci confessa Gaia. Prima di quel terribile episodio durato un anno, Pulce era una bambina felice, perché sorrideva sempre, coccolata dalla sua famiglia.

«Nessuno può sapere cosa le abbia lasciato quell’esperienza, -continua Gaia- nessuno lo può capire. Pulce è stata strappata letteralmente dai suoi affetti, senza ragione e senza che nessuno si fosse preoccupato di cosa provasse. Oggi, mia sorella alterna momenti buoni a crisi di disperazione; dopo quell’episodio ha perso sicuramente parte della sua serenità. Quando, in quel terribile periodo, le facevamo visita non ci fu permesso nemmeno di spiegarle (per quanto possibile) cosa stava accadendo.

La mia famiglia ha subìto quell’ingiustizia in diversi modi, come potete immaginare. Paradossalmente non siamo mai stati risarciti per quell’errore.

Il libro ha avuto successo, è vero, circola e se ne parla ancora oggi in molti ambienti. Spesso mi chiamano nelle scuole e in contesti nei quali è importante fare una buona informazione. Qualcuno mi dice che già questo è una sorta di risarcimento. Io, invece, credo che non sia giusto considerare un libro una sorta di rimborso; non esiste un risarcimento per il dolore e la sofferenza subìti a causa della leggerezza e dell’incompetenza di soggetti, che dovrebbero tutelare chi vive problemi complessi come questo. Quando è uscito il libro, in un primo momento abbiamo temuto ritorsioni, ma poi non è avvenuto nulla, tranne il fatto che chi ha “distrutto” la vita di una famiglia continua ad occupare tranquillamente il suo posto e a fare quello che faceva prima.

Ciò che mi conforta anche se in minima parte è che so per certo che questo libro ha aiutato tante persone, continua a farlo e in qualche caso ha fatto sì che episodi del genere non avvenissero».


-Pulce utilizzava la comunicazione facilitata; è proprio questo metodo che ha innescato l’errore e il dramma che avete vissuto? Ci spieghi in cosa consiste.

«Lo dice la parola stessa, dovrebbe essere un metodo per facilitare la comunicazione di chi è affetto da autismo. Ciò avviene con una tastiera di carta o un pc. Vi è un facilitatore che stabilizza il movimento della mano e che in qualche modo guida la “comunicazione”. A mio parere è un metodo fallimentare, perché non si ha la certezza al 100% di chi sta comunicando attraverso ciò che viene poi scritto. Il 50% di quello che viene fuori da una mano guidata appartiene al facilitatore. Questa figura, infatti, pone una domanda e poi guida la mano dell’autistico, il quale senza il supporto del facilitatore starebbe fermo e immobile davanti al computer».

Gaia vive a Torino, dove è nata, anche se in questi anni ha vissuto per un po’ a Bologna, Madrid e Londra. Al di là delle sue origini, è Madrid la città che le è rimasta nel cuore e dove vorrebbe ritornarci quanto prima. Ha lavorato come sceneggiatrice e scrive favole per bambini. Nel 2011 esce “Ugone”, per piccoli, con Rizzoli, con il quale vince il premio “Frignano ragazzi”. Con “Pulce non c’è” ha vinto il Premio Edoardo Kihlgren, a Bergamo nel 2010, e il premio letterario “Zocca Giovani” edizione 2010.

Nel frattempo ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento in lettere. La giovane autrice ama disegnare, suonare la chitarra e cantare a modo suo; ci confessa, infatti, che in realtà non ha ancora trovato un suo vero stile sia nel disegno sia nella musica, ma sperimenta. Si è avvicinata alla meditazione, scoprendo “Mindfulness”, una pratica orientale che parte da precetti del buddhismo adattata per la civiltà occidentale; fa jogging, va in bici quando può e adora immergersi nella natura.

Lo scorso 2 ottobre, a distanza di nove anni da “Pulce non c’è”, è uscito “Dipende cosa intendi per cattivo” (edizioni Einaudi). Le abbiamo chiesto come è maturata l’idea di questo nuovo lavoro e in che modo ha preso forma.


«Innanzitutto, a differenza del primo libro, “Dipende cosa intendi per cattivo” è una storia inventata. La mia attività di scrittrice mi porta ad osservare le esperienze che vivo e quelle che vivono gli altri. Questo romanzo prende spunto da un’esperienza personale di “social housing”, che ho vissuto per circa un anno, come volontaria, h24 per intenderci. In pratica il volontariato si svolge in contesti disagiati, vivi per un periodo in case ristrutturate per aiutare chi non ha un tetto, e il volontariato serve per creare rete. Ho colto questa opportunità per osservare da vicino ”le difficoltà” di chi ha problemi economici e di integrazione, di chi perde la casa ad esempio, che si traducono poi in stati d’animo e comportamenti diversi, se vogliamo, e ho scoperto che questo “disagio” appartiene un po’ a tutti noi. A stretto contatto con persone “ai margini”, sono stata costretta a guardarmi dentro e a osservare ciò che accadeva intorno a me. Siamo umani e per questo siamo animati dagli stessi meccanismi; passiamo momenti brutti o belli, possiamo avercela con il mondo intero e poi magari sentirci rinati. Ho voluto immergermi e vivere fino in fondo quelle realtà, per poter raccontare quello che avevo in mente. La storia è completamente costruita e parla di schemi mentali che appartengono a tutti, di visioni a volte non vere della realtà, di paranoie anche e di tanto altro; spesso si usa ingigantire o distorcere alcune situazioni in base a ciò che sentiamo in quel momento.

Scrivere questo romanzo è stato come fotografare uno stato d’animo, il mio stato d’animo in quel periodo. Questo libro lo definisco un processo di guarigione, è una storia che insegna ad amare la vita nonostante tutto, suggerisce una via per uscire dal buio; infatti, credo che, ad un certo punto, sia proprio la vita stessa che ci guarisce e ci spinge su con tutta la sua forza. Resto comunque sempre legata ai temi sociali, a domande “filosofiche” che pongo prima a me stessa sul rapporto dell’essere umano con l’universo e sul perché siamo su questa terra; argomenti che mi interessano molto e che sviscero, in qualche modo anche in queste pagine».


Dal 2009, anno di uscita di “Pulce non c’è”, sono passati molti anni, durante i quali la scrittrice è maturata, come anche il suo approccio con la scrittura; le abbiamo chiesto in che modo è cambiata la sua visione della vita e soprattutto il suo modo di scrivere.


«Il bisogno di raccontare è qualcosa che ho sempre avuto dentro di me; nel mio primo libro ho descritto un fatto realmente accaduto, nonostante ciò ho dovuto mettere su carta i fatti, decifrarli e tradurli, articolare i vari passaggi e ricostruire una storia, considerando anche il coinvolgimento personale che ci poteva essere. Credo che la scrittura sia uno strumento per fare tante cose, l’ho sempre pensato; poi però per scrivere un libro, secondo me, bisogna fare esperienza diretta di ciò che si vuol dire. E’ necessario sporcarsi le mani in qualche modo, fare un lavoro di ricerca, vivere e sentire quello che poi vuoi comunicare agli altri. Nel secondo romanzo ho usato la scrittura come strumento di consapevolezza, ho tolto gli autoinganni, ho tentato di eliminare le finte cose belle, per far emergere quelle veramente belle; non so come spiegare, volevo dire, a mio modo forse che la vita è bella. Ne è nato un percorso, che è partito dal “falsato” per arrivare ad uno slancio reale di vitalità e a quello che c’è di davvero bello nella vita, e che a volte non riusciamo a vedere».

Disponibilità e gentilezza: questo è Gaia Rayneri, una giovane autrice che non ha esitato un istante a dedicarci un po’ del suo tempo. “La vita è bella” fino a quando vi saranno persone belle a renderla tale. Ci auguriamo di seguire sempre il suo consiglio: togliere le cose finte per far emergere la vita e le sue cose belle.


Ecco due assaggi tratti da “Dipende cosa intendi per cattivo”:

“Decidere di fare del bene a qualcuno è una cosa da merde, è molto meglio stargli semplicemente vicino e capire se, per come sei, fai bene o male”.

“La vita potrebbe consistere anche nel guardare lo stesso punto per sempre e uno non si annoierebbe mai, perché ci sono comunque un sacco di cose da pensare o da vedere, che dopo che le hai viste o pensate ti cambiano e quindi poi guardi con lo sguardo nuovo, perché il puntino in sé non è pensabile, sei pensabile solo tu che guardi il puntino, non so se mi riesco a spiegare, credo di no”.

Giovanna Angelino
©Corriere di San Nicola
RIPRODUZIONE RISERVATA

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