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“Loschi affari nella ricerca sul cancro: L’apoptosi indotta”: incontro con l'autore

Nicola Amato svela con il suo romanzo alcuni retroscena della ricerca 

 

Abbiamo incontrato Nicola Amato, autore di numerose pubblicazioni in italiano e in inglese, tecnologo della comunicazione audiovisiva e multimediale, esperto IT e ICT, giurista. Si occupa di Communication and Information Systems per conto di un’organizzazione internazionale. É stato docente all’università Insubria di Varese della materia “Scritture Segrete”. Attualmente lavora all’università di Alberta in Canada dove insegna online la materia “Database Design for Information Management”.
Ci ha incuriosito molto il titolo di un suo libro: Loschi affari nella ricerca sul cancro: L’apoptosi indotta. Si tratta di un romanzo e a tal proposito abbiamo voluto intervistarlo, per chiarire alcuni dubbi e avere maggiori informazioni su un argomento di grande interesse generale.

-Come e quando è nata l'idea di questo libro; è accaduto qualche episodio o ha avuto qualche esperienza che le ha fatto decidere di scrivere riguardo a questo argomento?

«Quello che mi ha portato a scrivere questo romanzo è l’aver assistito impotente di fronte alla sofferenza e poi al decesso di mia moglie, a causa di un cancro ai polmoni che si è poi allargato ad alcune vertebre, per poi andare subito in metastasi in tutto il corpo. Si è trattato di un lungo e doloroso percorso, durato un anno, durante il quale ho provato quello che tutti i familiari dei pazienti affetti da patologie oncologiche provano, ossia tanta impotenza di fronte ad un mostro contro cui la medicina ufficiale pone in contrasto, nella maggior parte dei casi, solo la chemioterapia, la quale provoca dei danni incommensurabili, oltre che a non risolvere spesso il problema. Ho cercato pertanto con questo romanzo di dare un barlume di speranza ai tanti malati di tumore, andando ad imbastire una storia che avesse come leitmotiv una cura alternativa ed efficace».


-La storia raccontata nel libro è inventata o solo in parte? Quanto c'è di vero e quanto è pura fantasia? 

«Trattandosi di un romanzo, seppure trae spunto da una storia vera, i fatti narrati sono comunque frutto di fantasia, anche se, per quello che concerne le cure oncologiche che sono parte integrante del romanzo, devo dire che hanno una base di verità, nel senso che si tratta di ricerche scientifiche che effettivamente vengono fatte all’estero e che stanno cominciando ad avere dei riscontri positivi. Sebbene scriverlo mi abbia assorbito tantissime energie, in quanto si tratta di storie che in qualche modo ho vissuto per davvero, da parte mia ci ho messo comunque tutto l’impegno possibile per cercare di rimanere neutrale alla storia che ho narrato, proprio perché in qualche modo ne sono stato realmente coinvolto. Ho cercato inoltre di narrare queste vicende come farebbe un osservatore acuto e silenzioso, che in maniera discreta narra le storie che vede e riferisce i dialoghi che ascolta, di cui lui stesso, in punta di piedi, è testimone».

-Che genere di ricerche ha fatto per potersi documentare?

«Quando decisi di scrivere questo romanzo, la prima cosa che feci, come è naturale che uno scrittore faccia quando si accinge a scrivere un libro, è stata quella di documentarmi sulle patologie oncologiche e sulle tecniche terapiche che sono ad esse applicate. Di proposito ho voluto esulare dalla chemioterapia, per andare a studiare le cure alternative con lo scopo di trovarne una da inserire nel romanzo. Ne ho trovato tante in verità, ma purtroppo la maggior parte mi sono sembrate, diciamo così, surreali, sino a quando non mi sono imbattuto nell’apoptosi che mi ha subito interessato. Mi sono allora orientato verso queste ricerche scientifiche oltre oceano, che all’epoca avevano timidamente iniziato ad effettuare, per capire il funzionamento oggettivo e la struttura logica dell’apoptosi, documentandomi con amici medici e ricercatori italiani, e soprattutto contattando alcuni studiosi esteri i quali mi hanno dato molto conforto sulle aspettative di riuscita di tale sistema. Nel dialogare di volta in volta con ognuno di loro, il fattore comune è stato il fatto di dirmi tra le righe che le case farmaceutiche spesso storcono il naso di fronte a questi studi sull’apoptosi. Mi son detto allora “sono sulla strada giusta, è proprio su questo che devo orientare il mio romanzo affinché abbia anche un senso sociale e di supporto”».

-Qual è la sua idea riguardo al modo in cui viene affrontato oggi il cancro in Italia, riguardo alle terapie esistenti, al ruolo delle industrie farmaceutiche e a quello degli ospedali e dei medici?

«
Le strutture mediche oggi in Italia, ma del resto anche quelle di tutto il mondo, affrontano il cancro con le armi blande che hanno a disposizione. Infatti, a parte alcuni casi sporadici, per la maggior parte delle tipologie oncologiche non esiste ancora una cura efficace, e soprattutto definitiva, che vada oltre la chemioterapia o la radioterapia. A me personalmente sembra molto strano che con la ricerca scientifica abbiamo fatto passi da gigante in tutti i campi, medici inclusi, riuscendo a risolvere e curare malattie che sembravano inattaccabili, mentre invece con le patologie oncologiche siamo rimasti praticamente all’età della pietra. In considerazione del fatto che un ciclo completo di chemioterapia per paziente costa diverse migliaia di euro allo Stato, nessuno mi toglie dalla testa che alle industrie farmaceutiche che producono questo farmaco va bene questo stallo perché ciò rappresenta un business molto forte. A risentirne di questa situazione sono ovviamente i pazienti, ma anche la ricerca scientifica in questo campo mi sembra con le mani legate». 

-Spesso in Italia si è parlato di "Lobby dei malati di cancro": cosa pensa al riguardo? Crede che si tratti di gruppi di persone che semplicemente difendono i loro diritti e che la parola "lobby" non sia necessariamente negativa o pensa che la situazione sia più complessa e nasconda altri retroscena?

«Io non la chiamerei lobby quella dei malati di cancro. Ricordiamo che si tratta di pazienti che soffrono di un male incurabile, e che la maggior parte di loro, se non presa per tempo, è destinata a decedere nel giro di un anno. Quindi, a mio parere, non si tratta di nessun gruppo organizzato di persone che cerca di influenzare chissà chi per favorire particolari interessi, ma è gente che cerca di sopravvivere un po’ di più cercando di avere più attenzioni e più cure efficaci che vadano oltre la chemioterapia e le terapie del dolore a base di morfina. Io il nome lobby in questo caso lo assocerei più alle case farmaceutiche, anziché ai pazienti oncologici».

-In un post pubblicato sul suo profilo social parla di coincidenze, riferendosi ad un articolo apparso su portale dell'Ansa, relativo alla neo tecnica del prelievo delle cellule per curare il cancro; ci racconta qualcosa in più?

«
L’idea della cura del cancro che si basa sul prelievo delle cellule del paziente, la successiva sua modifica e l’iniezione delle stesse nel paziente, con la conseguenza che le nuove cellule modificate inducessero quelle malate a suicidarsi, mi affascinava. Questa idea ha girato e rigirato nella mia testa per parecchio tempo, e più approfondivo la questione, e più, seppure da profano in materia visto che mi occupo d’altro, mi convincevo della bontà di questa soluzione, confortata sempre dall’opinione in merito di esimi esperti del settore. Qualche anno fa, quando decisi di scrivere questo romanzo, non se ne parlava affatto di questa tecnica, ma io ci stavo già pensando, anche se poi continuai a scrivere il romanzo successivamente in quanto non ero ancora psicologicamente pronto a farlo. La notizia quindi dell’Ansa, che annunciava dopo una settimana dalla pubblicazione del mio libro, che era arrivata in Europa una tecnica di cura del cancro che consiste nel prelevare dal paziente alcune cellule del sistema immunitario, modificandole perché riconoscano le cellule tumorali e poi iniettandole nuovamente nel paziente dopo averle fatte replicare, non nascondo che mi ha reso felice in quanto è stata la conferma che io ero sulla strada giusta».

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