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«Quando il boss non telefona più»

Valentina Roselli ci racconta come le vite di Falcone e Borsellino si sarebbero potute salvare. Intervista in esclusiva assoluta prima dell’uscita a gennaio del suo nuovo libro.

Sulla copertina del libro si legge: Questa è la storia di Francesco Macrì e del suo grande impegno perché il “Jammer” fosse adottato dalle nostre istituzioni. “Jammer”, curiosa parola straniera che fa pensare a uno sport per giovani e che invece connota un dispositivo che disturba le frequenze GSM, radio e GPS. Il jammer può impedire l’esplosione di un ordigno e le comunicazioni telefoniche di una specifica area. Wikipedia ci avvisa che non vi sono in merito fonti esaustive e neutrali sull’argomento.

Prima di entrare nei meandri di questo romanzo-denuncia, edito da Alpes Editore, conosciamo più da vicino la sua autrice, Valentina Roselli, con domande mirate a indagare su un argomento conosciuto da pochi e che lascerà con il fiato sospeso i lettori fino all’ultima riga. Si tratta di un libro che ci farà capire molto riguardo la sicurezza globale e come quest’ultima sia precaria, al punto da minare tutte le nostre certezze.
Viviamo in un mondo dove la nostra vita è all’interno di un grande fratello e qualcuno muove i fili di ciò che accadrà, indipendentemente dalla nostra volontà. La riflessione che ispira questo bellissimo testo è che paradossalmente non siamo padroni del nostro destino, anche se siamo noi stessi, con le nostre scelte di vita quotidiane a indirizzare determinate tendenze. Indubbiamente governi, multinazionali e padroni del mondo hanno grandi e gravi responsabilità riguardo a ciò che accade a livello globale, ma la domanda che ci poniamo è se sia mai possibile che miliardi di persone sulla terra non riescano a creare una coscienza universale e a darsi comportamenti che cambino le sorti dell’umanità. Questo libro svela, fra i tanti retroscena, le contraddizioni del nostro paese e ci mette davanti una dura realtà.

-Chi è Valentina Roselli? Di cosa ti occupi, quali sono stati i tuoi studi e come ti sei avvicinata alla scrittura?

«Sono una giornalista pubblicista. Qualcuno mi ha definito una cantastorie perché da sempre sono convinta che la vita sia un contenitore di accadimenti Incredibili che devono essere narrati. Fin dalle elementari ho scritto storie, dapprima fiabe che, crescendo, sono state rimpiazzate dalle notizie come oggetto primario della mia passione; così già da laureanda in scienze politiche alla facoltà di Firenze, città dove sono nata, collaboravo con alcuni quotidiani locali in veste di corrispondente per la cronaca. Con il tempo ho scritto per testate nazionali e ho lavorato con tv e radio nella veste di inviata. Per qualche anno sono stata direttore editoriale di un quotidiano online e infine ho creato un mio ufficio stampa per la narrazione di eventi privati. Al momento insegno scrittura creativa, ma l’amore per l’inchiesta non mi ha mai abbandonato».

-Ci spieghi esattamente cos’è il Jammer e in che modo lo hai conosciuto, facendoci anche qualche esempio?

«In pochissime parole il jammer è un dispositivo elettronico capace di inibire un altro dispositivo elettronico emettendo energia elettromagnetica. Cercando di essere il meno tecnica possibile, posso riassumere dicendo che il jammer può impedire che il soggetto di un attentato sia colpito, isolandolo elettromagneticamente. Nel mio libro spiego bene che se la macchina di Falcone fosse stata dotata di uno jammer sarebbe stata schermata per un raggio di oltre un chilometro e l’ordigno che lo uccise non si sarebbe potuto far esplodere. Venendo ai tempi attuali, un uso molto opportuno del jammer sarebbe quello nelle carceri per isolare le celle e impedire le comunicazioni telefoniche tra detenuti e coloro che sono fuori. Come sappiamo, queste chiamate non servono per parlare del tempo e altre amenità, ma per programmare reati e questo tipo di comunicazioni risultano una delle piaghe più sentite dalla polizia penitenziaria. Sinceramente non ne conoscevo l’esigenza finché la fonte del mio libro, l’elettrotecnico spoletino Francesco Macrì, non mi ha contattato per raccontarmi la sua storia, divulgarla e magari fare in modo che questo apparecchio fosse conosciuto e utilizzato per il bene comune».

-Cosa si sa oggi in Italia di questo strumento? In che modo potrebbe essere impiegato e quali risultati porterebbe il suo utilizzo?

«In Italia grazie alle battaglie portate avanti non solo da Francesco Macrì ma anche da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che si è battuto affinché Antonino Di Matteo, magistrato molto attivo ed esposto nella lotta alla mafia, ne fosse dotato, adesso si ha almeno una vaga idea di quello che è il jammer e a cosa potrebbe servire. Purtroppo l’ignoranza è ancora molto diffusa, insieme al pregiudizio che questo sia un dispositivo elettronico dannoso per salute a causa delle onde elettromagnetiche che emette.  Ho riscontrato molta diffidenza specialmente da parte del sindacato di polizia che giudica il jammer come un ulteriore pericolo per gli agenti, senza avere in realtà le informazioni necessarie per formulare un giudizio pertinente».

Ci sono vari di tipi di jammer e di aziende costruttrici e come tutti i prodotti la maggior garanzia è data dal modello scelto e da chi lo produce.  Come riportato nel libro, nonostante le difficoltà sono stati finalmente ordinati 40 jammer da inserire nelle carceri dove sono presenti le sezioni che ospitano i detenuti in regime di 41bis, detenuti appartenenti a mafia, ‘ndrangheta, ecc., e questo è sicuramente un progresso. Dopo l’acquisto, il personale di polizia penitenziaria sarà istruito sull’utilizzo di questo dispositivo con appositi corsi.

La politica, purtroppo come sempre, latita o al peggio si disinteressa trincerandosi dietro la mancanza cronica di soldi delle istituzioni italiane o ai danni che il dispositivo può arrecare alla salute, senza avere una reale cognizione di quelli che sono le possibili implicazioni e il modo di evitare il peggio.

Non si hanno invece notizie sull’uso da parte di scorte che tutelano personaggi minacciati per il loro ruolo dalla criminalità organizzata, come Antonino  Di Matteo, il magistrato Nicola Gratteri, fortemente inviso alla ‘ndrangheta per i risultati ottenuti ultimamente sul campo, e il giornalista Paolo Borrometi, da sempre impegnato nella lotta alla mafia siciliana con le sue inchieste. Pare che ne abbia fatto uso Silvio Berlusconi (nessuna certezza, solo voci), come ne fanno uso abitualmente i capi di stato di tutto il mondo durante i loro spostamenti.

Alcuni stralci da “ Quando il boss non telefona più”...

I jammer che gli israeliani gli confezionarono per la commercializzazione in Italia erano predisposti per inibire specifiche frequenze, cioè le frequenze di radio comandi per gli aeroplanini da modellismo, poiché consentono una distanza di trasmissione maggiore rispetto ad altre frequenze, oltre una buona propagazione capace di superare eventuali ostacoli

Ma la storia sa sorprendere si sa, e nel 2001 arriverà la data che i signori del mondo non dimenticheranno mai e noi con loro: il famoso undici settembre. Dopo questo attentato si riaccende un’attenzione esasperata nell’ambito della sicurezza globale e personaggi come Francesco Macrì vengono rispolverati. Sebbene al momento stia lavorando come dipendente di una ditta alimentare della sua zona le sue conoscenze, capacità e relazioni estere sono ancora conosciute nell’ambiente e un’azienda romana, la Seawind, gli propone una collaborazione

“Quando il boss non telefona più” si chiude con una speranza...

“Queste tre convinzioni sono alla base del racconto di questa vicenda con la speranza che i morti del passato salvino gli eroi del presente e che la parte nera e sporca di ogni società abbia vita dura”

Giovanna Angelino
©Corriere di San Nicola 
RIPRODUZIONE RISERVATA


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