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L’inarrestabile spopolamento delle banche

Le macchine sostituiscono rapidamente le persone... I quartieri generali delle aziende di credito si stanno preoccupando di pianificare continue decurtazioni del capitale umano nel tempo, ma non di aggiornare o riconvertire il personale...

 

Una delle grandi trasformazioni del XX secolo fu la meccanizzazione dei processi agricoli, che portò nelle campagne i trattori, le trebbiatrici, i nastri trasportatori e i muletti. Come conseguenza, milioni di coloni e mezzadri in tutto il mondo vennero espulsi dalle aziende di produzione agraria e furono obbligati a cercare mestieri alternativi. Contrariamente a quanto ritenuto da alcuni, l’analisi storico-economica spiega che fu l’avvento dell’automazione nell’agricoltura a causare lo spopolamento delle campagne e non, al contrario, il miraggio di un lavoro diverso. La deruralizzazione comportò un sovvertimento socio-economico, culturale e persino del territorio. 

Analogamente, una delle grandi trasformazioni del XXI secolo è la digitalizzazione dei processi aziendali. La rivoluzione digitale sta portando nelle fabbriche e negli uffici i robot, l’intelligenza artificiale, il machine learning, la dematerializzazione dei magazzini e degli archivi, lo snellimento delle flotte aziendali, l’internet delle cose, il cloud, le piattaforme procedurali.
Conseguentemente, nel medio o persino nel breve periodo, milioni di blue collar e white collar in tutto il mondo avranno cambiato mansione o addirittura mestiere. 

Il settore che più velocemente e più profondamente si sta adeguando alla trasformazione digitale in atto, con i conseguenti rivoluzionari cambiamenti in termini di business model e di organizzazione del lavoro, è quello bancario. Da sempre il comparto creditizio-finanziario è maggiormente propenso all’innovazione, per via della più ampia disponibilità di capitale e per via della maggiore duttilità del lavoratore bancario, periodicamente chiamato a cambiare città, ufficio o funzione in nome della rotazione aziendale. Tutti gli avanzamenti tecnologici che accompagnano la rivoluzione digitale, nessuno escluso, stanno già facendo il loro ingresso nelle aziende di credito.

Le macchine sostituiscono rapidamente le persone e si assiste ad un vero e proprio spopolamento delle banche. Conseguenza di ciò è la debancarizzazione: un sovvertimento che riguarda l’economia, la società ma anche lo stesso territorio: meno bancari vuol dire meno filiali delle aziende di credito. Molti comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, rimangono senza sportelli bancari. Dunque, famiglie e piccole imprese sono costrette a sopportare un costo sociale molto elevato.

L’occupazione perduta nel giro di pochi anni nel settore bancario del pianeta equivale alla cancellazione di intere città dalla cartina geografica. Gli aspiranti bancari e gli ex bancari, che non trovano più spazio negli uffici creditizi, finanziari, legali e contabili delle aziende di credito, sono costretti a cercare nuove occupazioni, tutte autonome: il consulente finanziario (che gestisce il risparmio), l’agente finanziario (che procura i finanziamenti), il mediatore creditizio, il giurista d’impresa, il commercialista.  

Vi sembra uno scenario apocalittico? E’ la realtà. Per configurare l’ampiezza demografica dell’intera industria bancaria europea, possiamo paragonarla alla popolazione complessiva delle Marche e dell’Abruzzo. Analogamente, il settore bancario italiano è assimilabile per dimensioni demografiche al Molise. Vi sembrerebbe normale se, in soli otto anni, le Marche e l’Abruzzo perdessero nell’insieme quasi 400 mila abitanti e il Molise quasi 50 mila? Certamente pensereste ad uno spopolamento abnorme. Ma è proprio ciò che è accaduto al settore bancario in Europa e in Italia. Per di più, questo moto di arretramento demografico non accenna affatto a rallentare. Il nostro paese rappresenta il quarto sistema bancario nazionale dell’Unione Europea, ma mostra oggi uno dei peggiori rapporti tra numero dei bancari e popolazione: da noi c’è un addetto ogni 214 abitanti, mentre in Germania ce n’è uno ogni 132 abitanti. La dinamica di razionalizzazione che sta avvenendo nella branca creditizio-finanziaria europea comporta anche la continua compressione del numero delle filiali: in dieci anni ne sono state chiuse ben 50 mila (cioè una ogni cinque). Il nostro paese si è distinto in senso negativo, piazzandosi al terzo posto, dopo la Spagna e la Germania, per interruzioni di attività (quasi 6 mila sportelli in meno). 

I quartieri generali delle aziende di credito si stanno preoccupando di pianificare continue decurtazioni del capitale umano nel tempo, ma non di aggiornare o riconvertire il personale. Sotto un profilo di economia evoluzionistica, non a caso definita anche economia dell’innovazione, c’è il rischio che le banche cadano vittime del darwinismo digitale, che si verifica quando la tecnologia procede più rapidamente di quanto l’organizzazione possa adattarsi. Casi aziendali di insuccesso come quelli di Blockbuster e Kodak, sia pure in altri settori, evidenziano come l’innovazione non perdoni le imprese che non sanno gestirla.

Il cambiamento digitale non può attuarsi senza l’intervento diretto dei lavoratori, che prendono parte ai relativi processi con le loro qualità umane: creatività, attitudine alla relazione, abilità tecniche sia generali sia specifiche, capacità di giudizio, pensiero critico. L’innovazione digitale, perseguita senza il contributo delle persone con il loro bagaglio di competenze, può rivelarsi una minaccia anziché un’opportunità. Le aziende di credito non dovranno cadere nella trappola di investire molto nella tecnologia senza investire abbastanza nel capitale umano.

In tutte le organizzazioni la tecnologia è indirizzata, utilizzata e governata dalle persone. Ma, proprio nelle banche, le donne e gli uomini al lavoro sono particolarmente importanti: le attività finanziarie hanno poggiato sin dall’inizio sulla fiducia e quindi fare banca resterà sempre, anche di fronte ad ulteriori cambiamenti, un affare tra persone.

Francesco Discanno 
-University of Cambridge Examiner
-Respondent per la sezione Eiu del settimanale inglese “The Economist”

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