ITALIA: GLI INGREDIENTI CHE MANCANO


L'ECONOTISTA: Seconda puntata della rubrica curata da Francesco Discanno




Francesco Discanno ha studiato economia a Venezia, Londra, Helsinky, Losanna e New York, alternando le teorie sulla domanda ed offerta alle melodie estratte dalle magiche corde della sua chitarra. Poliedrico, incisivo, arguto, egli è un intelligente interprete della difficile arte della comunicazione. Che, oltre a virtù di conoscenza e sublime capacità espressiva, si materializza attraverso un sottile, quasi impercettibile fruscìo ...che si chiama passione. Sì, senza di quella Discanno non sarebbe mai potuto diventare un ...econotista.  Anche se nato in Toscana da genitori pugliesi e pur avendo trascorso i suoi anni verdi nelle Marche, Caserta è la sua terra. E dunque si infervora se essa, già martoriata e vilipesa, non viene neanche compresa. Perché, a dirla con il grande musicista folk Woody Guthrie, “Questa terra è la mia terra!”. Il Corriere di San Nicola e Nicola Ciaramella gli porgono, onorati, il benvenuto.




ITALIA: GLI INGREDIENTI CHE MANCANO   

Da diversi anni ho il piccolo privilegio di essere un “respondant” del settimanale inglese The Economist. In sostanza faccio parte di un panel di lettori di ogni razza e Paese a cui viene periodicamente richiesto un parere sulle questioni che interessano il mondo economico e sociale. Per ogni intervento il respondant viene ricompensato con un bel libro. Tutti i pareri vengono aggregati ed interpretati ai fini della pubblicazione di una ricerca. Alcuni mesi fa ne è stata pubblicata una intitolata “Italia: gli ingredienti mancanti”, che è giunta ad interessanti conclusioni. L’analisi si è basata su pareri provenienti da ogni parte del globo che  -non sorprendentemente, credo- si sono rivelati assai omogenei. Alla luce di quanto accade  -e non accade-  ancora nel nostro Paese, ritengo sia utile rivedere i punti cruciali della ricerca.
I problemi dell’Italia possono essere raggruppati in sei categorie, non di più. Per superarli, è necessario:

1)    continuare a liberalizzare l’economia;

2)    divincolare (non precarizzare) il mercato del lavoro;

3)    modernizzare (non impoverire) il sistema di welfare;

4)    riconnettere il Sud, non solo con programmi di sostegno dello Stato, ma anche conferendo più deleghe (cioe’più autorità e più responsabilità) alle singole regioni;

5)   instaurare riforme costituzionali ed elettorali che vadano in direzione di un sistema bipolare vero, l’unico finora capace di produrre governi stabili e quindi benessere nei Paesi avanzati;

6)    ripulire quella che è ancora oggi la nazione più corrotta dell’Unione Europea.

Diversi punti sono connessi tra loro, specialmente il primo e l’ultimo: un mercato che funzioni davvero è infatti incompatibilecon la corruzione.
Come commentare la ricerca? Sebbene migliorata dai tempi della lottizzazionee di Mani Pulite, la nostra  nazione non ha ancora un’economia ed una macchina politica aperte, cioè non corrotte. Dunque il compito più pressante dell’Italia è quello di trovare i modi di innalzare gli standard di onestà nella vita pubblica. A scuola ci hanno insegnato che la corruzione in Italia affonda le sue radici storiche in due zolle. Innanzitutto nella breve vita del nostro Stato attuale (solo un secolo e mezzo). Ma anche nello spazio libero che le Mafie hanno trovato nell’ambito della società civile in seguito alla riluttanza del popolo meridionale ad abbandonare il regime quasi feudale dei Borboni per unirsi con il popolo settentrionale. Con quest’altra gente non c’era alcuna affinità e non si condivideva che poca storia (Enzo Biagi ebbe a scrivere che il Settentrione ed il Meridione restavano così distanti che... quello che al Nord si chiama uccello al Sud si chiama pesce). Storia a parte, ancora oggi i fatti poltici ed economici ci dimostrano la persistente violabilità di (quasi) tutte le nostre istituzioni. Basta leggere il quotidiano o seguire il telegiornale per rendersene conto. Questa vulnerabilità dell’apparato  istituzionale spiega anche l’Eurofilia degli Italiani: spostare la fedeltà da Roma a Bruxelles non ha comportato affatto un forte strappo emotivo.
Nel lavoro quotidiano mi capita di incontrare imprenditori, soprattutto giovani, che aborriscono la reputazione dell’Italia per il malcostume e cercano di evitare nella loro attività il ricorso al patronage politico. Ma ancora troppi nostri connazionali pensano che le leggi siano fatte per essere eluse, che pagare le tasse sia da sciocchi e che le bustarelle siano normali.
Poiché queste distorsioni pesano notevolmente sulla società e sull’economia (anche in termini di PIL), l’Italia non recupererà il  terreno perduto rispetto agli altri Paesi avanzati  -ne' verrà presa interamente sul serio nel mondo - finché non ripulirà molto di più se stessa.

Francesco Discanno