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"Forse è proprio questa la vittoria più sottile del sistema: non quella di averci convinti che le promesse siano vere, ma quella di averci abituati a inseguirle anche quando iniziamo a dubitare della loro esistenza".

-di "Unonessunocentomila"

 

 

Gentile Direttore,

la mia indecisione mi ha trattenuto a lungo dall'inviare questa mia lettera. Dopo un po' di tempo, però, mi sono convinto a farlo e vorrei sottoporla alla sua attenzione per valutarne l'eventuale pubblicazione. Preciso che la lettera non ha altre finalità se non quella di condividere una riflessione, o meglio, uno sfogo su uno stato d'animo legato al tempo che stiamo vivendo, nella speranza che possa rappresentare anche un sentimento comune a molte persone. Per la mia indole riservata, le chiederei, però qualora decidesse di pubblicarla, di mantenere lo pseudonimo indicato come firma. Qualora ciò non fosse possibile, preferirei rinunciare alla pubblicazione. La ringrazio comunque per l'attenzione e per il tempo dedicato alla lettura della presente.

Cordiali saluti

Unonessunocentomila, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 


La mia è una riflessione nata da un profondo senso di sconforto e di disagio, alimentato in gran parte dalle difficoltà concrete e quotidiane che, con il tempo, finiscono inevitabilmente per gravare sull’animo e sul modo di guardare il mondo. È una riflessione amara che va oltre qualsiasi altra cosa, oltre ogni appartenenza o schieramento politico e oltre la politica stessa, che rappresenta una delle principali cause di questo disagio, va oltre le tante promesse che vengono fatte ma non vengono mai mantenute, oltre le tante parole rassicuranti, costruite appositamente per motivare e tranquillizzare chi cerca soluzioni, ma che si rivelano, invece, sempre prive di sostanza. È una riflessione che va oltre qualsiasi retorica, oltre l’esasperata esaltazione dell’ego e del successo, diventati oramai i valori predominanti di una società sempre più distante dai reali bisogni delle persone. Viviamo in un tempo in cui il valore di una persona sembra essere misurato esclusivamente attraverso i risultati, la produttività e il riconoscimento sociale perdendo così di vista ciò che conta davvero: la dignità, la possibilità di vivere un’esistenza serena e di sentirsi utili senza dover continuamente dimostrare il proprio valore e di essere riconosciuti come persone, vivere senza essere costantemente schiacciati dal peso dell’incertezza e dalle difficoltà; un peso diventato oramai zavorra che ti trascina verso il basso, ti opprime e ti toglie il respiro generando un’ansia continua e costante diventata compagna silenziosa di lunghe notti insonni. Questa è la rabbia di una persona comune, una delle tante che ha visto il proprio futuro andare in frantumi, soprattutto è la rabbia di chi ha assistito inerme al fallimento dell’azienda presso cui lavorava; una vicenda assurda segnata da scelte e decisioni discutibili, da responsabilità che non sono mai state chiarite e da molte presunte irregolarità. È la rabbia, ancora, di chi ha visto l’incapacità ed il totale disinteresse soprattutto politico nel tutelare i poveri lavoratori, permettendo la cessione di un’azienda, senza adeguate e sicure garanzie, senza i doverosi controlli finanziari, a un gruppo imprenditoriale che si è poi rivelato inconsistente privo di una necessaria solidità. Una vicenda oscura nella quale sono mancate vigilanza e assunzione di responsabilità, trasformandosi in una clamorosa beffa e lasciando gli inermi lavoratori senza certezze e con troppe domande rimaste senza una risposta. Ma ciò che rende tutto ancora più amaro è il fatto che nessuno dei responsabili, nessun amministratore o chi altri, sembri aver pagato davvero per le conseguenze delle proprie azioni…al contrario, molti di coloro che hanno avuto un ruolo in questo disastro continuano ancora oggi a occupare incarichi importanti, alimentando in ognuno di noi un grande senso di ingiustizia sempre più difficile da ignorare. Nel frattempo, chi ha subito le conseguenze di questa vicenda si ritrova a dover ricominciare da capo, spesso scontrandosi con un mercato del lavoro che considera l’età più un limite che un valore.

Questa, purtroppo, è la realtà che appartiene a tantissime persone, rassegnate a una realtà drammatica che raramente trova spazio in un dibattito politico e che troppo spesso viene nascosta dietro statistiche, percentuali e slogan a effetto dimenticando però che dietro quei numeri non ci sono semplici dati o grafici, ma persone, vite reali, famiglie con preoccupazioni concrete, responsabilità e difficoltà che nessuna frase rassicurante può cancellare, che non possono essere liquidate con dichiarazioni di circostanza oppure con facili inviti all’ottimismo. E’, purtroppo, una verità cruda che si continua ad ignorare, della quale si evita di parlarne perché scomoda e ingannevole. Proprio per questo viene aggirata, lasciata ai margini dell’informazione, viene ridimensionata e sistematicamente mascherata. Basta ascoltare un qualsiasi dibattito televisivo ( e ne sono tanti…) per accorgersi di quanto certi meccanismi si ripetano continuamente: da una parte tanta parole vuote pronunciate senza alcun senso di responsabilità, dall’altra, invece, frasi costruite per rassicurare e suscitare emotività con l’unico scopo di creare solo consenso e audience, ma che raramente servono a spiegare davvero la realtà delle cose. Parole, parole, soltanto parole (parafrasando una nota canzone di Mina). Si promettono soluzioni, cambiamenti radicali alimentando speranze collettive, pur sapendo che molte di quelle promesse resteranno irrealizzate. È un gioco continuo che si ripete da anni seguendo sempre gli stessi schemi e che continua a funzionare perché fa leva sul bisogno delle persone di credere che qualcosa possa davvero cambiare. Nel mezzo, però, restano sempre loro: le persone, che continuano a cercare risposte concrete.

C’è una canzone dei Genesis che spesso mi torna in mente: “Deep In The Motherlode”, pubblicata nel 1978. Il titolo tradotto letteralmente significa “nel profondo del filone madre”. Una canzone, a mio parere, di straordinaria forza evocativa e sorprendentemente attuale.

È ambientata durante la corsa all’oro americana e racconta il sogno di un cambiamento, il desiderio di una svolta decisiva. È la storia di un uomo non più giovane che decide di lasciare tutto per inseguire la speranza di una vita migliore convinto che volontà, sacrificio e determinazione bastino a cambiare il proprio destino. Parte per la miniera e comincia a scavare. Scava con forza, con ostinazione, con la speranza nel cuore. Ma più scava, più si consuma, il sogno, invece di avvicinarsi, si allontana. La fatica aumenta, la speranza diminuisce e alla fine, resta soltanto il vuoto. A quasi cinquant’anni dalla sua pubblicazione, questa canzone sembra parlare ancora al presente. Non è difficile riconoscere in quel minatore le tante persone che, a un certo punto della vita, si ritrovano improvvisamente fuori gioco. Persone che hanno lavorato per anni, sacrificando tempo, energie e salute, e che all’improvviso scoprono di non essere più considerate utili. Cominciano allora a cercare un nuovo “filone”, una nuova opportunità, ma spesso trovano soltanto porte chiuse, silenzi e indifferenza. Così il “motherlode” smette di essere solamente la vena principale di una miniera e diventa una potente metafora del nostro tempo. Diventa la ricerca di un riconoscimento, di un’opportunità, della possibilità di vivere una vita dignitosa in una società che misura il valore delle persone quasi esclusivamente attraverso il successo, la produttività e la competizione. Per anni ci è stato ripetuto che il merito sarebbe stato premiato, che l’impegno sarebbe stato riconosciuto e che chi si sacrifica avrebbe trovato la propria strada. Poi…improvvisamente, la realtà cambia volto. Quando perdi il lavoro e scopri che l’esperienza accumulata non è più considerata una risorsa e che l’età, invece di rappresentare maturità, diventa un ostacolo, rimane soltanto l’amarezza. La ricerca di una nuova opportunità diventa estenuante: curriculum ignorati, colloqui di pura facciata, occasioni riservate ai più giovani o a chi dispone già delle giuste conoscenze e relazioni. Cresce così la sensazione di appartenere ad una categoria oramai superata. L’amarezza si trasforma lentamente in sconforto perché la realtà risponde con freddezza al tentativo disperato di recuperare una vita semplice ma dignitosa. Non si chiedono ricchezze né privilegi, ma soltanto la possibilità di lavorare e vivere senza sentirsi esclusi. Eppure, si continuano a sentire sempre le stesse frasi di circostanza: “chi vuole lavorare trova sempre qualcosa”, “bisogna reinventarsi”, “non bisogna mai mollare”…Ma chi è che vuole davvero mollare? Chi non sarebbe disposto a reinventarsi se ne avesse realmente la possibilità? Sono parole che spesso rassicurano più chi le pronuncia che chi le ascolta. Frasi perfette per fare scena, ma spesso pronunciate da chi non ha conosciuto davvero il senso di frustrazione e di esclusione che nasce quando ogni tentativo fallisce e, giorno dopo giorno, ci si sente sempre meno visti e sempre meno considerati. Anche qui la metafora della canzone torna a farsi sentire. Il “motherlode” non rappresenta più il sogno della ricchezza, ma il desiderio molto più semplice e umano di una vita normale e tranquilla. Una speranza che sembra allontanarsi proprio nel momento in cui pare vicina.

A questo punto non posso fare a meno di chiamare in causa la “politica”.
Essa conosce perfettamente questa ferita, sa che esiste ma raramente prova a curarla, molto più spesso, invece, la utilizza. Sa perfettamente che esistono milioni di persone che continuano a scavare anche dopo essere rimaste a mani vuote. Persone che continuano a credere, nonostante tutto, all’ennesima promessa e che sono costrette ad aggrapparsi e ogni nuovo “filone”, non per ingenuità ma per necessità. Perché, quando la realtà diventa troppo dura, credere a una promessa è meno doloroso che accettare l’assenza totale di prospettive. Così il meccanismo si ripete. Le promesse generano aspettative. Le aspettative deluse producono rabbia. La rabbia apre la strada a nuove promesse, ancora più irrealistiche, e il ciclo ricomincia. Ma la verità più scomoda è forse un’altra: la speranza, così come viene raccontata da molti uomini di potere, politici e da sedicenti esperti, rischia talvolta di trasformarsi in uno strumento di consenso. Non serve tanto a comprendere la realtà quanto a renderla sufficientemente sopportabile tanto da evitare che venga messa davvero in discussione. Continuare a crederci senza interrogarsi su questo schema non significa più sperare, rischia di diventare una forma di complicità. Scavare nel filone senza trovare nulla non è soltanto sfortuna, è il risultato prevedibile di un sistema che ha bisogno di persone disposte a continuare a scavare. Il punto, allora, non è smettere di credere nel cambiamento, ma chiedersi chi abbia tracciato quel percorso e perché continui a indicarci sempre lo stesso filone. Domandarsi perché, nonostante sacrifici e promesse, sia sempre più difficile raggiungere ciò che dovrebbe essere alla portata di tutti: la possibilità di guardare al futuro senza paura. Occorre imparare a dubitare di chi trasforma problemi complessi in slogan rassicuranti, di chi promette soluzioni immediate a questioni che richiederebbero invece onestà, responsabilità e coraggio. Bisogna chiedersi se il filone che ci viene indicato esista davvero o sia soltanto un’altra illusione necessaria a mantenere in movimento una macchina che si alimenta dalle aspettative altrui. Perché, nella politica come nelle miniere, scavare senza sapere dove si sta andando non conduce alla meta: porta soltanto più in profondità: e più si scende, più diventa difficile distinguere la realtà dalle illusioni costruite per alimentare nuove aspettative.
La domanda allora diventa inevitabile. Quante persone continueranno a scavare ogni giorno pur di non sentirsi invisibili? Quante continueranno a inseguire una promessa non perché vi credano davvero, ma perché rinunciare significherebbe accettare il vuoto? E soprattutto: esiste ancora una risposta capace di spezzare questo meccanismo, oppure ci stiamo lentamente abituando a convivere con esso, rischiando di diventare complici? Forse è proprio questa la vittoria più sottile del sistema: non quella di averci convinti che le promesse siano vere, ma quella di averci abituati a inseguirle anche quando iniziamo a dubitare della loro esistenza.

Proprio come il minatore della canzone.

Unonessunocentomila, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

- - -  

Egregio Signor “Unonessunocentomila”, e secondo lei dovrei essere io a valutare la pubblicazione di questa lettera? E chi sono io per poterlo fare? E in virtù di quale presunta qualità dovrei io avere la facoltà di decidere se pubblicare o no questa lettera?

Io ho il solo dovere di rendere pubblica questa grandissima, purtroppo amarissima riflessione, carica di significato e di valore. Affinché siano tanti, tantissimi, tutti a condividerla e a gridarla.

Affinché coloro che verranno (sono sempre loro la speranza) non diventino anche loro complici di un sistema aberrante voluto dalla "politica", a qualsiasi livello. Un sistema che è sotto gli occhi di tutti e che semina afflizione dappertutto. Un sistema che sembra si rinnovi anche con le nuove generazioni della politica, forse ancora più di prima. Perché la politica non ha età e ha tutta lì la sua forza: generare illusione nella gente pura per ottenere consensi da utilizzare a propri scopi e a propri interessi.

Non esiste ancora, purtroppo, una risposta capace di spezzare questo squallido meccanismo. L’unico modo che resta alla parte pura della gente per arginarlo è, appunto, di non diventarne complice.

Ed è proprio questo lo scopo, lodevole, di questa lettera permeata di dignità, che mi onoro di fare mia e di pubblicare.

E visto che lei ha citato i Genesis, mi permetta, egregio Signor “Unonessunocentomila” (di persone come lei ce ne vorrebbero a miliardi), di ricordare anche io una canzone, ma stavolta dei Pink Floyd. Si tratta di “Pigs”. Anch’essa, seppure con contesti diversi, ha a che fare con una miniera…:«Con la tua testa giù nel bidone dei maiali Dici “Continuate a scavare”. Macchie di maiale sul tuo grasso mento. Cosa speri di trovare Giù nella miniera dei maiali? Fai quasi ridere. Fai quasi ridere. Ma fai davvero piangere».

Nicola Ciaramella 
©Corriere di San Nicola 












 

 

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