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Cinque anni fa papa Francesco scrisse “Laudato si’ “

Don Franco Catrame ci parla, calandosi nella realtà di questi giorni, della seconda enciclica che il Papa scrisse nel suo terzo anno di pontificato.
L’argomento principale trattato è il rispetto dell’ambiente e proprio per questo si chiama con la frase ripetuta spesso da San Francesco nel Cantico delle Creature.
In concomitanza con la presentazione dell’enciclica, papa Francesco ha istituito la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.


 L’enciclica Laudato si’ (LS) porta la data del 24 maggio 2015, anche se è stata resa pubblica qualche settimana dopo (18 giugno): sono quindi cinque anni che “viviamo” con la LS.
Fin da subito alcune sue espressioni hanno conquistato l’attenzione, come «ecologia integrale» (a cui è dedicato tutto il cap IV), «Tutto è connesso» (LS, nn. 117 e 138), oppure «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS, n. 139). Sono diventate anche slogan di moda, con il rischio di una rapida banalizzazione del loro contenuto: anche una enciclica può rimanere vittima della cultura dell’usa e getta e della smania del sensazionalismo. Ma fortunatamente non è stato questo l’approccio all’enciclica prevalente nella comunità cristiana e nella società: l’abbiamo approfondita, ci siamo confrontati con il paradigma dell’ecologia integrale che è al suo cuore, lasciandoci mettere in discussione e provando ad assimilarlo. Abbiamo così scoperto che la LS non è un testo da imparare, perché non è la trattazione compiuta e definitiva di un tema, ma è la fonte di ispirazione e il quadro orientativo di un progetto che si chiarisce via via che lo si mette in atto.

In questi cinque anni la LS ci ha profondamente influenzato, cambiando il nostro sguardo sulla realtà e il nostro stile di vita, aiutandoci a fare attenzione a dimensioni che prima forse nemmeno vedevamo e spingendoci a intraprendere nuovi percorsi e a dare il via a nuovi processi.

A sua volta, tutto questo lavoro ci ha consentito di approfondirne sempre di più il messaggio, scoprendone una ricchezza e una vitalità insospettate alla prima lettura. A cinque anni dalla sua pubblicazione possiamo affermare che la LS mantiene tutta la sua capacità generativa.

In particolare bisogna soffermarsi sulla ricchezza del suo paradigma come sguardo sulla realtà che ci circonda, sottolineando anche la fecondità di una rilettura a partire da circostanze diverse e nuove, che il testo nemmeno menziona; poi evidenziare come la sua ispirazione sia alla fonte di un percorso di crescita, che si snoda attraverso alcuni degli eventi e dei processi più significativi vissuti dalla Chiesa in questi cinque anni, che hanno a loro volta offerto occasioni di ulteriore approfondimento del messaggio dell’enciclica. Se qualcosa ci ha insegnato l’enciclica, è certamente a leggere la realtà prestando attenzione alle connessioni tra le molte dimensioni – ecologica, economica, politica, sociale, culturale, etica, spirituale, ecc. – di tutti i fenomeni. Facendolo, abbiamo potuto esplorare sempre meglio il significato dell’espressione «ecologia integrale».

Del resto è il n. 17 della LS a rimandarci a un continuo confronto con la realtà: «Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità».

Questa lezione si rivela di grande attualità mentre ci confrontiamo con la pandemia di COVID-19.
Si tratta di un fenomeno globale nel tempo e nello spazio, perché coinvolge tutti gli abitanti del pianeta allo stesso modo: siamo tutti alle prese con il lockdown e la paura del contagio. Ma lo possiamo anche definire “integrale”, perché attraversa tutte le dimensioni della vita sociale e personale. Riguarda la sanità e la medicina, ma anche l’economia e il lavoro, così come le abitudini quotidiane, la cultura e l’immaginario collettivo, su cui avrà conseguenze profonde e durature. Impatta anche sul rapporto con i media e le nuove tecnologie, e ovviamente sulla spiritualità: ci ripropone domande di senso, ma ci fa anche sperimentare forme di partecipazione straordinaria ai riti attraverso i media, senza però spettacolarizzarli.

La pandemia è però solo l’esempio di maggiore attualità. In questi anni con lo stesso approccio abbiamo potuto scoprire le tante sfaccettature dei fenomeni del nostro mondo, da quelli a cui la LS dedica attenzione, a quelli che nemmeno menziona perché non erano ancora apparsi in scena: i cambiamenti climatici, con i fallimenti dei vertici internazionali e la mobilitazione dei giovani ispirata dalla figura di Greta Thunberg; i movimenti migratori e in particolare il dramma di sfollati e rifugiati in fuga da fame e guerre; l’economia circolare e la finanza attenta alla sostenibilità; le nuove sfide della dignità del lavoro nell’epoca dell’Industria 4.0 e dell’intelligenza artificiale; la crisi della democrazia di fronte alla minaccia della post-verità e dei sovranismi populisti, ecc. Di fronte a tutti questi fenomeni, diversi ma con molte analogie, il paradigma dell’ecologia integrale si rivela particolarmente appropriato per visualizzare e concettualizzare le modalità con cui si svolgono i processi di globalizzazione, con tutte le loro interconnessioni e trasversalità. Come risulta ancora più evidente di fronte al coronavirus, i vecchi paradigmi sono ormai superati e inadeguati, e la LS ce ne offre uno nuovo, di cui abbiamo grande bisogno. Innovare significa innanzi tutto pensare in modo nuovo, e non lo si può fare a partire da schemi obsoleti.
Al tempo stesso, misurare la proposta della LS con la situazione che stiamo vivendo a causa della pandemia consente di mettere meglio a fuoco alcuni passaggi. Ad esempio, possiamo comprendere meglio l’invito a globalizzare la solidarietà che papa Francesco ha spesso formulato.

Oggi capiamo di non poterla intendere solo in chiave geografica: sperimentiamo infatti come siano atti di solidarietà rimanere a casa, rispettare le misure di distanziamento sociale e usare i dispositivi di protezione.

Nel tempo del coronavirus, che è una potente forza di disgregazione, riscopriamo quanto sia essenziale la solidarietà e quanto importante sia il suo legame etimologico con la solidità, con la tessitura di legami capaci di sostenerci. La solidarietà assume nuovi volti, nuove sfaccettature, e scopriamo così che globalizzarla significa farla diventare ancora più pervasiva, portandola dentro spazi anche molto privati o quotidiani e liberandola da ogni retrogusto assistenzialista.

Nella situazione attuale misuriamo anche la povertà e la tossicità di tutti i riduzionismi che occultano le connessioni e i legami, a partire dalla miopia che porta alcuni a infischiarsene delle misure di contenimento, esponendo sé e soprattutto gli altri a maggiori rischi. Si tratta di piccoli gesti, certo, che sono però la spia di una mentalità individualista che non riesce a concepire la possibilità di un sacrificio a favore della collettività, perché nega in radice che esista un bene comune affidato alla responsabilità di tutti.

A scala più ampia, si pongono sulla stessa lunghezza d’onda la concentrazione di ciascun Paese sui propri interessi nazionali, che spiega la fatica dell’UE ad arrivare a soluzioni condivise, o altri fenomeni che la LS stigmatizza con forza, come l’immediatismo (cfr LS, n. 181) e la smania di profitto a breve o brevissimo termine a prescindere da qualunque considerazione sugli effetti ambientali e sociali delle proprie azioni (cfr ad es. LS, n. 195), uniti magari all’illusione tecnocratica che sia possibile trovare una soluzione tecnica a qualsiasi problema, coronavirus compreso, senza mettere in questione scelte e stili di vita.

Stupisce rileggere oggi i nn. 115-123 dell’enciclica, dedicati alla crisi dell’antropocentrismo moderno e al relativismo pratico.

In particolare ci appaiono sotto una luce nuova, che ne fa risaltare la ricchezza e la profondità, le parole nel n. 116:

«Nella modernità si è verificato un notevole eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali.

Per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo».

Il coronavirus ci sta facendo sbattere contro i nostri limiti, e abbiamo davvero bisogno di riconoscere in questa situazione non solo uno scacco, ma soprattutto una opportunità di rivedere il nostro modello di sviluppo nella direzione di una maggiore giustizia e sostenibilità.

Fornire strumenti migliori di comprensione della realtà non è però il principale obiettivo dell’enciclica, che ha una intenzione pratica più che teoretica. Con la sua pubblicazione, Papa Francesco puntava, innanzi tutto, a contribuire a cambiare la realtà, in vista di uno sviluppo sostenibile e integrale, capace di coniugare la cura della casa comune con la tutela della dignità degli esclusi e la lotta alla povertà (cfr nn. 13 e 139).

Questo appello è stato raccolto e in questi cinque anni sono innumerevoli le occasioni, le iniziative, i processi in cui abbiamo davvero potuto vedere all’opera la LS e il suo spirito. È accaduto a molti livelli, da quelli più locali a quelli più globali, all’interno dell’ambito ecclesiale così come in dialogo con altre religioni e componenti della società. La LS ha influenzato il dibattito politico e scientifico internazionale, a partire dalla Conferenza di Parigi sul clima del 2015; ha stimolato la nascita di iniziative ecclesiali per la tutela dell’ambiente a livello regionale o nazionale, o la creazione di luoghi e programmi per sperimentare l’ecologia integrale; ha ispirato proposte per una finanza attenta alla transizione energetica e iniziative di spiritualità come l’annuale Tempo del creato (1° settembre – 4 ottobre).

Ha innovato i capisaldi della pietà religiosa, visto che la cura della casa comune è stata inserita tra le opere di misericordia ed è il tema dell’annuale Giornata mondiale di preghiera del 1° settembre. A questa varietà e ricchezza di iniziative abbiamo cercato di dare spazio sulle pagine della Rivista, partecipando direttamente ad alcune, come il progetto internazionale “Il futuro del lavoro dopo la Laudato si’” o le attività della rete dei Centri per l’etica ambientale (CepEA).

Sono solo alcuni dei moltissimi esempi possibili, ciascuno dei quali ci consegnerebbe una tessera del mosaico dell’ecologia integrale in azione. Limitando l’attenzione ai processi ecclesiali di portata globale, spicca il percorso del Sinodo speciale per la regione amazzonica, che ha con la LS un legame diretto, evidente fin dal sottotitolo “Nuovi cammini per la Chiesa e per l’ecologia integrale”. Il suo frutto, nella formulazione che ne dà l’esortazione postsinodale Querida Amazonia (QA), sono quattro sogni – sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale – che tracciano un percorso di concretizzazione dell’ecologia integrale capace di interpellare il mondo intero: «in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose» (QA, n. 105). Proseguendo nella ricerca di legami, connessioni e approfondimenti, mi sembra più stimolante focalizzare l’attenzione su due processi che non contenevano un riferimento esplicito alla LS, ma che traggono la propria linfa dalla medesima ispirazione che informa anche l’enciclica e le cui radici è possibile rintracciare nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG, 2013).

Il primo caso a cui faccio riferimento è il Sinodo dei giovani, la cui preparazione ha impegnato la Chiesa per quasi due anni fino alla celebrazione dell’Assemblea sinodale nell’ottobre 2018.

L’enciclica aveva dato spazio alla preoccupazione per la giustizia intergenerazionale e per il rischio che gli attuali ritmi di consumo minino le opportunità delle future generazioni, così come aveva riconosciuto la sensibilità ecologica dei giovani, l’impegno di alcuni di loro e la domanda di cambiamento di cui sono portatori (cfr ad es. LS, nn. 13 e 209).

Ma non è a livello dei contenuti che va ricercata la relazione profonda tra l’enciclica e il processo sinodale, che riguarda piuttosto l’ispirazione e la dinamica che animano entrambi. Proprio come la LS parte dalla contemplazione della bellezza della creazione e dallo stridore del grido della terra e dei poveri per i mali che subiscono, così la sollecitudine della Chiesa verso i giovani nasce dall’ascolto delle domande che essi le rivolgono, e talvolta del loro vero e proprio grido: lo affermano con chiarezza i documenti che hanno accompagnato il percorso sinodale. Se l’enciclica propone la cura come atteggiamento di fondo da assumere nei confronti della casa comune, prendersi cura di ogni giovane è l’intenzione alla base del processo sinodale, che si declina nelle forme dell’accompagnamento come azione della comunità ecclesiale.

Comune è anche l’approccio integrale e integrato, che ha condotto il Sinodo a non limitarsi a questioni ecclesiali e pastorali (atteggiamento dei giovani nei confronti della religione, annuncio della fede e pastorale giovanile, promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose, ecc.), ma ad attraversare tutte le dimensioni della vita dei giovani, dall’affettività e sessualità al mondo digitale, dal lavoro alla sensibilità per le discriminazioni e per la tutela dell’ambiente. Ben più che derivando dei contenuti dalla LS, è attraverso le preoccupazioni dei giovani e la loro richiesta di coerenza che il Sinodo ha incontrato i temi della sostenibilità ambientale e dell’ecologia.

È uno dei contributi che i giovani hanno recato al percorso sinodale, a testimonianza di quanto sia importante offrire spazi all’espressione della loro soggettività, smettendo di considerarli, in ambito ecclesiale così come nell’insieme della società, fruitori passivi anziché protagonisti.

Meriterebbe maggiore approfondimento anche una ulteriore consonanza tra l’enciclica e il percorso sinodale. La prima insiste sull’importanza che tutte le parti in causa possano far sentire la propria voce e recare il proprio contributo, e sulla necessità di coinvolgere anche i poveri e gli esclusi nei processi decisionali. La stessa ispirazione conduce il Sinodo a formulare la proposta della sinodalità missionaria, cioè di una Chiesa che compie la propria missione valorizzando l’apporto di tutte le sue componenti.

In questa luce non stupisce scoprire come tanto l’enciclica quanto il processo sinodale si reggano sul metodo del discernimento, cioè sull’articolazione dei passi riconoscere-interpretare-discernere: anche se la LS non li esplicita, sono ben presenti nella sua stessa struttura.

Né meraviglia quanto per entrambi sia cruciale lo stile del dialogo, di cui il Sinodo si sostanzia, così come il cap. V della LS.

Il dialogo è il legame che con maggiore evidenza lega la LS al processo che ha condotto alla redazione del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e Ahmad al-Tayyib, grande imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo.

. Quello che l’enciclica esplicita direttamente in ambito politico, trova qui una declinazione in ambito interreligioso, che pure non era assente nel testo della LS. Anzi, la lettura del Documento mette in risalto alcune righe della LS che rischiavano di passare inosservate:

«La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (LS, n. 201). La contiguità del lessico è stupefacente o, in altre parole, papa Francesco ha praticato in prima persona quello che aveva chiesto a tutti di fare.

Del resto il dialogo interreligioso è oggi imprescindibile per «unire tutta la famiglia umana» (LS, n. 13), cioè per costruire un soggetto collettivo capace di farsi carico del compito della cura della casa comune, della promozione della giustizia e della costruzione della pace, ma resistendo alla tentazione dell’uniformità e riuscendo quindi ad articolare le differenze senza opporle in un conflitto insanabile né schiacciarle nell’omologazione. Solo in questo modo sarà possibile salvaguardare l’originalità del contributo che ciascuno è chiamato a offrire, secondo la lezione fondamentale di EG, n. 236.

L’ecologia integrale non teme la diversità e il pluralismo, ma ne esalta la ricchezza, riconoscendovi l’impronta del progetto del Creatore.

La LS sostiene il valore della biodiversità a prescindere dall’utilità delle singole specie (nn. 33-34), mentre il Documento di Abu Dhabi afferma:

«Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi». Per questo, quando non cercano di impadronirsene, ma si pongono autenticamente al suo servizio, il riferimento al progetto originario di Dio rende le religioni un fermento critico di ogni cultura, a partire da quelle che i loro stessi fedeli condividono. Dio è al di là di ogni costruzione umana, anche religiosa, ma chiede di essere incontrato, nella preghiera e nella contemplazione (pratica su cui la LS non è povera di spunti), per rinnovare il cuore e lo sguardo dei credenti e, attraverso la loro azione, il mondo intero.

L’ispirazione fornita dalla LS non smetterà di dar vita a nuove iniziative, a partire da quelle previste in questi mesi e posticipate a causa della pandemia, tra cui l’evento “Economy of Francesco”, fissato ad Assisi e slittato è spostato da maggio a ottobre.

 Il progetto di Dio per la sua creazione, in cui la proposta dell’ecologia integrale è radicata, continuerà a rappresentare un orizzonte di senso, fino a quando la storia giungerà al proprio compimento:

«La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati.» (LS, n. 243).

All’interno di questo orizzonte si apre lo spazio a suscitare «una varietà di apporti, dichiara Papa Francesco, che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali» (LS, n. 60) e dello «sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli» (LS, n. 121).

Questo impegno non sarà vano: «La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi». (LS, n. 61).

Non vuol dire mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va, né alzare gli occhi in attesa che l’alternativa scenda magicamente dal cielo. La speranza trasforma il presente, a condizione che come famiglia umana assumiamo la responsabilità di passare all’azione.

Don Francesco Catrame

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