Cronache da un pianeta molto vicino
“IL RUMORE DELLE PICCOLE COSE”
«…da lontano, sembra tutto normale…»
-Rubrica a cura di Luca Ioime-
Diario di bordo del viaggiatore intergalattico, pag. 20 - 23.
Da lontano, sembra un pianeta normale.
Ha città illuminate, università, ospedali, satelliti in orbita e piccoli dispositivi che permettono ai suoi abitanti di parlare con chiunque, in qualsiasi parte del mondo.
Hanno costruito intelligenze artificiali capaci di rispondere a domande complesse in pochi secondi. Mandano sonde nello spazio. Curano malattie che fino a qualche generazione fa sembravano condanne.
Possono conoscere tutto, subito.
A prima vista, sembra una civiltà piuttosto evoluta.
Avvicinandosi però, qualcosa comincia a non quadrare.
Per muoversi da una città all'altra, per esempio, molti abitanti utilizzano ancora mezzi alimentati da un liquido particolare, il cui prezzo viene osservato quasi quotidianamente, con la stessa apprensione con cui antiche popolazioni guardavano il cielo in attesa della pioggia.
Ultimamente, il prezzo di questo liquido sta raggiungendo vette altissime.
Gli abitanti del pianeta protestano, più o meno uniti. Poi fanno ugualmente rifornimento.
Sul pianeta esiste anche una forma molto sviluppata di organizzazione, chiamata politica.
In teoria, serve a decidere insieme come utilizzare le risorse, affrontare i problemi comuni e immaginare il futuro.
In pratica, occupa buona parte del proprio tempo discutendo anche delle regole attraverso cui stabilire chi potrà governare.
Gli abitanti del pianeta seguono tutto. Si indignano. Si schierano. Litigano.
Poi cambiano canale.
Ci sono scandali che sembrano destinati a cambiare per sempre il corso delle cose e che, dopo qualche giorno, vengono spinti verso il basso da una nuova notifica.
Una dichiarazione sostituisce la precedente. Una polemica cancella quella del mattino. Una notizia gravissima convive, pochi centimetri più sotto, con il video di qualcuno che trova un nuovo modo per ridicolizzarsi pubblicamente.
È davvero difficile capire se gli abitanti di questo pianeta siano costantemente informati o semplicemente costantemente distratti.
Su questo pianeta continuano a esserci donne uccise da uomini che spesso erano stati loro compagni, mariti, fidanzati.
Non è un fenomeno nascosto, se ne parla, si organizzano campagne di sensibilizzazione, si scrivono leggi e le istituzioni lanciano allarmi.
Eppure accade ancora.
Questa, forse, è la cosa che colpisce maggiormente chi osserva il pianeta da fuori.
Non soltanto ciò che succede, bensì la straordinaria capacità dei suoi abitanti di abituarsi a ciò che succede.
Esiste quasi un rituale. Accade qualcosa, ci si indigna, si dice che sia inaccettabile, qualcuno promette che non dovrà succedere mai più.
Poi succede qualcos'altro, e il ciclo ricomincia.
Dev'essere una particolare strategia evolutiva, forse da quelle parti hanno imparato a sopravvivere a quasi tutto, trasformando progressivamente l'eccezione in paesaggio sfocato.
Il caro benzina diventa una conversazione al bar.
La violenza diventa un titolo già letto, quasi noioso.
Lo scontro politico diventa rumore di fondo, rumore bianco, quasi rilassante.
Lo scandalo diventa contenuto, l'emergenza diventa sana abitudine.
A questo punto del viaggio potremmo essere tentati di sentirci fortunati.
Osservare questo strano pianeta dalla sicurezza della nostra astronave, prendere qualche appunto e tornare a casa.
C'è soltanto un problema, non abbiamo percorso anni luce e non siamo entrati in un universo parallelo.
È settembre 2026, quel pianeta si chiama Italia, l’astronave è parcheggiata fuori casa.
Forse non è ancora il momento di allarmarsi, forse tutto questo riguarda luoghi lontani da noi.
Le grandi città, i “palazzi”, oppure i grandi interessi. I mondi che vediamo in televisione e che ci raccontano i giornali.
Forse c’è una distanza tra i grandi difetti di una grande comunità e le nostre vite minuscole.
Basta fare due passi, dopo aver parcheggiato l’astronave.
Per accorgersi che certi meccanismi, quando diventano più piccoli, sono semplicemente più difficili da nascondere.
La meritocrazia, per esempio, piace moltissimo quando pensiamo di meritarci qualcosa, un po' meno quando a chiedere un favore è una persona che conosciamo.
Le regole sono fondamentali, certo, finché non diventano un ostacolo per noi.
La competenza è importantissima, naturalmente, ma vuoi mettere una persona fidata?
Il bene comune viene prima di tutto, a patto che non ci tolga il parcheggio sotto casa.
Vogliamo una città più ordinata, ma quei cinque minuti in doppia fila non avranno mica ucciso nessuno.
Chiediamo amministratori coraggiosi, cittadini responsabili, istituzioni migliori, possibilmente senza che questo comporti cambiare qualcosa nelle nostre abitudini, grazie.
È proprio nei luoghi piccoli, che possiamo vedere da vicino ciò che nelle grandi città e nei grandi sistemi assume nomi complicati e spaventosi.
Tornaconto. Convenienza. Appartenenza. Favori.
Piccole eccezioni concesse a noi stessi perché, in fondo, “che sarà mai”.
E così, una piccola eccezione alla volta, una scorciatoia alla volta, lentamente diventiamo quello che già siamo, quello che leggiamo, che ascoltiamo, che odiamo.
Siamo diventati bravissimi a individuare tutto ciò che non funziona intorno a noi.
Sappiamo chi dovrebbe dimettersi, chi dovrebbe intervenire, chi dovrebbe fare meglio il proprio lavoro.
Abbiamo soluzioni chiarissime per il Governo, per il Comune, per la scuola, per il vicino e sicuramente anche per la nazionale di calcio.
Ma quante volte la domanda arriva fino a noi?
Forse è questo il rumore più difficile da sentire.
Non il rumore dei grandi scandali, i disservizi, neanche le urla in Parlamento.
Forse potremmo riassumere il nostro strano pianeta, con un'osservazione molto semplice:
“I suoi abitanti riconoscono perfettamente ciò che dovrebbe cambiare.
Purché a cambiare, sia sempre qualcun altro.”
Luca Ioime
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