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PAOLO CONTE, FENOMENO DEL MOTOCICLISMO
Video-intervista al piccolo grande campione del motociclismo casertano che ha vinto le Interregionali Tirreno Adriatico e Trophy Cup.

Santa Maria degli Angeli ha celebrato la Solennità del Corpus Domini

Concluse le “Solenni Quarantore” vissute con magistrali lezioni di Don Franco Catrame.

Giovedi 11 giugno, dopo la Solennità della Santissima Trinità di domenica scorsa, si è celebrata in Santa Maria degli Angeli la Solennità del Corpus Domini, Corpo e Sangue di Cristo, che è una delle principali dell'anno liturgico della Chiesa cattolica.

Essa rievoca la liturgia della Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, celebrando il mistero dell'Eucaristia istituita da Gesù nell’Ultima Cena.

E’ stata la solenne conclusione delle “Quarantore per il Corpus Domini” (esposizione e adorazione del SS. Sacramento per quaranta ore consecutive in ricordo del tempo trascorso da Cristo nel sepolcro), che si sono svolte nei giorni dall’8 giugno ad oggi, durante i quali, oltre ai momenti di adorazione eucaristica, si sono avute lezioni magistrali di Don Franco Catrame. 

Nel corso della funzione, è stato ricordato Matteo Narducci, socio degli Accollatori San Nicola, nel trigesimo della sua scomparsa. Don Franco ne ha in particolare sottolineato l’umiltà e la generosità, ringraziando anche tutta l’associazione del presidente Costantino per la collaborazione offerta in occasione della riapertura della chiesa dopo il lockdown. 
 
©Corriere di San Nicola

Questi gli interventi, tratti dal suo profilo Facebook, che l’amatissimo Parroco Don Francesco Catrame, di cui, oltre all’intensità spirituale, ben si conosce l'eccelso spessore culturale, ha tenuto ai fedeli accorsi per la celebrazione delle Solenni Quarantore nella Chiesa Madre di San Nicola la Strada.

FATE QUESTO IN MEMORIA* DI ME !
(*Memoriale= attualizzazione)

Un gesto così tangibile come quello dell’Eucarestia, il ritrovarsi intorno ad un’unica mensa, e mangiare e bere insieme, può ancora essere considerato esclusivamente come un rituale che devotamente si ripete senza che ci sia qualcuno disposto a dirci che c’è dell’altro?
Ripetiamo ogni volta le stesse formule, talmente fissate nella memoria da fuoriuscire dalle nostre bocche come parole che fluttuano liberamente nell’aria distrattamente pronunciate. Siamo stati talmente educati a concentrare la nostra attenzione sulla presenza reale di Gesù nell’Eucarestia da aver smarrito la Sua presenza nella storia, in questa storia, fatta di esseri umani, un popolo che esige di essere trasformato in umanità nuova attraverso un progetto d’amore che chiede di essere accolto e realizzato da ognuno. Ma non comprendiamo bene.
Come quando diciamo: “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa”, che “non vuol dire che dobbiamo espiare perché siamo peccatori, ma che non sono degno perché ho paura di darmi, non ho ancora scoperto gli altri. Non sono degno perché mi avvicino a te fratello -uomo per gli altri quando non sono uomo per gli altri, ma per me stesso”. Come quando ascoltiamo: “fate questo in memoria di me”. Ancora non comprendiamo, facciamo fatica a capire le implicazioni di una tale esortazione.
“Fate questo…”, offritevi, datevi, siate esseri umani per gli altri, così come sto facendo, ora, io per voi. “In memoria di me…”, per continuare la mia umanità, per trasformare la storia umana, trafitta da guerre, discordie, violenze, inimicizie, in Regno di pace, d’amore e libertà.
“Non andiamo all’Eucarestia per essere consolati, ma per trasmettere nel mondo questa dinamica di amore e di liberazione…per portare a termine il nostro impegno di consacrati al Regno di Dio”.
Ci “gettiamo” nell’Eucarestia con tutto il carico dei nostri progetti falliti, delle delusioni accumulate, dei desideri non realizzati: un pacchetto ben confezionato del nostro “io” con tutti i suoi elementi costitutivi da ripulire…e si “mangia l’ostia” con lo stesso atteggiamento di chi prende un farmaco e poi rimane lì, in attesa che faccia effetto. “La grande novità è rendersi conto che Gesù ti assume, e in questa assunzione ha bisogno di te per continuare l’obbedienza al Padre.
Come diceva Teilhard de Chardin nella bellissima espressione ‘ha bisogno di te per amorizzare il mondo’, per fare di questo mondo diviso un mondo di amore, fraternità, convivenza pacifica. Ha bisogno di te, per questo ti assume.
E l’atto eucaristico è il momento solenne di questa assunzione, lui ti prende, ti fa suo, ti comunica il suo spirito, non per parole ma per simbiosi, per comunicazione di vita. E ti libera, cioè ti aiuta ad essere uomo, liberandoti dal tuo egoismo, ti fa altruista e non egocentrico”. Così comprendi che nel prendere e mangiare accogli e realizzi il tuo essere per gli altri. E quando qualcuno ci ripete che si va a messa per “ricevere Gesù”, ci dice una “mezza verità”, poiché “non dice ‘sei tu che vai ad offrirti’ per amore per gli altri, vai a darti all’uomo per gli altri. Gesù vuole formare persone come lui.
Intorno ad un’unica mensa: mi guardo attorno e non mi ritrovo da solo; accanto a me la presenza di altri mi spinge ad oltrepassare le barriere del mio egocentrico mondo, il comodo spazio dentro il quale trovo le mie soddisfazioni, la realizzazione di desideri tanto impellenti quanto inutili ed evanescenti.
L’Eucarestia “non serve a farmi santo da solo, a farmi buono, pulito dentro, persona onorata, ma mira a rendermi persona responsabile degli altri, serve a liberarmi dalla mia chiusura egoistica, dal mio narcisismo, dal mio egocentrismo.
Altrimenti l’Eucarestia perde senso, gusto, valore! San Paolo spiega che l’Eucarestia può diventare anche simbolo di morte, e ciò accade quando ti sei dimenticato che nella tua comunità c’è qualcuno che muore di fame, mentre tu hai il mal di fegato perché hai mangiato troppo!” Oppure c’è qualcuno che soffre di solitudine mentre tu pensi a svagarti o a trovare forme di evasione immergendoti nella folla che è una forma diversa di solitudine, perché in essa non si vive l’incontro ma solo alienazione di ciò che non è vero e non può riempirti di umanità e di amore.

(Don Francesco Catrame, 8 giugno 2020)



LE DUE MENSE

Il CV. II nella Dei Verbum 21 richiamandosi alla tradizione antica cara ai padri della Chiesa riscopre la venerazione della Parola di Dio al pari del Corpo di Cristo, parlando di “Mensa della Parola di Dio e Mensa del Corpo di Cristo”:
“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella Liturgia di nutrirsi del pane della vita alla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo”.
GESU’ STESSO ci ha detto l’uomo non vive soltanto di pane ,” ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio “(Mt.4,4,).
Origene affermava che bisogna mangiare il Verbo sotto la specie della Parola, e per questa via si arriva alla manducazione perfetta, anche sacramentale, del corpo e del sangue di Cristo. L’una immette nell’altra.
Si parla allora di mensa della Parola perché anche essa è già comunione viva ed efficace con Cristo Verbo (comunione nella fede e nell’adesione amorosa)
Per questo S. Agostino in un sermone affermò che la parola di Cristo non è meno che il Corpo di Cristo”. (Sermo 78,2)
E S. Ambrogio commentando i salmi scrisse: “si beve il Cristo al calice delle Scritture come da quello eucaristico”.
Per questo nelle feste si portano candele e incenso
sia per la consacrazione (in venerazione del Corpo di Cristo)
sia per la venerazione della Parola di Dio.
Ed è cosa bella e lodevole farlo, perché ci si educhi alla venerazione della presenza di Cristo e nella Parola e (in modo sostanziale) velato nelle specie del pane e del vino.
Liturgia della Parola e dell’Eucarestia (dall’offertorio alla comunione) sono i due poli, l’ossatura della S. Messa. Il resto potrebbe anche non esserci (anticamente non c’era), questi due elementi sono ineliminabili.

  1. MENSA DELLA PAROLA DI DIO

CHIESA è SOPRATTUTTO COMUNITA’ DELL’ASCOLTO: Perché la nostra fede non è invenzione o sforzo umano.
L’INIZIATIVA E’ DI DIO LUI HA PRESO L’INIZIATIVA RIVELANDOSI ALL’UOMO.
Il Dio biblico si distingue dagli dei pagani per la Parola, mentre gli idoli “hanno bocca e non parlano”.
La Parola dà senso e orienta le parole degli uomini. Il cristianesimo più che religione del libro è la religione di Cristo. Parola di Dio, della Parola diventata carne: Parola e carne sono la sintesi dell’ Eucarestia.
La Parola di Dio non è parola umana, per cui è sempre viva ed efficace (S. Paolo)
Nella proclamazione della parola Dio il lettore presta la bocca al Signore. E’ LUI che
ci parla. Per questo Origene afferma che la stessa attenzione che abbiamo con l’Eucarestia perché non cada nessun frammento bisogna averla per la Parola di Dio perché non si perda neanche un frammento o uno IOTA (7 Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non
passerà neppure uno iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
(Mt 5,17) Quella parola rivelata tanti secoli fa per bocca del profeta o dell’apostolo…
nell’intenzione dello Spirito Santo, MIRAVA FIN DAL PRINCIPIO ANCHE A
QUESTA COMUNITA’ DI UDITORI. Ora entrando a contatto con noi essa attende
una risposta, chiede di incarnarsi nella vita di ciascuno. IL DISEGNO DI DIO NON E’ COMPLETO, NON RAGGIUNGE IL SUO SCOPO FINCHE’
LA NOSTRA COMUNITA’ NON ASCOLTA, NON FA SUA E NON RISPONDE A QUESTA
PAROLA (Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare)
ASCOLTO COMUNITARIO DELLA PAROLA DI DIO
S. Gregorio Magno: leggendo e rileggendo un testo, non ero riuscito ad afferrarne il testo. Ora leggendolo
davanti alla comunità lo afferra (“messo davanti ai fratelli l’ho capito” In Ezech. Omelia)
Parola di Dio: tesoro consegnato alla Chiesa. Il luogo proprio dell’ascolto è la comunità cristiana

  1. MENSA DELL’EUCARESTIA

La nostra offerta sull’altare inseparabile a quella di Cristo -S. Cipriano- (L’acqua unita al vino siano il segno della nostra unione….)
Offerta della nostra vita, delle nostre azioni per sublimarle, per santificarle
(Lettura spirituale) Offerta dei nostri vizi, peccati perché il Signore li trasformi in bene… Prefazio: “dire davanti” coinvolgendo l’assemblea.
L’incontenibile bisogno di lodare Dio per la salvezza in Cristo (nelle feste attualizzato)
CONSACRAZIONE=MEMORIALE DELLA PASQUA DI CRISTO
“celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio….”
Ripresentazione e riattualizzazione di ciò che è avvenuto nell’ultima cena e quindi sulla croce. Riattualizzazione dell’unico sacrificio della Croce.
ULTIMA CENA ANTICIPO DELLA CROCE. (Questo è il mio corpo offerto in sacrificio
–ucciso, immolato- per voi. Questo è il mio sangue sparso per voi e per tutti…)
Ricevere la “comunione” significa ricevere il corpo donato e offertoci da Cristo sul Calvario.
Cristo è morto ed è risorto: OTTENERNE ANCHE I BENEFICI DELLA SALVEZZA
COMUNIONE: riscoprire il senso di meraviglia.
Il mistero già realizzato durante la liturgia della Parola viene realizzato in modo più perfetto nella liturgia eucaristica. Il mistero pasquale di Cristo, annunciato in modo efficace nella liturgia della Parola viene riattualizzato nella liturgia della Parola. Nella liturgia eucaristica viene riattualizzato il sacrificio di Cristo redentore. Il sacerdote rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Salvatore ha compiuto. Questo momento è intimamente connesso con quanto accadde Gesù, nell’ultima cena, ha istituito il sacrificio eucaristico. Con questa istituzione Egli ha inteso perpetuare nei secoli il sacrificio della croce, ha voluto affidare alla Chiesa il memoriale della sua morte e risurrezione. Nel rito memoriale istituito da Gesù la dimensione del sacrificio è legata a quella del convito. Di qui consegue che la Messa o Cena del Signore è contemporaneamente
1. sacrificio in cui si perpetua il sacrificio della croce;
2. memoriale della morte e risurrezione del Signore;
3. sacro convito in cui, per mezzo della comunione al Corpo e al sangue di Cristo, il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale.


(Don Francesco Catrame, 10 giugno 2020)


IL DONO DEL PANE

Dopo questi fatti, Gesù andò all`altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi.
Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: "C`è qui un ragazzo che ha cinque pani d`orzo e due pesci; ma che cos`è questo per tanta gente?". Rispose Gesù: "Fateli sedere". C`era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d`orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. (Gv 6)
L’Eucaristia non è qualcosa da sapere, ma è Gesù stesso. Non è un insegnamento, ma un avvenimento. Mentre insegna, lui si consegna. Mentre dà pane, si riceve Lui; Lui è il sacerdote, lui è l’agnello. Proprio per sottrarci da un’idea astratta dell’Eucaristia, l’Evangelista circostanzia il Vangelo nei dettagli. Siamo sulla riva del mare di Galilea che, in realtà, è il lago di Tiberiade. Da qui, Gesù sale su una cima e sedutosi con i suoi discepoli si avvede di una gran folla accorsa fin lassù. L’evangelista si procura di dirci che la Pasqua è vicina. E’ vicino cioè, il tempo in cui si immolano gli agnelli il cui sacrificio è memoriale della liberazione dell’Egitto. Ciò che Gesù sta per compiere è premessa della nuova liberazione, di una nuova Pasqua; è anticipo di una eterna e definitiva immolazione, di un nuovo agnello, pegno di una nuova terra. La scena è molto nota. Il Signore domanda a Filippo “abbiamo pane per tutti costoro?”. Risposta: “Neppure per sogno”. Ed è appunto un sogno quello che sta per accadere! Andrea – dice l’evangelista Giovanni, non senza una certa ironia, – gli fa sapere che c’è un ragazzo con 5 pani e 2 pesci. Gesù comanda che si siedano. Sempre l’autore del quarto Vangelo dettaglia i particolari: ci fa sapere che c’era molta erba in quel luogo e quanti fossero precisamente i presenti. Ben 5000 persone. Per loro, cinque pani e due pesci! Gesù benedice, spezza e distribuisce.
E accade il miracolo del pane, ossia ciò che avviene nella scansione dei verbi, ad ogni S. Messa. Si moltiplica o meglio si divide il pane perché a nessuno manchi. “Quando furono saziati disse ai suoi discepoli: raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto”.
La formidabile catechesi di Gesù è già iniziata, ma è dalla fine che conviene partire, ossia dalla straordinaria raccolta degli avanzi accompagnata dalla motivazione: “perché nulla vada perduto”. Mi piace pensare che Gesù abbia sentito tante volte dalla madre oppure “il pane non si butta via!”! Memore di questa splendida lezione di economia domestica, educato dall’abile capacità di donna, Gesù chiede che i suoi raccolgano i pezzi di pane avanzati. La prima considerazione sta proprio nel fatto che è avanzato il pane.
E’ come se gli fosse scappata la misura. Il dono di Gesù è eccedente, traboccante, smisurato. E’ fatto non solo per presenti, ma anche per chi avrebbe dovuto esserci e non c’è. E anche per chi non ha alcuna intenzione di esserci. Eppure è atteso. Ce n’è per tutti. Nessuno deve rimanerne senza. Perché rimanerne privi sarebbe la povertà più grande. “Raccogliete i pezzi avanzati” ci suggerisce, inoltre, che l’Eucaristia non è data solo per essere mangiata, ma conservata e custodita. Il popolo cristiano ha inventato i tabernacoli, le pissidi perché questo pane, non più tale, ma umile e domestica dimora di Dio, fosse custodito per essere visitato e adorato.
Le chiese in cui entriamo non sono più solo uno spazio sacro, ma santo perché abitato dal Mistero che silenzioso attende e desidera il cuore affamato dell’uomo.
C’è un “avanzo” di pane perché di Dio, al contrario del pane quotidiano, non siamo mai sazi.
E’ davanti al Tabernacolo che il Signore ci guarda e ci ritempra, ci visita e ci ammaestra. Il curato d’Ars amava spiegare la preghiera come un guardare Lui e un lasciarsi guardare da Lui. E’ una presenza viva, l’Eucarestia, vera catechesi al Mistero di Dio che corrisponde a ciò più desidero: che la mia fame di vita sia saziata. “Perché nulla vada perduto”. C’è, dunque, un pane che non può essere buttato per non essere di scandalo davanti al povero e c’è il pane del miracolo che non può essere buttato per non essere di scandalo a Dio. L’Eucaristia è Dio stesso e Dio è tutto nel più piccolo frammento di ostia consacrata. Tutti mangiamo lo stesso corpo di Cristo, figlio di Dio, presente indifferentemente in ciascuna ostia di pane consacrato e in ciascun frammento di esso. Analogamente, se accedessimo al calice in qualsiasi goccia di vino consacrato è presente tutto il sangue di Cristo. Ma sangue e corpo, in realtà costituiscono non parti distinte, ma in ciascuna specie – corpo o sangue – è presente tutto il Cristo, ossia tutto il Mistero di Dio che ci sovrasta nella sua umiltà. L’espressione, quindi, suona come un ammonimento riguardo il modo con cui ci accostiamo al Sacramento. Il sacerdote, con scrupolo, purifica la patena o la pisside e il calice perché niente del sacramento “vada perduto”. C’è una cura nella bellezza dei vasi sacri, nella disposizione de fiori, nei gesti composti del sacerdote che deve esprimere la preziosità di ciò che si ha tra le mani. Le mani “sante e venerabili” afferrano il pane e il calice del vino che diventano per noi la Presenza Santa e adorabile di Dio.

(Don Francesco Catrame, 11 giugno 2020)







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