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Sto facendo una raccolta di selvaggi “copia ed incolla”. Ne farò un libro. 
 

Alberto Di Nardi racconta la sua storia

Una sorta di pubblica denuncia di un corruttore reo confesso”: stasera, presso la Biblioteca Diocesana di Caserta, sarà presentato il romanzo “Il corruttore” scritto dall’ex amministratore delegato della Dhi.


Ci siamo! Parte finalmente il mio personale percorso che mi consentirà di incrociare i vostri sguardi, di stringere le vostre mani e di ascoltare le vostre impressioni. Per me sarà una giornata particolarmente significativa e vorrei condividere con ognuno di voi tutte le emozioni che mi hanno accompagnato in questi mesi”.
L’annuncio, pubblicato sul suo profilo personale facebook da qualche giorno, è di Alberto Di Nardi, ex amministratore delegato della Dhi agli arresti domiciliari e collaboratore di giustizia, del quale stasera, mercoledi 8 novembre, alle ore 18, presso la Biblioteca Diocesana di Caserta, sarà presentato il romanzo “Il corruttore”, edito da Pellegrini.
All’incontro interverranno l’ex sindaco di Maddaloni Avv. Antonio Cerreto e il Dr. Pasquale Iorio, presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Piazze del Sapere”, organizzatrice dell’evento.

«Un libro coraggioso, forte, convincente. Una sorta di pubblica denuncia di un corruttore reo confesso  -si legge nel sito internet albertodinardi.it-  che decide di raccontare la sua difficile storia che scuoterà molte coscienze della politica e della società civile ponendole di fronte alle proprie responsabilità morali, prima ancora che giudiziarie.
Il romanzo “Il Corruttore” (Luigi Pellegrini Editore) prende le mosse dal racconto dell’ex proprietario della Dhi, società che ha svolto la raccolta dei rifiuti a Maddaloni e in numerosi comuni del Casertano, arrestato nel marzo 2016 per corruzione. Una vicenda inquieta e inquietante che provoca un punto di snodo per il protagonista che, dopo aver confessato e iniziato un percorso di collaborazione con la magistratura, si propone, nelle pagine del romanzo, di ricostruire con dovizia di particolari tutta la propria vicenda. La peculiarità del libro risiede nella scelta audace e forte di raccontare i fatti accaduti dal punto di vista del “cattivo”, o meglio di un valido e preparato imprenditore divenuto poi, quasi inevitabilmente, esperto “corruttore”, invischiato in un sistema che promuove l’arrivismo spietato e ignora le leggi dello Stato e della morale: testimonianza schiacciante di quanto sia labile e indefinito il confine tra legalità e illegalità.
L’opera, caratterizzata da una scrittura agile e immediata, ha la capacità di coinvolgere e appassionare il lettore, invitandolo a seguire attentamente la trama e i numerosi soliloqui del protagonista. Questi ripercorre infatti, insieme al “corruttore”, non soltanto i fatti, ma anche le ambizioni, le ansie e le paure dello stesso, fino a osservare da vicino tutti i meccanismi che hanno portato alla rapida degenerazione di valori e ideali positivi. Un quadro complesso, in cui il malaffare coinvolge la politica, il mondo imprenditoriale, la finanza e anche la magistratura a diversi livelli, e in cui le mazzette sono il mezzo più comune per destreggiarsi all’interno di una società che non conosce nessuna rettitudine e non ammette scrupoli di alcun tipo. Il testo è arricchito infine dalla Prefazione del noto saggista, giornalista e docente universitario Pantaleone Sergi».

«L’autore Alberto Di Nardi» -
apprendiamo dalle dettagliate informazioni riportate dal sito «ha 36 anni, è nato a Caserta e ha vissuto sia in Italia che all’estero. Si è laureato in Economia presso la Seconda Università Degli Studi di Napoli e, durante la sua carriera universitaria, nel 2003, ha vinto una Borsa di Studio per il programma Erasmus e si è trasferito presso la Universidad De Almeria in Andalucia in Spagna. Dopo la Laurea in Economia si è trasferito a Milano, ha superato le selezioni per l’assunzione come Auditor presso la Deloitte & Touche Multinazionale della Consulenza Aziendale e Revisione Contabile appartenente alle famose “Big Four“. Nel 2006 ha superato le selezioni per essere assunto in ENI S.p.A. con la funzione di “Controller Consolidated Financial Statements”. Entrato dunque a far parte della più grande azienda italiana, che risulta tra le prime sette compagnie petrolifere mondiali, è stato impegnato in diverse missioni internazionali: prima in Olanda, ad Amsterdam, poi a Londra nel Regno Unito.
Nell’agosto del 2008 si è licenziato dall’ENI S.p.A. per fondare la DHI Di Nardi Holding Industriale S.p.A. all‘interno della quale ha ricoperto la carica di Presidente del C.d.A. e Amministratore Delegato fino al marzo del 2016 quando ha rassegnato le dimissioni da tutte le cariche e lasciato definitivamente l’azienda. Durante il periodo in DHI si è laureato in Ingegneria Ambientale e ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione di Responsabile Tecnico presso l’Albo Nazionale Gestori Ambientali e l’Albo autotrasportatori conto terzi.
Oggi è Dottore Tributarista iscritto all’I.N.T., Perito ed Esperto in scritture contabili, stima di aziende commerciali e Perito ed Esperto Ambientale iscritto a Ruolo sez. Unica della C.C.I.A.A. Fornisce servizi di consulenza direzionale ai principali player in Italia e all’Estero. Nel frattempo sta anche completando l’Executive MBA presso l’ALTIS – Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La scrittura è diventata l’unica cura efficace durante la vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto. Un modo attraverso il quale veicolare la sua esperienza, esorcizzare le proprie paure e continuare, nonostante tutto, a sognare».

Questa la prefazione al libro a cura di Pantaleone Sergi:
««“Preparato”, “ambizioso”, “rampante”. E ancora: “legale”, “etico”, “morale” e “responsabile”. La scelta e la successione degli aggettivi non appaiono per nulla casuali. Come non lo è l’utilizzo delle espressioni “voglia”, “grinta”, “rapidità di pensiero”, che si fronteggiano, venendo spesso sopraffatte e cancellate, con “burocrazia”, “ragnatela criminosa”, “corruzione”, “camorra”.
Al cuore di tutta questa struttura narrativa sta la “sovrana” immondizia, che sporca le anime, l’economia e l’ambiente. Sta tutta qui, in questi termini, questa storia di ordinaria corruttela amministrativa che, vale la pena ricordarlo per quello che cercheremo di mettere in evidenza, è in primo luogo un abuso di potere a fini privati da parte di funzionari e rappresentanti politici che, in termini pratici, porta a una distorsione del mercato pubblico. Anche se – meglio dirlo subito a scanso di equivoci – lo scambio corruttivo ha bisogno di un ulteriore attore, il corruttore che induce (e spesso è indotto) a offrire tangenti o – come dicono i magistrati – altre “utilità” per ottenere quello che per via normale e soprattutto legale non potrebbe altrimenti ottenere. Non mancano le varianti, come le attenuanti in questa “confessione” di Alberto Di Nardi, giovane imprenditore campano che ha volato alto e si è bruciato le ali al sole abbagliante e seducente della corruzione, prima delegata – sopportata? Esorcizzata? – e poi praticata direttamente e coscientemente come unico strumento individuato per far crescere la propria impresa nel mercato pubblico, nel quale aveva a che fare non solo con una concorrenza plasticamente criminale in un’area a forte concentrazione malavitosa, ma anche con intermediari, funzionari e politici famelici. Nella sostanza, però, il rapporto corrotto-corruttore, cancro della nostra società, è quello che conosciamo da sempre, quello che è entrato nelle discussioni da bar dopo le vicende di Tangentopoli e ha portato alla crisi della politica.
Lasciamo all’analisi dei sociologi e dei criminologi, ai quali Di Nardi con queste sue “confessioni” consegna materiale di estrema qualità, il compito di classificare la vicenda.
Di stabilire se – seguendo le distinzioni dello studioso tedesco Johann Graf Lambsdorff – va inserita tra quelle di matrice economica, quindi frutto di un calcolo razionale (in verità dal racconto a noi non sembra così), oppure tra quelle di matrice socioculturale, come potrebbe pure essere visto che l’autore-corruttore ha ben presenti e ben stampate in testa le norme etiche e quei valori che avrebbero dovuto impedirgli di violare la legge e che, dopo lo scoppio della vicenda e l’arresto, gli hanno procurato un disagio psicologico di cui con questo libro si vergogna e si pente pubblicamente.
Nella storia raccontata ci sono elementi tali da spingere a ritenere che le cosiddette “dinamiche interne nelle reti di corruzione” costituiscano una variabile utile a spiegare e comprendere come informali “strutture di governo” e meccanismi garanti di transazioni corrotte, in determinati contesti politico-amministrativi – come può ritenersi il Casertano o il Maddalonese in particolare, e in generale tutto il Paese – alimentino gli scambi occulti e i patti illeciti.
L’evoluzione della corruzione in Italia, nonostante la stagione di Mani pulite, si è rivelata incontrollabile. Le cronache quotidianamente raccontano storie di sindaci ladri e imprenditori rapaci. È lo spaccato che Di Nardi ci consegna; l’autore fa della vicenda che lo ha coinvolto e travolto un caso scolastico su cui riflettere, perché – ci spiega – è dal di dentro, dall’interno del “sistema” che, pur partendo da solidi principi, si può deviare dalla retta via nella cosciente convinzione che tanto “così fan tutti” e che non esistono altre forme per navigare nel mare in tempesta di un’economia a interessi illegali, proprio da parte di chi avrebbe il compito di garantire legalità. Il contesto e le dinamiche, insomma, forniscono al corruttore comodi alibi, tipo quello di dover salvare la propria azienda e con essa il posto di lavoro dei suoi dipendenti. «Mi vergogno e mi pento», scrive però Di Nardi che – nonostante principi etici di tradizione familiare e solida preparazione culturale e professionale – si è fatto avviluppare nel pappice della sua stessa tela, spinto nel burrone da un innominato “direttore”, un classico faccendiere-mediatore che si muoveva come una serpe cervinara in quella melmosa marca di confine esistente tra politica, pubblica amministrazione, affari e camorra.
Che libro strano è questo di Di Nardi, un libro che forse non ti aspetti ed è difficile da catalogare in un genere ben preciso. È un saggio? Forse. È narrativa? Forse. Gli argomenti trattati appartengono alla prima categoria. Il modo di raccontarli, la “tecnica” è narrativa, ché Di Nardi non si limita, infatti, a percorrere gli eventi con la freddezza di un atto giudiziario ma ci mette cuore e passione, sente la necessità di far conoscere la propria verità che non è detto debba essere considerata assoluta. Ma, d’altra parte, c’è qualcuno in grado di scrivere una verità assoluta, che sia anche un giornalista o un magistrato? Quest’ultimo potrà arrivare a una verità giudiziaria. E il giornalista – diceva Padre Pio – non la racconta manco per sbaglio. Non la racconta perché non può “tecnicamente” farlo, perché, come in questo caso fa Di Nardi, che giornalista non è ma è protagonista, la verità è sempre una visione di parte degli eventi, letti con le proprie lenti, scritti secondo la propria visuale, filtrati dalla propria cultura e pure dalle proprie emozioni.
Meglio una verità crocifissa, tuttavia. Per cui questo saggio-racconto-testimonianza va accettato per quello che è, che si propone per una lettura della società – più che di un fatto come quello che ha riguardato l’autore – nel modo in cui può essere consentito pure a un narratore. Si possono anche non condividere alcune analisi politico-sociali e sociolegali che Di Nardi presenta, possono provocare mal di pancia o addirittura ripugnanza alcune scelte e alcune vicende narrate, ma alla resa dei conti ci si accorge che in queste pagine c’è una traiettoria umana e politica che porterà il protagonista ad abbandonare la retta via e c’è l’umanità dolente di un giovane imprenditore ornato di titoli e di successi che tenta il ritorno nella propria terra amara e fra tanti subisce il richiamo delle sirene della corruzione come metodo per superare ostacoli artificiali frapposti da politica e criminalità e cerca adesso, anche con queste pagine, la sua catarsi.
Non è male come denuncia (o autodenuncia) dell’affarismo sporco, non è male – anzi è pregevole – come storia di sentimenti e di speranza. La speranza, scriveva Pablo Neruda, ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose che, in questo caso, può appartenere al lettore, il coraggio per cambiarle che Di Nardi fa intravedere con parole riconvertite all’etica e alla legalità»».

(Corriere di San Nicola)




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