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L’UOMO, COSCIENZA DEL CREATO

L’uomo non è in alcun modo una creatura tra le altre; è creatura che si distingue in quanto fatta appello di responsabilità”.
-RIFLESSIONI di Don Franco Catrame-


Certamente è vero che il racconto della creazione presente nel Primo Testamento, ma anche nelle riletture paoline della creazione “in Cristo”, pongono l’uomo ad un livello singolare tra le creature. L’uomo non è in alcun modo una creatura tra le altre; è creatura che si distingue in quanto fatta appello di responsabilità. L’uomo è quell’essere capace di libera responsabilità. L’uomo è quel livello singolare della creazione in cui tutta la creazione prende consapevolezza del proprio mistero, del proprio esserci.

II.

Questa posizione singolare dell’uomo affermata dalle scritture ha fatto in modo che, in tempi relativamente recenti, di fronte al problema ecologico, all’uso disordinato delle risorse e dei beni, si sollevasse nei confronti della tradizione ebraico cristiana una accusa di antropocentrismo, ultimamente causa dello sfruttamento indiscriminato delle risorse. Anche alcuni filosofi di successo mediatico, sembrano vedere nella tradizione ebraico cristiana e nella affermata centralità dell’uomo la vera causa dello stato problematico delle risorse naturali.  Pertanto, secondo questa accusa, sarebbe stata proprio la diffusione della cultura ebraico cristiana a provocare i gravi problemi di cui soffre il nostro pianeta. Da qui la proposta non tanto velata di chiudere frettolosamente i conti con il cristianesimo per tornare ad un più adeguato politeismo meno aggressivo con la natura, a forme di panteismo e sacralizzazione delle cose, nelle quali venga ridotta la pretesa dell’uomo nei confronti del creato. Il Deus sive natura torna a fare capolino anche nello nostro tempo proprio attraverso forme di spiritualità senza religione e senza Dio, una sorta di “spiritualità per atei” - come recita il titolo di un recente volume - in cui l’uomo stesso troverebbe il suo compimento in una armonia che vada fusionalmente oltre le differenze: il monoteismo ebraico e cristiano sarebbe stato funzionale agli interessi umani nei confronti della natura, servendo da garante teologico dell’esasperato antropocentrismo della concezione biblica. Giustamente è stato fatto osservare a questo proposito che “la diffusa banalizzazione del racconto genesiaco è una delle disavventure culturali più gravi dell’Occidente moderno” (S. Lanza).

Infatti sembrano spesso del tutto ingenerose le interpretazioni che vengono diffuse del libro della genesi per giustificare questa accusa. Certamente il libro sacro non intende fornire spiegazioni scientifiche sull’origine dell’universo, ma piuttosto porre la questione sul senso dell’uomo e della vita – senso come significato e direzione da dare all’esistenza. Pertanto è vero che nei racconti biblici della creazione l’antropologia precede l’interesse propriamente cosmologico. Ma proprio nell’esercitare questo intreccio tra l’uomo e il cosmo il libro ispirato ci dischiude alla domanda sul senso.

 In questa prospettiva vogliamo richiamare alla mente le suggestioni decisive provenienti dal libro della Genesi: nell’ascolto del testo sacro, sia nel primo racconto della creazione che nel secondo, in cui si fa riferimento al soggiogare e al dominare, come anche al coltivare e al custodire, spesso non si considerano integralmente gli attori che sono in gioco su questa scena.

Infatti, nelle interpretazioni accusatorie del cristianesimo, ci si dimentica che i protagonisti del racconto biblico non sono due: l’uomo (la comunità degli uomini) e il cosmo, in particolare la terra; esiste un terzo protagonista, che, tra l’altro, è l’agonista fondamentale: Dio stesso. Egli non rimane affatto come un orizzonte atematico posto sullo sfondo della scena. Dio è il primo che agisce, sta all’origine della creazione, interviene nella creazione e accompagna la comunità degli uomini nel suo percorso. A ciò si deve aggiungere una osservazione importante: Dio crea ed è presente nella creazione, ma questa sua presenza lascia appositamente ampio spazio all’uomo e alla sua corresponsabilità.

Il Cardinale Angelo Scola, nel volume intitolato Cosa nutre la vita (2013) afferma: “L’uomo non potrebbe essere effettivamente “responsabile” del creato senza qualcuno a cui rispondere, Se deve rispondere al Creatore, è perché l’opera della creazione è in fieri”. Qualcuno ha persino affermato che l’opera della creazione è un capolavoro imperfetto.

Dove qui la parola imperfezione non ha un significato negativo ma evocativo di un divenire positivo, di un progetto che è stato iniziato ma che deve essere ancora compiuto.

Pertanto nel libro della Genesi appare evidente che Dio stesso con la creazione inizia a realizzare un progetto che non porterà a compimento senza di noi.

 In realtà la rivelazione implica che di fronte a Dio vi sia una relazione fondamentale tra l’uomo come soggetto di libertà e di responsabilità e il dono del cosmo. Qui trovano posto quelle parole mirabili di sant’Ambrogio in cui si dice il motivo per il quale Dio il settimo giorno, dopo la creazione dell’uomo, riposa: poiché aveva qualcuno a cui perdonare i peccati; ossia: l’uomo è il soggetto drammaticamente posto nella libertà, e con questo anche nella possibilità del peccato. Il rapporto libertà e cosmo non è, evidentemente, statico ma profondamente dinamico. Purtroppo una delle debolezze culturali dell’occidente è indubbiamente nella sterile contrapposizione tra natura e cultura, tra natura e storia degli uomini. Forse qui può apparire già nella sua evidenza il fatto che l’attuale oblio della responsabilità dell’uomo nei confronti del bene del creato, l’emergenza ecologica, chiede una interpretazione differente rispetto a quella che vorrebbe rifilare sbrigativamente tutta la responsabilità alla cultura ebraico cristiana.

 Questa mancanza di responsabilità che possiamo chiamare antropocentrismo esasperato – come ricorda ancora il nostro Arcivescovo – “nasce piuttosto dalla lettura moderna della immagine di Dio e conseguentemente, del rapporto con il cosmo, in ultima analisi dall’abbandono della visione biblica nella sua verità”. Infatti all’attuale deriva si arriva nel mondo moderno con l’uso indiscriminato delle risorse a partire da un concetto di potenza che viene elaborato senza limiti e senza un criterio. 

Come affermato da san Giovanni Paolo II:

 “Alla radice dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c'è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L'uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio.

 Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell'opera della creazione, l'uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui” (Centesimus Annus). Per questo la soluzione alle attuali problematiche ecologiche non sta in una sacralizzazione idolatrica delle cose a discapito della responsabilità dell’umano, ma nella riscoperta della necessità di quella ecologia dell’umano di cui ci ha parlato Benedetto XVI ripresa ed approfondita da papa Francesco, a cominciare dalle forti affermazioni fatte nella omelia con cui ha dato inizio al suo pontificato, nel giorno di san Giuseppe:

“Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. …In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!” (Omelia, 19 marzo 2013).

 
III.


Ecco dunque il punto su riprendere l’insegnamento fondamentale del libro della genesi: essere custodi del dono di Dio. La parola del Signore rivolta all’uomo comanda una responsabilità di quello che è affidato. Si deve infatti considerare un profondo parallelismo che avviene nel racconto: il rapporto uomo - creazione (cosmo) è certamente regolato dal rapporto Dio – uomo; di fatto le due relazioni stanno o cadono insieme.

 L’uomo, infatti, non è presentato come il creatore di se stesso o l’artefice del creato: Dio non cede il suo posto all’uomo: l’uomo è invitato ad entrare in rapporto con il cosmo come rapporto di cura, continuando così, attraverso la sua responsabilità, il progetto buono di Dio sul cosmo e sulla storia.

 Il fatto stesso che Dio affidi la sua creazione all’uomo, presuppone che l’uomo all’interno della sua creazione costituisca questo livello singolare della creazione stessa. Infatti l’atto di affidamento che Dio fa nei confronti dell’uomo comporta che la cura non sia un atto meccanico, ma un lavoro nel quale la persona umana deve coinvolgere tutto se stesso, intelligenza e libertà, ragione e cuore.

 L’uomo ha questo compito come vocazione peculiare. Questo affidamento evoca propriamente un criterio preciso per la responsabilità della persona umana. Criterio che attingiamo dalla scrittura stessa; l’uomo deve custodire il creato come uomo, ossia come creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio stesso; pertanto l’uomo nella cura del creato esprime il proprio essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio, che è amore.

Come si esprimono spesso i padri della Chiesa, l’uomo è ad immagine di Dio ed è chiamato a realizzare la sua somiglianza; l’essere ad immagine dice ciò che Dio ha donato all’uomo di essere, la somiglianza è il tratto della responsabilità che l’uomo deve realizzare in comunione con Dio.

 Sant’Ireneo di Lione insiste particolarmente su questo dato quando afferma che la vera immagine di Dio la troviamo in Dio stesso: il Figlio; perciò noi siamo, in realtà, fatti ad immagine di quella immagine originaria che è Gesù. L’uomo è l’immagine della Immagine. In tal senso la vocazione a realizzare il passaggio dalla immagine alla somiglianza, in cui è posto anche il prendersi cura del creato, è ultimamente illuminato dalla vita stessa di Gesù, dal suo prendersi cura di tutti  noi.

 

 

IV.

Ci sono alcuni segni nel libro della Genesi che indicano questa insuperabile relazione tra noi e il creato e tra Dio e noi. Questo affidamento del giardino possiede un invito da parte di Dio verso l’uomo: chiamare le cose per nome: Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

 Dare il nome alle cose possiede una densità antropologica e religiosa enorme: biblicamente il nome è importantissimo: innanzitutto indica che la realtà non è indifferenziata; le cose hanno un nome; il nome indica la realtà nella sua singolarità. Inoltre, il dare il nome rappresenta anche una conoscenza della cosa stessa: conoscere il nome vuol dire conoscere quella realtà. In questo elemento si gioca un tratto singolare della somiglianza con Dio che possiede tutte le cose nella potenza dell’amore. E’ Dio stesso che porta l’uomo a dare il nome alle cose. L’uomo però non potrà dare il nome a Dio; poiché vorrebbe dire farsi come Dio. Non potrà pronunciare il suo nome invano. Pertanto, per poter dare il nome alle cose e possedere la realtà, l’uomo deve lasciare a Dio il Suo nome. Lasciare che Dio sia Dio è la condizione perché l’uomo viva la sua responsabilità, la sua Signoria, il suo possesso creativo e buono sul reale. Proviamo ora a vedere la qualità della relazione tra Dio che dona all’uomo il giardino per la custodia e l’uomo stesso. C’è un rapporto di familiarità: Dio passeggia con l’uomo in questo giardino. Dio sta a sentire e a guardare quale nome l’uomo avrebbe dato alle cose per confermarle, per vedere poi il modo con cui Dio stesso interviene per dare all’uomo un aiuto che gli sia simile nella sua responsabilità e libertà, ossia la creazione della donna dalla costola di Adamo.

 E’ interessante seguire come l’uomo dia il nome a tutte le cose ma nessuna di queste sia a lui simile al fine di poter condividere con lui la propria responsabilità. Da qui l’intervento diretto di Dio nel costituire la differenza tra l’uomo e la donna. La donna, plasmata dalla costola di Adamo dormiente, costituisce il soggetto che gli è reciproco nella responsabilità. Qui si vede tutto il bene della differenza come fonte di reciprocità amorosa e come condivisione della responsabilità di fronte  al dono del giardino da coltivare.

 Il gaudio che Adamo sperimenta di fronte alla donna gli permette di conoscere in lei qualche cosa di assolutamente unico ed imparagonabile con tutte le cose a cui aveva dato il nome. La differenza sembra qui attestarsi come principio di corresponsabilità di fronte al dono della creazione. Non è bene che l’uomo sia solo; l’uomo può vivere la sua corresponsabilità solo nella condivisione con chi è stato posto da Dio come sua compagnia.

 Qui occorre approfondire ulteriormente il dato perché il rapporto uomo – donna, come rapporto di corresponsabilità solidale e condivisa, si manifesta in particolare nel comando di crescere e di moltiplicarsi, ossia nella esperienza amorosa della generatività.

Infatti, che il rapporto tra l’uomo e la donna, chiamati alla corresponsabilità nei confronti del mondo, sia fecondo dice della responsabilità tra le generazioni, che costituisce un altro elemento di travaglio del nostro tempo.

 Infatti, dove si vede la mancanza di cura della terra come risorsa, se non nel fatto che si rischia di lasciare alla generazione futura un mondo esausto? La responsabilità condivisa si intreccia con la differenza delle generazioni, poiché, come dice suggestivamente papa Francesco, il mondo è un prestito che le generazioni future.


 

 Arriviamo così all’altro gesto che regola il duplice rapporto uomo/donna-cosmo e Dio uomo/donna: il fatto che Dio permetta all’uomo di prendere del frutto di ogni albero del giardino eccetto quello della conoscenza del bene e del male. Vale a dire: la disponibilità nei confronti della creazione ha un vincolo; l’uomo non può mettere le mani sulla origine, sull’albero della conoscenza del bene e del male.

 C’è come un punto di dipendenza posto da Dio che permette l’esercizio della propria custodia e il possesso buono della realtà. Il divieto di prendere dell’albero diviene così quella obbedienza che permette alla libertà di essere se stessa. Possiamo dire che Dio crea l’uomo e la donna in un rapporto di obbedienza, cioè in una posizione filiale nei confronti di Dio. La stessa obbedienza, rappresentata simbolicamente dal divieto di mettere le mani sull’albero della conoscenza del bene e del male, non è vista negativamente, ma come la forma della propria libertà in quanto posizione di ricezione. L’obbedienza esprime la capacità di farsi regalare la vita, di ricevere in dono le cose; e dunque è la condizione per l’esercizio della propria custodia e della propria responsabilità.

 Mi sembra che il messaggio biblico fondamentale stia nel fatto che la posizione unica che l’uomo assume dentro la realtà è resa possibile proprio dalla posizione della figliolanza, dell’obbedienza che riconosce la vita come dono che si riceve e non un possesso in proprio. Il rapporto con la realtà si disordina quando l’uomo perde questa posizione. L’arroganza dell’uomo nei confronti della natura sorge dalla dimenticanza del suo “essere fatto” e della realtà come dono di cui dover rendere conto a Dio.

VI.

In questo senso non è inutile riflettere brevemente sulla scena di Genesi 3 e sull’inganno che il serpente provoca nel rapporto dell’uomo e della donna con Dio. Infatti è proprio scopo della menzogna alterare i connotati del rapporto buono con la realtà in cui l’uomo è stato posto. E’ significativo che il serpente domandi: è vero che non potete mangiare di nessun albero del giardino?

 La menzogna esagera sempre: in realtà è solo di un albero di cui non si può mangiare. E’ interessante poi che il divieto sia stato descritto da Dio in modo tale per cui la sua violazione porti alla morte: come a dire, se non riconosci che la vita è un dono, se perdi la posizione in cui ti ho messo che è quella della ricezione, allora inizierai a sperimentare la vita come scarsa e si ergerà il muro della finitezza mortale.

 La menzogna gioca qui la sua carta più astuta: al racconto che Eva fa del divieto, il serpente replica negando il pericolo della morte ed anzi annuncia che quella trasgressione li renderà “come Dio”. Ecco l’eterna tentazione della libertà: essere come Dio, collocarsi al posto di Dio. Il dubbio che viene insinuato dalla menzogna sta nel fatto che la dipendenza amorosa da Dio venga ora sentita non più come la condizione della libertà ma come una sua privazione. Il prendere l’albero per diventare come Dio rappresenta così la grande tentazione; come ad affermare che non è vero che riceviamo da Dio la vita e che è Lui il criterio del bene e del male. L’uomo si afferma come dio di se stesso; in tal modo tutta la realtà finisce per essere usata senza dover rendere conto a nessuno. Tra l’altro, per inciso, è bene ricordare che proprio nel momento in cui l’uomo disobbedisce a Dio per affermare la propria autonomia in modo assoluto, in realtà sta obbedendo ad un animale che striscia, perdendo così quella bella familiarità con il mistero di Dio che aveva caratterizzato fino a quel momento la relazione. In questo modo la stessa realtà delle cose inizia ad essere sentita diversamente: perdendo la posizione della figliolanza l’uomo non riceve più; il dono di Dio c’è ancora, ma è l’uomo ad aver perso la posizione della ricezione; per questo, la finitezza, il limite intrinseco alla creatura, ora cambia di segno; ora le cose sganciate dal loro Creatore appaiono terribilmente limitate e scarse; smettono di essere segno, per diventare pura materia, che ricorda all’uomo la sua condizione finita e mortale.

Il rapporto disordinato e violento con la realtà, questa bramosia disordinata di possesso, scaturisce dal fatto che la vita si intreccia potentemente con la paura della morte. Voler possedere in proprio la vita, voler essere signore di se stesso, porta ad accumulare disordinatamente le cose; ma questo accumulo è già segno che la vita stessa non può essere trattenuta; si perde il senso della realtà come segno e come dono per diventare pretesa, finendo l’uomo a chiedere dalla realtà quella felicità e quella pienezza che le cose, invece, non possono dare, perché dell’infinito mistero esse sono solo umile segno e simbolo.

 Si potrebbe vedere ancora come questa disobbedienza e perdita di armonia ricadano drammaticamente anche sul rapporto tra l’uomo e la donna, quel rapporto nella differenza chiamato a condividere la responsabilità di fronte al creatore, chiamato a custodire la vita da trasmettere alla generazione futura. Il testo della genesi aveva ricordato che l’uomo e la donna erano nudi e non ne avevano vergogna, mentre dopo il peccato si accorsero di essere nudi. Anche qui sembra che lo stesso significato del corpo cambi improvvisamente.

 L’essere nudo e non provarne vergogna appare come un senso di armonia tra il proprio cuore e lo sguardo sul corpo dell’altro, che appare trasparente al suo significato amoroso e oblativo. Invece l’insorgere del senso del pudore è segno della perdita di questo sguardo amoroso; ora il corpo può essere desiderato egoisticamente, diviene oggetto di seduzione. Anche la stessa generazione dei figli viene in questa prospettiva segnata dalla paura della morte che grava sulla nostra condizione.

 Ci si può legittimamente domandare se la mancanza di cura della realtà come dono tra le generazioni non sia in qualche modo segnato da una cultura di morte. Le cose vengono così afferrate non più dentro una cura ma dentro una percezione di fondo di fuggevolezza e di transitorietà del reale, come una sorte di carpe diem: afferra le cose senza preoccuparti di consegnarle come dono a chi viene dopo di te, poiché domina lentamente su tutto il senso del nulla.

VII.

In questa prospettiva si comprendono le parole della lettera agli ebrei ed il dono nuovo che Dio ha preparato per noi: Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14-15).

 Ecco perché dalla liberazione dalla morte che avviene con l’incarnazione del figlio di Dio e con il suo mistero pasquale possiamo anche ritrovare il fondamento per un rapporto nuovo e riconciliato con il giardino che ci è stato originariamente affidato.

 Proprio prendendo su di sé la nostra morte e il nostro male Cristo ricostruisce quel rapporto di obbedienza filiale in vista del quel siamo stati voluti da sempre in Dio. Se ci lasciamo riconciliare con Dio, se ci lasciamo amare fino al perdono dei nostri peccati, allora possiamo introdurre nel nostro rapporto con la realtà una nuova armonia e tornare ad essere custodi del bene comune che ci è stato affidato.

 Gesù stesso nel suo mistero pasquale appare come Signore, nella sua morte e risurrezione appare ai nostri occhi come ai nostri occhi come Kyrios, colui che possiede le cose in modo nuovo e vero; chi ha amato fino alla fine si manifesta come il vero Signore di tutte le cose. Chi ama possiede tutto nel modo più profondo, libero e liberante.

Ancora san Paolo ci mostra la novità possibile di un rapporto più vero con tutte le cose quando afferma nella prima lettera ai Corinti: “tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,21- 23).

Nell’appartenere a Colui che ci ha amato ed ha dato se stesso per tutti noi, inizia un nuovo percorso di libertà e di signoria che porta a compimento il nostro essere fatti ad immagine e somiglianza di Dio che è amore. L’uomo nuovo diviene l’uomo perdonato e riconciliato per cui le cose tornano ad essere segno dell’infinito e non termine di una pretesa manipolatoria che umilia le cose ma anche l’uomo stesso ad essere solo l’esperimento di se stesso.

  

VIII.

Come definire questo atteggiamento dell’uomo nuovo che torna a sentire tutte le cose come bene? Lo si potrebbe chiamare, nel senso profondo del termine, “povertà”, povertà nello Spirito. Potrebbe sembrare strano che sia proprio il povero a manifestarsi evangelicamente come colui che viene abilitato ad un rapporto più profondo con le cose, a ritrovare la bellezza del creato come dono di cui essere pienamente responsabile.

 La povertà evangelica educa il cuore dell’uomo al desiderio autentico, alla profondità del suo desiderio; – attraverso un giusto distacco impedisce che l’uomo si attardi sulle cose aspettando da Dio la soddisfazione ultima al proprio desiderio di felicità. Dio ed il suo amore sono la felicità dell’uomo; proprio per questo può smettere la pretesa – idolatrica, peraltro – che cose e persone debbano compiere la sete di felicità.

 Se dunque il gaudio è assicurato in Dio, allora le cose tornano ad essere buone – omnis creatura buona, dice san Paolo riprendendo la stessa espressione contenuta nel libro della Genesi: e Dio vide che era cosa buona. Quando sono liberate dalla nostra pretesa, le cose tornano ad essere buone. Allo stesso modo la povertà nello Spirito – per la quale ci è dato fin d’ora il regno dei cieli, ci educa così al rispetto amoroso di tutte le cose: esse non sono mera materia senza senso che posso piegare ai mei “deliri di onnipotenza” – peraltro la realtà è testarda e prima o poi ci manda sempre il conto da pagare.

 Il povero torna ad avere lo stupore per le cose, per il fatto stesso che esistono, ci sono e ci sono come dono. Ogni creatività legittima e doverosa da parte dell’uomo anche nell’uso equilibrato della scienza e della tecnica non può prescindere dal carattere di donazione che la vita possiede. Il povero torna a stupirsi perché c’è l’essere invece del nulla.

 Infine, il povero non trattiene il dono, lascia che passi alla generazione futura arricchito della propria cura e custodia. E proprio perché non trattiene, non calcola, non accumula, lascia essere l’essere; in tal modo continua a ricevere e a sperimentare la fecondità della vita più forte della morte. In Israele c’è una bella immagine che viene ricordata a questo proposito ed è la differenza tra il lago di Galilea e il Mar Morto. Il lago di Galilea è attraversato dal fiume Giordano; esso riceve acqua e lascia che l’acqua vada oltre se stesso; per questo il lago è ricco e fecondo di ogni bene.

 Il Mar Morto, invece, è un lago che riceve solo, accumula e trattiene non lasciando defluire l’acqua: per questo non ha in sé vita. E’ semplicemente morto. Così è della povertà evangelica: non trattiene ma trasmette quanto ha ricevuto alla generazione futura perché il bene sia condiviso e dilatato a tutti. Infine mi sia permesso di richiamare un santo che ha fatto della povertà l’emblema potente del rapporto riconciliato con tutte le creature perché riconciliato con il Creatore. Desidero concludere riferendomi a san Francesco d’Assisi e al suo celeberrimo cantico di Frate Sole, più comunemente conosciuto come Cantico delle Creature. Qui l’uomo appare come colui che sta di fronte all’Altissimo e lo loda per e con tutte le creature. Ogni cosa appare come bene nello “sguardo da bambino” di Francesco d’Assisi. Custodire il giardino diviene così essere custodi dello stupore di fronte al dono della vita che riceviamo da Dio e che trasmettiamo come gratitudine a coloro che verranno dopo di noi, nella certezza che tutto è ricapitolato per sempre in Cristo.

Don Francesco Catrame
parroco di Santa Maria degli Angeli
in San Nicola la Strada

Pubblicato da ©Corriere di San Nicola


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