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Avvento, il messaggio di Don Franco alla comunità dei fedeli





Il parroco di Santa Maria degli Angeli spiega la storia, la liturgia e la teologia del periodo che precede il Natale e ricorda il pensiero dello scrittore Silone: “Mi sono stancato di cristiani che aspettano la venuta del loro Signore con la stessa indifferenza con cui si aspetta l’arrivo dell’autobus”.

 

9 dicembre, seconda domenica di Avvento.
 
«Avvento è una parola che indica attesa di qualcuno che sta per venire. -ci spiega Don Franco Catrame- Le notizie storiche sulla sua origine, come tempo liturgico, sono scarse e incerte. Così come lo conosciamo è noto solo in Occidente. In Oriente c’è soltanto una breve preparazione al Natale.
Nel II° secolo si ha notizia di una festa cristiana celebrata dalle scuole gnostiche il 6 gennaio per commemorare il battesimo di Gesù, ma dobbiamo aspettare la seconda metà del III° secolo per avere in Oriente, con Epifanio prima e San Giovanni Crisostomo poi, un’introduzione chiara nel calendario liturgico di tale solennità.
L’occasione del sorgere della festività dell’Epifania in Oriente, come momento celebrativo della manifestazione del Signore, non è molto diversa da quella per cui è sorto il Natale in Occidente. Prevale, in un primo momento, il significato di manifestazione o venuta gloriosa del Signore. Soltanto le controversie cristologiche successive porteranno a una più precisa caratterizzazione dei contenuti di queste due solennità: la necessità di annunciare la piena umanità del Cristo insieme alla sua divinità porrà l’esigenza di una professione di fede celebrata e quindi si delineerà meglio la celebrazione del Natale, mentre l’Epifania troverà posto come annuncio della salvezza a tutti i popoli della terra.
L’Avvento, nei primi tempi, preparava i credenti indistintamente al Natale e all’Epifania e la struttura che si dava a questo tempo risultava molto simile a quella quaresimale.
Risaltava l’aspetto penitenziale, con un digiuno prolungato per sei settimane, iniziando, come in Gallia, dall’11 novembre festa di S. Martino.
Non vi sono tracce di preparazione al Natale a Roma fino al V° secolo; tuttavia c’è da supporre che le accentuate controversie con gli eretici riguardo all’umanità di Cristo ponessero anche liturgicamente una viva attenzione al tempo di attesa per la celebrazione dell’Incarnazione del Signore. Nel V° secolo, infatti, troviamo le 40 orazioni del Rotolo di Ravenna, tutte improntate alla celebrazione liturgica della festa del Natale: siamo quindi già nello spirito del tempo.
Nel VI° secolo Gregorio Magno mette mano al riordino della liturgia e stabilisce che il tempo di preparazione al Natale durerà quattro settimane; cosa che è rimasta inalterata (cioè dall’11 novembre circa) e conservata intatta.
Nel VII° secolo la precisazione di questo tempo liturgico sarà chiara e teologicamente definita. Si parlerà di preparazione alla nascita del Signore e attesa della parusìa, cioè della sua seconda venuta.
Così, per vie diverse, l’Avvento riuscirà ad arricchirsi liturgicamente di queste due prospettive: natalizia ed escatologica.
La riforma liturgica sancita dal Vaticano II° ha voluto conservare tutti e due i caratteri, di preparazione al Natale e di attesa del regno dei cieli. La novità assoluta, insieme ai valori spirituali che giustificano il tempo di attesa e di preparazione al Natale, è che questo periodo si caratterizza per la gioia: è lieta attesa. L’assenza del Gloria serve solo a donare un senso di novità al suo canto nella notte di Natale.
L’attesa del Redentore può essere solo gioiosa, come soleva ripetere il cardinale Schuster: “Un santo entusiasmo, una tenera riconoscenza e un intenso desiderio della venuta del Redentore”. La teologia dell’Avvento può essere riassunta in quattro punti:

1.         L’Avvento presenta Dio come Colui che è pienamente presente nella storia e nelle vicende degli uomini, che rivela il suo volto in Gesù di Nazaret (Gv.14,9).

2.         Il piano salvifico si compie, come realizzazione storica, nell’Incarnazione del Figlio di Dio e nella sua nascita nella carne da Maria Vergine a Betlemme. Cristo è venuto, si è manifestato e rivelato agli apostoli come il Risorto dalla morte.

3.         L’avvento, mentre ci annuncia la verità profonda e misteriosa della venuta di Dio nella carne degli uomini, sottolinea l’impegno missionario della Chiesa perché si realizzi al più presto il regno di Dio.

4.         Infine l’Avvento richiama il credente a essere preparato per l’ultima venuta. E’ il tempo liturgico nel quale viene fortemente evidenziata la dimensione escatologica del mistero cristiano. Noi siamo chiamati alla salvezza che troverà il suo compimento soltanto alla fine dei tempi.

Quattro momenti di un unico annuncio; quattro approfondimenti per un’unica preghiera: Maranathà ! Vieni Signore Gesù !

Ogni anno l’Avvento propone un cammino, un andare incontro, un camminare a passo svelto, gioioso. Non potrebbe essere diversamente; è l’incontro che si spera di realizzare che motiva la gioia: la “nostalgia di Dio” illumina di gioia la nostra attesa.

L’attesa caratterizza il cristiano: il Dio che si è rivelato e che ha fatto l’alleanza con il popolo è il Dio della promessa. In Gesù ha manifestato tutta la sua fedeltà all’uomo, assumendo la sua carne». 


Sublime il messaggio che l’amatissimo parroco di Santa Maria degli Angeli rivolge alla comunità dei fedeli:

««Per il Vescovo inglese John Henry Newman (1801-1890), il nome del cristiano è “colui che attende il Signore”. Invece dobbiamo riconoscerlo: da secoli, in Occidente, l’attesa della venuta del Signore è una dimensione assente nella vita di fede dei cristiani. Era il rammarico dello scrittore Ignazio Silone (1900-1978) che scriveva:

«Mi sono stancato di cristiani che aspettano la venuta del loro Signore con la stessa indifferenza con cui si aspetta l’arrivo dell’autobus».

Rivelatore di questa realtà è il modo abituale di comprendere e vivere l’Avvento. Sono convinto che l’Avvento è il tempo liturgico meno compreso nel suo valore e nel suo significato. Lo si è ridotto a tempo di preparazione alla festa del Natale. Non si comprende che l’Avvento è la chiave di tutto l’Anno liturgico: l’escatologia è la verità dimenticata dell’intero anno liturgico. Domandiamoci: ma com’è possibile che la liturgia cristiana, che è sempre memoriale della morte e risurrezione di Cristo finché egli venga, faccia di noi cristiani gente per la quale il Signore non è ancora nato e dobbiamo attendere la sua nascita?

Se la liturgia dell’Avvento ci costringesse a immedesimarci in coloro che duemila anni fa attesero la nascita di Gesù, la liturgia sarebbe nient’altro che l’artefice di un complesso sociodramma, ossia di una rievocazione ritualizzata degli eventi fondatori del cristianesimo. La nascita non la si attende ma la si commemora; ciò che si attende è invece la parusia che è il compimento del mistero Pasquale. L’Avvento è il solo specifico cristiano, perché un tempo di digiuno e penitenza come la Quaresima, lo condividiamo con l’Islam, il tempo della Pasqua con l’Ebraismo, ma l’attesa della venuta del Kyrios è solo cristiana. Solo noi cristiani attendiamo il ritorno di Cristo da lui stesso promesso. Per questo privare l’Anno liturgico della sua costitutiva dimensione escatologica significa sottrarre alla fede cristiana la dimensione della speranza. Oggi è molto difficile parlare di speranza, dare ragioni per sperare, eppure questo è il compito dell’Anno liturgico, perché la mancanza di speranza rende l’uomo estraneo al tempo e irrimediabilmente assente a questo tempo presente.

La speranza è esattamente questo: volere infinitamente il finito, è vivere eternamente il tempo.

Come ha scritto Emmanuel Mounier, in un saggio dedicato a Péguy: «La speranza rifà ciò che l’abitudine disfa. È la sorgente di tutte le nascite spirituali, di ogni libertà, di ogni novità. Semina cominciamenti là dove l’abitudine immette morte».

A che serve iniziare un nuovo Avvento, prepararci a celebrare un Natale sempre meno cristiano, cercare di scuoterci dalla crisi economica e di valori che ci hanno travolti? l’evangelista Luca che ci viene in soccorso, nel mesto inizio di questo cammino. Per scuoterci, per incoraggiarci. Le immagini che usa, tratte da un vocabolario preciso, chiamato apocalittico, dalle tinte forti e tremende, affermano, al contrario, una realtà più dolce e serena.

Luca descrive il dissolvimento della Creazione ripercorrendo a ritroso il racconto della Genesi. Se, ai primordi, Dio aveva tolto dal caos il creato per dargli ordine e misura, Luca, ora, descrive il passaggio dall’ordine al caos. Esattamente ciò che stiamo vivendo. Luca lo fa per fare un’affermazione forte, di speranza, di gioia; alzando lo sguardo possiamo vedere venire il Cristo che ricompone il Creato. Non viviamo tempi facili, lo scoraggiamento è alle stelle, la violenza pure. Tra finanziarie, lavori saltuari e una dilagante povertà, tra affetti frantumati e paure di amare rischiamo di crollare e di arrenderci.

La paura e l’apatia a volte inquinano le nostre vite e le nostre Comunità: sembra prevalere il forte e l’arrogante, ci sentiamo come pesci fuor d’acqua.

E Gesù ci dice: quando accade tutto questo, alzate lo sguardo. Le fatiche e le prove della vita, sembra dirci il Signore, sono lì apposta per farci crescere, possono diventare un trampolino di lancio, devono aiutarci a conoscere il senso segreto delle cose, il mistero nascosto nei secoli. Le dissipazioni possono impedirci di vedere, impedirci di vivere, dobbiamo fare attenzione: in un mondo in cui siamo costretti alla frenesia, ritrovare un ritmo di interiorità richiede una forza di carattere notevole.

Lo sappiamo che il nostro mondo ci invita a fare esperienza di tutto, a osare, a sperimentare; alla fine ci ritroviamo a pezzi.

Attenti, a non cadere nell’inganno che le sirene del nichilismo ci propongono: abbiamo bisogno di unità, non di frantumazione.

Gli affanni della vita che esistono e non possiamo eliminare ma solo controllare, sollecitano al centro la ricerca di Dio e del mio vero io. No, il mondo non sta precipitando nel caos ma fra le braccia di Dio!

La preghiera e la meditazione della Parola, quella stessa Parola che creò dal nulla le cose che sono, ancora ricreano l’oggi di Dio. Occorre vigilare, ammonisce Gesù nel Vangelo di Luca 21, 25ss., per poter scorgere il Signore operante anche nelle contraddizioni della Storia; chi vigila, infatti, acquisisce una visione panoramica della realtà e, nello stesso tempo. Coglie i segni della presenza di Dio che attraversano e innervano la vita di ogni giorno. Gesù con la sua Parola aiuta a non rimanere intrappolati nelle reti del proprio io, nella ricerca di sicurezze o di protagonismo, poiché portano alla chiusura e non permettono di intuire l’azione di Dio. Egli, infatti, è sempre pronto a costruire con tutti gli uomini e le donne una storia veramente umana e, quindi divina. Vivendo alla presenza di Dio nel mondo, la persona impara a superare le paure, gli egoismi individuali o di gruppo, spesso causa di spaccature insanabili. Aprendosi al Mistero attraverso la preghiera, assume un diverso stile di vita fondato sul Vangelo: custodisce le relazioni anche con i diversi o con chi ha tradito. Il Figlio di Dio che viene nel mondo annuncia l’infinito amore del Padre. Egli dice Papa Francesco: «sarà sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Rivela agli uomini e alle donne di oggi di confidare in Dio, di fidarsi di Colui che ricompone sempre i frammenti laddove sembra tutto perduto. Egli li invita a lasciare risuonare nel cuore la sua Parola: «… tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo. Non temere, perché io sono con te» e a rispondere come i primi cristiani con speranza: «Maranathà», vieni Signore Gesù!»»

©Corriere di San Nicola
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