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“Eterna è la sua misericordia”

Il messaggio di Pasqua di Don Franco Catrame

 

Viviamo in una società e in una Chiesa cui sono stati scippati i sogni, che punta più a mantenere l’esistente che a generare un futuro possibile.

Forse anche la crisi attuale è dovuta a un deficit di felicità nelle nostre case e nelle nostre relazioni; che, in fondo, è un deficit di tenerezza.

Osservate: chi è tenero è contento, chi è rigido è infelice, sta male al mondo. Gesù, infatti, era rigoroso, ma mai rigido.

Papa Francesco fin dall’inizio del suo “servizio petrino” ci ha offerto la sua proposta positiva, la riconquista di occhi nuovi che riescono a ‘intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata’, a scoprire le tante ‘spighe di buon grano che crescono in mezzo alla zizzania’, a far sì che ‘i tanti mali vengano considerati come sfide per crescere’. Il mondo è sì un immenso pianto, ma è anche un immenso parto.

Illuminante, in questo respiro nuovo e largo, risulta la felice formula verbale: il cristianesimo esprime una ‘tenerezza combattiva’ (EG 85).

Si oppone al male, combatte tutto ciò che fa male ai figli di Dio, non è mai passivo, ma opera con lo stile della tenerezza, della delicatezza inerme e indomita, che non si arrende, mai succube ‘dello spirito cattivo della sconfitta’ (EG 85). E’ lo stile del Magnificat. Tenerezza implica mettere al centro non un sistema di nozioni, ma il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, la carne con il suo dolore e con la sua gioia contagiosa.

Il Figlio di Dio nella sua incarnazione ci ha invitato alla ‘rivoluzione della tenerezza’ (EG 88). La tenerezza ha le sue sorelle: misericordia, delicatezza, compassione, dolcezza, ha gesti e linguaggi che trovano la loro sorgente in Gesù. Dalle sue mani fioriscono i gesti della tenerezza, quando le posa sui malati, quando tocca mani, labbra, occhi, orecchi, quando stende un petalo di fango sugli occhi del cieco, saliva e polvere mescolati come una carezza di luce, come una piccola creazione che ricomincia, fango e intimità; a sua volta, Gesù si lascia toccare da bambini e donne e stranieri.

Toccare segna la fine della paura e della distanza. L’amico ti tocca, disarmato e disarmante, con lui puoi essere te stesso, lasciar cadere ogni maschera. Solo chi ti tocca nell’intimo è in grado di cambiarti la vita. Questo è il sogno di Dio: che nessuno degli annunciatori sia senza capacità di dare e ricevere tenerezza, di toccare e lasciarsi toccare nel cuore, che nessuno sia solo, nessuna Chiesa sia senza festa del cuore. E tutti sempre più simili a Lui, il ‘molto tenero’.

Se uno è stanco, tu sei il balsamo con il tuo aiuto.Se uno è triste, tu sei il balsamo con la tua tenerezza. Se uno è deluso e sfiduciato, tu sei il balsamo con la tua fiducia. Se uno è solo e abbattuto tu sei il balsamo con la tua vicinanza. Sei balsamo e profumo buono” La Pasqua, culmine della nostra speranza, esprime tutta questa tenerezza e misericordia! In essa ci viene svela­to il volto autentico di Dio e dell’uomo.

“Volete sapere qualcosa di voi e di Me?, dice il Signore, Vi dò un appunta­mento: un uomo in croce. Volgete lo sguardo a Colui che è posto in alto. Prima ancora, giovedì, l’appuntamen­to di Dio è stato un altro: uno che è

po­sto in basso. Che cinge un asciugama­no e si china a lavare i piedi ai suoi. Chi è Dio? Il tuo lavapiedi. In ginocchio da­vanti a me.

Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come a Pietro, ci viene da di­re: ma Tu sei tutto matto.  E Lui: sono co­me lo schiavo che ti aspetta, e al tuo ri­torno ti lava i piedi. Ha ragione Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia. 

E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho?

Quanto somiglian­te a quello di Dio? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? So­no il lavapiedi dell’uomo?

 Ve la imma­ginate una umanità dove ognuno cor­re ai piedi dell’altro?

La globalizzazio­ne sì, ma degli inchini davanti all’uomo, non davanti ai potentati; dell’onore da­to a ogni più debole figlio della terra. 

In questa settimana autentica, l’au­tentico Dio è così: è bacio a chi lo tra­disce. Non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non chiede più sacrifici a me, sacrifica se stesso per me.

Non proibisce di prendere, co­me per l’albero del bene e del male, ma ordina: prendi e mangia, prende­te e bevete. Dov’è la salvezza? Quando io lo uccido e Lui mi guarda e mi ama. Quando, dal­la mia vittima, ricevo la sentenza di gra­zia. Dalla sua ferita aperta non esce rab­bia o rancore ma è feritoia da cui esco­no sangue e acqua. Sangue che è amo­re; acqua che è inizio e innocenza. Il fe­rito che ti ama ti converte. O ti accechi del tutto o ti umanizzi.

Ne esce capo­volta ogni immagine di Dio e dell’uo­mo.  Dio ai tuoi piedi il giovedì. Venerdì il pathos della ferita, feritoia d’amore. Sabato, condivisione fino agli inferi della sorte dell’uomo. E poi la Risurrezione, che è «la tangente di Dio che sfiora il nostro mondo mortale» (Karl Barth).  

Siamo presi per il polso da Gesù (nelle icone orientali della Risurrezione Cristo afferra Adamo per il polso, là dove si sente pulsare la vita e battere il cuore), trascinati in alto dal Risorgente in eterno: chi vive in Lui, chi è in Lui compreso, è preso da Lui nel suo risorgere. Ma Cristo non è semplicemente il Risorto: egli è la Risurrezione stessa. In quest’ordine preciso: prima la risurrezione e poi la vita. Ci saremmo aspettati il contrario, invece prima viene la risurrezione, da tutte le nostre tombe, dal nostro respiro insufficiente, dalla vita chiusa e bloccata, dal cuore spento, dal gelo delle relazioni.

Prima la risurrezione di noi, né caldi né freddi, né buoni né cattivi «di noi, i morti vivi», scriveva Charles Péguy, poi la vita piena nel sole, la vita che meriterà finalmente il nome di vita. La Risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le sue forze, come cantava Mario Luzi, non arrivino all’ultimo ramo della creazione: «Tu tutto in tutti, il mondo intero carne risorta per la Tua carne, crocefisso amore».

Dinanzi a questi eventi di amore sta la nostra inconsapevolezza, questa sorpresa, questo non riconoscere Dio che può diventare occasione anche per noi oggi di vivere l’amore: solo se sapremo amare potremo anche oggi dare speranza ai tanti sogni non più sognati.

È dunque nel cammino della fede, “piccola e umile barca”, che il viaggio nei giorni del mistero pasquale si conclude, per dare nuovo inizio al nostro viaggio lontano dalla paura: un viaggio che parte dal segno dei chiodi, “segni credibili

dell’amore di Dio”, che ha come ultima meta la libertà, quella di saperci finalmente liberati dal peso del peccato.

Che faremo dunque noi? Chi seguiremo, Giuda o Pietro? Pietro ebbe rimorso di quello che aveva fatto, ma anche Giuda ebbe rimorso, tanto che gridò: «Ho tradito sangue innocente!» e restituì i trenta denari.

Dov’è allora la differenza? In una cosa sola: Pietro ebbe fiducia nella misericordia di Cristo, Giuda no! Il più grande peccato di Giuda non fu aver tradito Gesù, ma aver dubitato della sua misericordia. Se lo abbiamo imitato, chi più chi meno, nel tradimento, non lo imitiamo in questa sua mancanza di fiducia nel perdono: “O felice colpa che ci ha meritato un tale Redentore!”. Gesù sa fare di tutte le colpe umane, una volta che ci siamo pentiti, delle “felici colpe”, delle colpe che non si ricordano più se non per l’esperienza di misericordia e di tenerezza divina di cui sono state occasione!

Ogni giorno la Comunità cristiana canta: «Ho ricevuto misericordia».

Ho avuto questo dono anche quando ho chiuso il mio cuore a Dio; quando ho intrapreso la via del peccato; quando ho amato le mie colpe più di Lui; quando ho incontrato miseria e sofferenza in cambio di quello che ho commesso; quando mi sono smarrito e non ho trovato la via del ritorno. Allora è stata la parola del Signore a venirmi incontro.

Allora ho capito: egli mi ama. Gesù mi ha trovato: mi è stato vicino, soltanto Lui. Mi ha dato conforto, ha perdonato tutti i miei errori e non mi ha incolpato del male. Quando ero suo nemico e non rispettavo i suoi Comandamenti, mi ha trattato come un amico. Quando gli ho fatto del male, mi ha ricambiato solo con il bene. Non mi ha condannato per i misfatti compiuti, ma mi ha cercato incessantemente e senza rancore.

Ha sofferto per me ed è morto per me. Ha sopportato tutto per me.

Mi ha vinto. Il Padre ha ritrovato suo figlio. Pensiamo a tutto questo quando intoniamo quel canto. Fatico a comprendere perché il Signore mi ami così, perché io gli sia così caro. Non posso capire come egli sia riuscito e abbia voluto vincere il mio cuore con il suo amore, posso soltanto dire:

«Ho ricevuto misericordia». (D. Bonhoeffer, 23 gennaio 1938)

 Desidero dirvi che l’Amore vince la morte. Sia così per ciascuno di voi, nella vostra vita”. Buona Pasqua in Cristo risorto!

(Don Francesco Catrame

Parroco di Santa Maria degli Angeli

San Nicola la Strada)



PREGHIERA

Signore, tu stai alla porta e bussi: fa’ che ti apriamo quando ascoltiamo la tua voce, ma se anche le nostre porte restano chiuse, tu vinci il timore ed entra lo stesso, perché solo dalla tua Resurrezione abbiamo la pienezza della vita e la tua pace.

Signore, tu conosci più di noi il nostro cuore e tu sai che nel profondo non cerca e non desidera se non Te. Rendici capaci di rispondere alla tua chiamata e di lasciarci condurre dove tu vuoi, perché in noi si compia il tuo disegno d’amore e di predilezione.

Signore Gesù, Buon Pastore, insegnaci ad ascoltare la tua voce, a riconoscerla fra mille altre voci che promettono e non mantengono, e a seguire in Te la via della Verità e della Vita che ci porta al Padre.

Padre, che nella Passione e Resurrezione del tuo Figlio, hai mostrato agli uomini la tua Misericordia, fa’ che alla scuola del suo Amore impariamo a farti dono della nostra vita, perché noi crediamo e il mondo creda che tu lo hai mandato a salvarci.

Fa’, o Signore, che per la luce del tuo Spirito, ti riconosciamo presente in noi e la tua Parola metta radici e porti frutto nella vita di ogni giorno.

Padre, che da sempre ci chiami alla comunione con te, rivela a noi la via sulla quale, dietro al Cristo, tuo Figlio, possiamo tornare a te con fiducia e cuore di figli.

Signore, che hai promesso di non lasciarci soli, manda a noi il tuo Spirito, perché ci guidi alla Verità tutta intera e alla conoscenza del dono inestimabile della tua chiamata e della tua amicizia.


Don Francesco Catrame
Parroco di Santa Maria degli Angeli
San Nicola la Strada 

(©Pubblicato da Corriere di San Nicola)




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